di Stelio W. Venceslai
Ottant’anni sono un bel traguardo, ma è una Repubblica relativamente giovane se confrontata con quelle americane del Nord e quelle latinoamericane. La nostra Costituzione, che identifico con la Repubblica, è molto giovane, anch’essa, però gli anni che ha, li dimostra tutti.
Questa, purtroppo, è una Repubblica nata male, gestita peggio, spesso straziata da riforme infami. Ma è la nostra Repubblica, e la nostra Costituzione, forse non è la più bella del mondo, come dice Benigni, ma è la nostra Carta e me la tengo stretta.
Perché nata male? La prima parte della nostra storia repubblicana è densa di ambiguità. Non se ne è mai voluto parlare, sostenendo che era il frutto meraviglioso di un popolo che veniva fuori dal crollo di un regime ridicolo ed ossessivo, da una guerra perduta, da una guerra civile, da una divisione profonda tra chi era andato nel Nord e chi era andato nel Sud. Una situazione tragica. Non dimentichiamola.
L’Italia del dopoguerra veniva da una orrenda guerra civile dove gli Italiani, da una parte e dall’altra, si resero colpevoli di massacri. La fine della RSI fu avvolta dal mistero. Ancora oggi non si sa chi ha ucciso Mussolini e la Petacci, dove è finito il tesoro di Dongo, chi ha sottratto il prezioso carteggio che Mussolini portava con sé e chi l’ha preso. Decine di versioni contrastanti. Quelli furono i primi misteri.
La guerra partigiana divise il Paese e, dopo la fine della guerra, seguirono almeno altri due anni di vendette e di uccisioni, per la verità non diversamente da quanto accadde in Francia, in Belgio, in Olanda, in Norvegia.
Non si vuole ricordare che lo sbarco in Sicilia fu favorito dalla mafia locale, in combutta con quella italo-americana. Sulla morte di Giuliano è sceso il mistero come su tante altre morti illustri. La Repubblica nacque in una selva di ambiguità politiche: il separatismo siciliano, il timore ossessivo dei comunisti, l’intervento della Chiesa per salvare il salvabile dopo il disastro della sconfitta, con la Democrazia Cristiana. Ci fu un referendum istituzionale, affrettato e contestato, con un milione e mezzo di Italiani che non poterono votare per il Re o per la Repubblica perché ancora prigionieri di guerra.
La grigia Luogotenenza finì con il Re di maggio, una fine almeno più dignitosa di quella dei Savoia, dopo la vergogna della fuga di Brindisi. Stendiamo un velo pietoso. Forse non si poteva fare altrimenti. Le donne, però, votarono per la prima volta, e fu un grande segno di partecipazione, di democrazia e di civiltà.
Si formarono e scomparvero partiti e partitini improvvisati dopo il 25 luglio, sostituiti da partiti più solidi, ideologizzati, che dettero struttura al nuovo Stato, nonostante le ambiguità della loro nascita.
Non si fecero processi al passato, se non blandi ed inutili. La cosa rimase sospesa perché si preferì attribuire il disastro di una guerra perduta alla dittatura, sorretta per vent’anni dal consenso popolare. Generali incapaci e generali felloni, colpevoli di crimini di guerra, rimasero tranquilli a casa loro o vi tornarono, calmate le acque, dopo un brevissimo esilio. Non si fecero i conti con il passato e i nostri criminali di guerra, al massimo, si misero a scrivere inutili memoriali.
Va bene tutto. Si può capire. Ma dopo?
Ricordo i vari tentativi di colpo di Stato, la guerriglia strisciante nelle piazze, la stagione degli attentati, i compagni che sbagliano, l’omicidio di Moro, il disastro dell’Itavia, le Brigate rosse, i Servizi deviati. Ancora oggi s’indaga su Piazza Fontana, su Brescia, sull’attentato all’Italicus. Una Magistratura, spesso, nell’impossibilità di capire. Attenzione, di fascicoli si può morire, specie se si tratta di mafia.
Non faccio cronologia. Ce li ricordiamo tutti questi tragici eventi.
L’Italia era un Paese di frontiera nelle mani degli Americani, come oggi, vincolato da un Trattato di Pace che ci tolse tutto, forse anche l’onore, nonostante ci fossimo travestiti per un anno da cobelligeranti. Restò solo “la personale cortesia” ad ascoltarci degli Alleati, invocata da De Gasperi.
Il trentennio e più di regime democristiano, integrato poi dal centrosinistra, è finito travolto dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie di Mani Pulite. Ha segnato, però, anche la rinascita del Paese, l’innegabile miracolo economico, ma quanti scandali, quante ruberie, quanti intrecci più meno mafiosi, nell’ossequio costante al prepotere d’oltre atlantico!
La Costituzione fu il riscatto di un popolo tornato ad essere libero, ma quanto della Costituzione è rimasto inapplicato? Quanto delle riforme fatte successivamente hanno stuprato il disegno originario del legislatore costituzionale? Basterebbe pensare al fatto che partiti e sindacati non sono mai stati regolati, all’introduzione dell’ordinamento regionale. Si disse, allora, che non sarebbe costato neppure una lira all’erario. Infatti…
A volo d’uccello, poche sono le cose di cui possiamo vantarci. Non foss’altro, di far parte della famiglia europea. Non sono stati anni terribili, ma funesti. E siamo ancora qui, con le Istituzioni un po’ traballanti, una legge elettorale ogni due anni, una fragilità istituzionale preoccupante. Questa è la realtà.
Però, oggi ho visto la parata del 2 giugno. La festa della Repubblica in un Paese che cerca di ritrovare se stesso.
Hp notato che non c’era Salvini, il nostro nazionalista duro e puro, e neanche l’opposizione, non la Schlein, non Conte, né Fratoianni né Bonelli, neppure Renzi. Si sentivano a disagio nel vedere lo spettacolo di un’Italia fiera delle proprie forze armate?
Lo confesso. a me quelle bandiere, quelle fanfare, quelle giovani facce in divisa, mi hanno commosso e mi sono detto: questa è davvero l’Italia, nonostante tutto.
Perché nonostante ciò che accaduto in passato, le polemiche feroci, le carenze incredibili, un governo paralizzato dalla mancanza di soldi e un’opposizione paralizzata dalla mancanza d’idee, beh, devo dirlo, questo, è il mio Paese ed è un grande Paese e ne sono orgoglioso.
Non schiera armamenti nucleari e missilistici come altri. Non vuole intimorire nessuno. Le quadrate legioni imperiali della Roma fascista, ridicola, retorica e fallimentare, sono svanite. Non c’erano ma c’era invece una folla festante con i bambini che sventolavano bandierine tricolori.
Non le parate truculente della Piazza Rossa di Mosca, Pyongyang o di Pechino. Quelle, lasciamoli agli orchi della brutta favola che stiamo vivendo.


























