
IL POPOLO
Fondato nel 1923 da Giuseppe Donati



Qualche mese fa, per ragioni di studio, ho svolto varie ricerche sulla situazione in cui riversa il Venezuela. Il paese, che fino agli anni 70’ era una tra le più floride nazioni dell’America Latina, fonte inesauribile di giacimenti petroliferi e paese di esodo per gente in cerca di fortuna da tutto il mondo, si trova oggi sull’orlo del baratro. Per capire le ragioni profonde che hanno costretto oltre 5,4 milioni di persone a fuggire dal paese dal 2013 ad oggi, sono necessarie alcune precisazioni sociali, politiche ed economiche.
Lo scempio che si sta facendo da decenni di questo popolo e di quello palestinese rimescola nel profondo gli odi più antichi, i rancori mai sfogati, la rabbia di una povertà non solo economica, ma anche culturale. Gli Israeliani hanno il diritto di vivere, come i Palestinesi. Gli Israeliani hanno il diritto di avere uno Stato, i Palestinesi no. Gli Israeliani sono forti in guerra e in armamenti. I Palestinesi no. Gli Israeliani vogliono vivere a dispetto dei Palestinesi, degli Arabi e del mondo. È giusto. Glielo dobbiamo. Ma anche i Palestinesi hanno diritto di vivere. Però, sembra che l’unico diritto di questi popoli fratelli (checché se ne dica), sia quello di uccidersi.
La Turchia è oggi una presenza inquietante dal punto di vista geopolitico. Il sistema politico creato da Erdogan sembra monolitico e voglioso di espansione, nel Caucaso, in Medio Oriente e nel Mediterraneo. È un regime non più tanto laico, anzi, con una forte tendenza ad identificarsi come uno Stato islamico, sorretto da un esercito che è il vero bastione della più recente storia del Paese. Ad Ankara, tre ministri seduti e la Presidente dell’Unione lasciata in piedi davanti al neo Califfo sono l’espressione evidente dell’opinione di Erdogan sulle donne e sull’importanza da attribuire all’Unione europea.
Seguo con particolare interesse ciò che sta maturando tra gli amici di Iniziativa Popolare, di Insieme, del Centro democratico di Tabacci e di Più Uno di Ruffini, così come sono attratto dal progetto avviato del “campo degasperiano” dagli amici raccolti dal sen D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia e dall’amico Ivo Tarolli con il suo movimento Piattaforma Popolare. Si tratta di superare questa frammentazione di progetti e di ricercare l’ubi consistam attorno ai fondamentali della nostra comune ispirazione popolare e democratico cristiana.
Si è spesso discusso se la fine della cosiddetta Prima Repubblica e dei principali partiti dei suoi governi sia da attribuire più al divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia del 1981 (che sottrasse ai Politici il potere significativo di decidere gli investimenti pubblici e di programmare qualcosa di strategico); oppure alle privatizzazioni (che recisero gli ultimi legami tra la Politica e le grandi e medio-grandi imprese) e al fenomeno, ben pilotato, di "mani pulite" poco più di dieci anni dopo. Ma c'è un altro aspetto, soprattutto per quanto riguarda la Democrazia Cristiana, spesso molto sottovalutato: lo scarso peso attribuito alla crescita ed alla epopea della Lega.
Che il governo Meloni consideri essenziale, prima di terminare il suo mandato naturale, predisporre una nuova legge elettorale, praticamente all’ultimo minuto, è solo velleitario. L’esperienza delle leggi elettorali modificate dai vari governi in carica prima di andare alle elezioni è sempre risultata negativa e controproducente per il governo che la proponeva. Potrebbe essere così anche questa volta. L’idea è piuttosto infantile: adesso faccio una legge elettorale così resto al potere.
Assistiamo a un grande movimento al centro della politica italiana. A sinistra, si muovono Renzi e Calenda su posizioni distinte e distanti, entrambi interessati (più sicura la posizione di Renzi meno quella del sempre altalenante Calenda) alla costruzione di un’area centrale a sostegno del campo largo e, insieme a loro, sono ben piazzati il Centro Democratico, raccolto attorno all’on Bruno Tabacci e al costituendo movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. Sono tutti questi progetti finalizzati a irrobustire il campo largo in alternativa alla destra del trio Meloni-Salvini-Taiani.
All’interno del dibattito che si è aperto nella Democrazia Cristiana per saldare patrimonio del passato e proiezione verso il futuro, il senatore Renzo Gubert sottolinea dei punti fermi in un comunicato di cui riportiamo alcuni essenziali passaggi.
Più di quattordici milioni di italiani col voto referendario hanno compiuto una scelta in difesa della Carta costituzionale. Ora si tratta di raccogliere il significato di quella consultazione popolare, che impone un’attenta rilettura della Costituzione per realizzare compiutamente le sue indicazioni a partire dai principi fondamentali. Responsabilità che si impone a tutti i partiti, soprattutto a quelli che si rifanno a culture politiche che in quei principi affondano le proprie radici.
Doveva essere una scelta per la separazione delle carriere, ma, il voto del referendum costituzionale, alla fine si è rivelato uno tsunami per entrambi gli schieramenti politici del bipolarismo forzato del “rosatellum”. Sul fronte del centro destra, ha favorito la conclusione cruenta del duello tra il duo Meloni-Del Mastro e La Russa-Santanché, finito in pareggio, mentre al ministero della giustizia, il ministro Nordio, dichiaratosi responsabile politico della sconfitta, se la è cavata, almeno sin qui, con le dimissioni forzate della sua capo di gabinetto, Bartolozzi e del sottosegretario Del Mastro. Forza Italia, principale sostenitrice della riforma nel ricordo delle battaglie del Cavaliere, esce distrutta dal voto e, da casa Berlusconi, già si annunciano repulisti nel partito largamente sostenuto finanziariamente e dai media di famiglia. Anche nella Lega la situazione è in forte movimento.