Non è poco l’interesse che sta suscitando il dibattito sul (che fare?), tra DC e popolari, nel condiviso obiettivo di una ricomposizione della diaspora che, con lo scioglimento apparente della DC, prese tratti diversi e talora contrapposti.

Di certo è un momento assai pregnante quello che stiamo registrando in queste settimane.

Sta di fatto che non si contano incontri e convegni tesi a sviscerare tutte le possibili convergenze sul tema dell’unità di tutta l’area che si riconduce all’esperienza della DC.

Resta ancora, assai ostico, il problema del come e di quale profilo identitario assumere di fronte agli elettori, nelle imminenti elezioni europee.

La questione non è di poco conto perché attorno a questo problema, che a prima vista può sembrare solamente di carattere elettorale, v’è tutta la annosa vicenda del simbolo, della dismissione del profilo politico esterno di alcune delle forze, che convergeranno, se si va ad una ipotesi di lista comune, e della espressione elettorale che la lista, che andasse a raggruppare tutte queste diverse realtà culturali, dovrà assumere, sia come logo, che come affiliazione alle grandi matrici politiche europee.

Non lasciandoci sfuggire nessun pregiato commento su questa tematica, è di ieri, su questo giornale (in realtà è un refrain di una vecchia tesi che caratterizza l’autore), la proposta di una nuova Camaldoli.

Alludendo ovviamente all’eroico confronto di un gruppo di intellettuali cattolici che disegnarono, in quelle  giornate del luglio del 1943, il cosiddetto Codice di Camaldoli, documento programmatico con cui quegli intellettuali, dando sintesi alle diverse sfumature, elaborarono una serie di tematiche: dal rapporto cittadini- Stato, alla famiglia, al modello economico, al lavoro, e tanti altri aspetti della convivenza civile e democratica.

Un documento prezioso che servì a dare un volto democratico e solidale all’Italia repubblicana. 

L’autore, affacciando l’idea di una nuova Camaldoli, prima ancora di confrontarsi sulle alleanze possibili e sulle modalità di aggregazione, ci invita a sederci attorno ad un tavolo per delineare i tratti più significativi del programma che la ricomposta area cattolico-democratica andrà a spendere come nuova identità davanti alle diverse comunità territoriali del paese.

Seppur suggestiva la proposta si scontra con una realtà politica ben diversa rispetto a quello che oggi sarebbe il peso dei cattolici nel quadro politico attuale.

Intanto la ricomposizione dei cattolici non può che avvenire ripartendo dalla DC

Non sarà facile recuperare il terreno perduto in questi trent’anni, complice forse anche qualche dottrina malintesa che ne ha favorito la disseminazione.

Di certo il paragone con la Camaldoli del 1943 regge poco.

I contesti storici dono assai diversi e diversa è la realtà dei cattolici 

Non può ignorarsi che la società è cambiata profondamente e oggi c’è una forte prevalenza dell’io sul bene comune, terreno favorevole per il facile attecchimento di politiche populiste e demagogiche e financo di forte accentuazione nazionalista.

Costruiamo intanto le condizioni per una lista comune dell’area cattolico-democratica e accantoniamo le ambizioni velleitarie, che ci possono portare a perdere l'ancoraggio con la realtà.

È forse più funzionale in questa fase di ricostruzione del partito, nel proposito di una ricomposizione dell’area dei cattolici, delineare un manifesto comune che tratteggi il cammino politico di quel patrimonio di valori e ideali che caratterizzarono l’esperienza politica democristiana condensando le risposte più aderenti alle nuove sfide di oggi, sia interne ed europee, che nell’ambito dell’inquietante scenario geopolitico.  

Con l’obiettivo, in primo luogo di contribuire a sostenere l’alleanza centrista, su cui poggia l’attuale governance europea, facendo al contempo argine a un possibile spostamento dell’asse sul versante dei conservatori, dei populisti e dei nazionalisti, da Orban, alla Le Pen, al temibile partito di estrema destra tedesca, Afd.

