di Stelio W. Venceslai


sentire Israele e l’Iran, che sono i veri comprimari della questione, una volta tanto d’accordo, questa guerra non finirà subito. Solo Trump è convinto, invece, del contrario. Perché, non si sa e non lo sa nemmeno lui. Ma lo dice, in versioni differenti, è vero, ma lo dice al popolo beota che l’ha votato e prega per lui, benedetto dalla Bibbia.

Abbiamo vinto, stiamo vincendo, abbiamo distrutto 40 navi portamine iraniane (non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti). No, 40 navi della flotta iraniana, le basi missilistiche, i missili balistici, le fabbriche di missili e di droni, l’aviazione e i campi d’aviazione iraniani. Tutte chiacchiere. Praticamente, per lui, la guerra è quasi finita con il trionfo delle forze americane e il ritorno in patria degli eroi.

L’Iran attacca su tutti fronti le guarnigioni americane, blocca lo stretto di Hormuz e mette in crisi i mercati mondiali. Medita, addirittura, di attaccare la California. Il regime dei preti è come una tarantola, reagisce con un morso avvelenato. È solido e compatto. Di contestazioni neppure l’ombra. Non doveva cadere sotto la pressione della folla esaltata dall’arrivo dei liberatori americani? 

Per seguire storditamente Netanyahu, Trump si è cacciato in un grosso guaio aprendo un conflitto con l’Iran senza avere la più pallida idea né del Paese da attaccare né delle prospettive della guerra intrapresa, né delle soluzioni politiche possibili. Brancola alla cieca e dice sciocchezze.

La flotta americana, che è la più potente nel mondo, spara missili ma si guarda bene dallo intervenire nello Stretto di Hormuz. Potrebbe farlo facilmente. In fondo, si tratta di pattugliare 30 km di mare. Perché non lo fa? Si teme la difesa costiera iraniana oppure l’esistenza di mine?

Siamo abituati, ormai, alle evoluzioni mentali del Presidente degli Stati Uniti. La sua politica nordamericana è in funzione del consenso dei molteplici elettori e delle beghe personali di Trump che vengono fuori dal caso Epstein. Vanterie e menzogne gettano fumo agli occhi degli Americani, ma dietro c’è il vuoto.

La resistenza iraniana non era imprevedibile. L’unione del popolo con il suo governo non era prevista. L’orgoglio nazionale, di fronte ai bombardamenti indiscriminati, al massacro delle popolazioni ed alla devastazione inflitta dagli Israeliani e dagli Americani, non era tenuto in alcun conto. L’Iran è un osso duro. Dov’è la vittoria in breve tempo, quella che doveva essere una semplice operazione chirurgica?

Israele ha degli obiettivi coerenti. Spezzare le ossa all’Iran. Se ne può dissentire, ma Israele ha ragioni da vendere. L’Iran ha proclamato fin dalla nascita del regime la sua volontà di cancellare Israele dalla scena del Medio Oriente. Ora Israele applica il principio biblico dell’occhio per occhio, dente per dente. La verità è che Israele è all’attacco, e gli Usa sono a rimorchio.

Ma Trump? Quali sono i suoi obiettivi? Di portare libertà e democrazia a Teheran? Non ci crede più nessuno e non se ne parla più. D’impadronirsi delle risorse petrolifere iraniane? Ma, intanto, il petrolio comincia a scarseggiare in tutto il mondo e i prezzi delle derrate alimentari sono in ascesa, come l’inflazione, anche negli Stati Uniti. Portar via l’uranio arricchito per impedire che l’Iran possa dotarsi prima o poi di una bomba atomica?  Gli stessi esperti militari americani dubitano del successo di una simile operazione che potrebbe tradursi in un disastro sanguinoso.

Da qualunque parte la si giri, l’Iran sempre una mela avvelenata è.

Per il presunto reggitore del mondo si apre uno scenario alla Vietnam o, peggio, tipo Afghanistan. Non è una bella prospettiva.

Trump cerca Putin. È preoccupante. Putin è un grande amico di Trump. Potrebbero mettersi d’accordo: tu mi molli l’Ucraina e io ti mollo l’Iran. Fantascienza? Mica tanto. Trump ci ha abituato a queste mosse imprevedibili. In fondo, a ben vedere, sono sulla stessa barca: invasori tutti e due che non la sfangano. Hanno bisogno di una vittoria i nuovi Cesari dell’est e d’oltreatlantico.

Se non vincono, uno perde la testa e l’altro il potere. Le sciocchezze si pagano, anche se costano migliaia di morti.

A fronte di questi due soggetti, Netanyahu fa una bella figura. Anche lui rischia dii perdere il posto, ma se la gioca dovunque: a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria, in Iran. Israele è in guerra su tre o quattro fronti. Può permetterselo, tanto paga l’amico Trump.

In tanto squallore Cina ed India tacciono: aspettano gli eventi e affilano le armi. Tace anche il Pakistan, preso tra due fuochi.

Chi non tace e, invece, si agita, è l’Europa o, meglio, un pezzo d’Europa. Balbettano di mediazioni. Al momento, una cosa assolutamente inutile ma, almeno, serve a farsi notare. Un po’ di risalto sui media con qualche bella foto della Von der Layen, il Kerenskij della fine dell’Unione europea.

In Italia si fa un po’ di più: la politica della scimmietta: non vedo, non sento, non parlo. Noi non c’entriamo anche se siamo i più colpiti dalle pazzie di Trump. Ma lui è un amico, ci fa dei complimenti. Siamo il cane fedele, usque ad mortem.