 Al contempo, pur sostenendo questo baricentro politico, non possiamo far mancare le nostre proposte e la nostra visione di Europa nel segno di una maggiore curvatura sulla persona e sulla giusta esigenza di equità, qualità di vita, tutela dell’ecosistema e sviluppo sostenibile, immigrazione, mettendo in campo proposte che siano espressione delle istanze e delle attese più cogenti, in questo momento epocale, a cominciare dal come l’Europa dovrà saper trovare una più incisiva e autorevole identità per meglio affrontare ed essere membro autorevole ai tavoli delle grandi mediazioni tra le potenze, in questo scenario geopolitico sempre più aggrovigliato, con brutali teatri di guerra in atto, per poter portare i paesi belligeranti e le rivendicazioni territoriali, mal sopite, ad un serio e schietto dialogo nell’obiettivo, condiviso multilateralmente, di una pace planetaria che crei le premesse per un'era di rapporti pacifici tra gli Stati.

 Ma su tutto il capitolo delle tutele climatiche e della salvaguardia del pianeta, pesa in misura assai inquitante il crescente timore  di un possibile olicausto nucleare.

Uno scenario dai tratti apocalittici dove la DC e i cattolici tutti devono tenere alta la vigilanza, come impegno civile, oltre che politico, per fare in modo che proseguano tutti quegli sforzi, che dopo aver prodotto i primi storici accordi sul disarmo atomico, sembrano essersi arenati, a fronte di una ripresa in grande stile del riarmo.

Occorre che gli organismi internazionali a ciò deputati favoriscano le premesse per una comune moratoria, in vista dell’obiettivo di un disarmo totale delle testate atomiche, convertendole in impiego civile e medico.  

Far prevalere le ragioni della pace tra i popoli nei tavoli internazionali è un obiettivo che non può essere abbandonato se vogliamo assicurare un futuro alle nuove generazioni.

Sebbene su tutte queste tematiche è già desta l’attenzione dei partiti di qualunque colore, è chiaro però che ciascuno ne declina i programmi in funzione organica e strumentale alla visione che ha del paese.

La questione perciò non si risolve delineando obiettivi, magari ingenuamente, velleitari o inattuabili.

Ma bisogna partire dall’analisi profonda  della realtà socio-economica e istituzionale, nello spirito dell’insegnamento di don Luigi Sturzo, ossia studiando bene i diversi contesti, cercando di andare a fondo sulle cause che generano insoddisfazioni, storture, inadeguatezze e divari, talora profondi, che impediscono un equo e bilanciato sviluppo e benessere delle comunità e dei territori, coesione e pacifica convivenza tra i popoli.

Questo ci porta a dover valutare attentamente lo scenario che si profila con le possibili prossime applicazioni che la rapida evoluzione scientifica e tecnologica sta generando, con la surrogazione di tante risorse umane che, solo pochi anni fa erano necessari nei processi produttivi.

Non vogliamo immaginare le conseguenze perverse della dismissione di tantissimi posti di lavoro, con l’effetto di ritrovarsi, soprattutto nelle città, masse di lavoratori disoccupati, soprattutto tra i ceti operai e artigiani, ma anche tra i professionisti.

Basta guardare a quanto sta avvenendo nei paesi di tutta Europa ad iniziativa degli agricoltori e dei pescatori, vittime da decenni di politiche errate e di divieti, talvolta irragionevoli, incapaci di assicurare la giusta remunerazione per un lavoro esposto a innumerevoli rischi, dal clima impazzito alle tassazioni non sempre eque. 

Evenienze che si ha il dovere di affrontare nei modi ragionevoli, in concomitanza con lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie e della robotizzazione più avanzata, in modo da far convivere la mano d’opera del lavoro umano con le nuove forme di robotizzazione più sofisticate.

Significativi a tal proposito sono quei modelli economici che, in alternativa alla concezione, oggi dominante, della finanza e della produzione globalista, prendendo spunto da quei filoni di pensiero più vicini alle sensibilità solidariste e di riconosciuta finalità dell’economia al servizio dei bisogni e del benessere di ogni persona, delineano sistemi non disgiunti dai principi dell’etica e della politica, come fautrice di governi che, pur nella contrapposizione degli interessi( solo la DC riuscì ad essere partito interclassista) come è inevitabile nei governi di maggioranza, mettano il bene comune come fine precipuo.

Sul piano istituzionale è importante far convergere la comune determinazione di non mollare nell’idea di riportare nel nostro sistema una legge elettorale proporzionale che consenta, oltre alla più ampia rappresentanza dei territori, l’abbandono di quel bipolarismo selvaggio che ha estremizzato il tessuto politico e sociale dell’Italia.

Ora, se la preoccupazione che muove, assieme alla nuova DC, l’area dei popolari, è principalmente quella di ridare voce a quelle moltitudini di elettori che da tempo non si recano alle urne, non serve immaginare nuovi tavoli di confronto o laboratori all’interno di mura conventuali, magari trasformati in resort con tanto di spa, come qualcuno di recente ha fatto, per dettare una nuova agenda che riscriva, con lo stesso spirito di Camaldoli, un nuovo progetto per l'Italia e per l’Europa.

 Basterebbe, partendo dalle quelle intese di fondo che similmente sostengono le linee di massima dell’avviato progetto di riunificazione, sul quale c’è già un primo accordo, che la forza più rappresentativa della ricomposizione, che, oggi, più di ogni altro dei tanti organismi e associazioni politiche interessati all’unificazione, ha titolo a ridare effettiva e credibile identità al processo aggregativo, ossia la nuova DC, si faccia promotrice di un ,  documento, sull'esempio del Manifesto dei Liberi e Forti di don Sturzo, per una comune Dichiarazione di intenti con cui rendere note ai media e all'opinione pubblica le linee guida circa gli obiettivi primari che si intendono perseguire.

Uno strumento comunicativo indispensabile, per non lasciare chiaroscuri, che sicuramente agevolerà il processo di aggregazione attorno alla DC magari attraverso un iniziale profilo federativo che volga come obiettivo verso confluenze personali, con il comune impegno di attivare da parte del partito, ad iter concluso, in tempi abbastanza ravvicinati, un Congresso straordinario.  

Diversamente, sarebbe un non senso ricompattarsi nel nome di quel comune patrimonio di idee e valori e poi industriarsi subito a dare un profilo di nuovo conio, non facilmente riconoscibile da tanti elettori.

È perciò evidente che un’ipotetica nuova identità porterebbe, nell’immediato, disorientamento ai tanti elettori rimasti fedeli agli ideali di cui fu portatrice la Democrazia Cristiana.

Va da sé che questo non sarebbe che il primo passo di un percorso di aggregazione più ampio, necessario a far fronte alle nuove sfide epocali che stanno connotando il nostro sistema globale di convivenza affinché si sappiano individuare le scelte più appropriate per transitare da modelli obsoleti e inadeguati, validi oggi a far proliferare conflitti, a modelli produttivi e di convivenza, capaci di interpretare nella maniera più consona le nuove frontiere della pace tra i popoli, faranno da lievito per nuove più coraggiose scelte.

Peraltro, con il graduale isolazionismo incardinato negli Stati Uniti, è già un percorso obbligato per la nostra Europa la definizione di una nuova identità.

Al contempo non vanno ignorate le tante implicazioni che comporterà un più autonomo ruolo cui la comunità europea sarà chiamata.

È invece già patrimonio comune con le altre forze, e gli organismi coinvolti in questo processo aggregativo, perseguire nell’ obiettivo di una comune difesa della Costituzione per metterla a riparo dal temerario progetto di riscrittura teso a stravolgimenti spregiudicati volti ad alterare il sapiente congegno dei pesi e contrappesi che impediscono, allo stato delle cose, la prevaricazione di un potere sull’altro. 

L’esperienza di queste tornate elettorali di primavera gioverà positivamente per organizzare una forza più compatta e al contempo multiforme, aperta alle culture liberali e riformiste per la ridefinizione, in tempi non affrettati, di una più ampia identità da dare al partito che potrà essere fatta solo, come già accennato, con un Congresso straordinario.

 

Luigi Rapisarda