di Ruggero Morghen
Capita talvolta – avverte il compianto Vito Moretti nel suo volume “Le ombre adorne” (Tabula Fati, Chieti 2016) – di “registrare fatti dapprima smarriti e successivamente ridestati all’esistenza, resi di nuovo utili”. Così mi è successo di recuperare, da una casella di posta elettronica dismessa, alcuni brevi versi dedicati a un personaggio un tempo assai conosciuto nell’Alto Garda trentino e la cui memoria tuttavia, a ormai tredici anni dalla sua scomparsa, permane ancora viva.
Scrivevo dunque nel luglio del 2013, in memoria di Fra’ Antonio Baruzzi: “Nell'autostop dei Cieli Frate Antonio Ledrense è raccolto dagli Angeli ciclisti che a turno, sorridenti, gli fan posto sulla loro canna”. Richiamavo nella poesiola (che al tempo piacque anche a Sergio Molinari) l’abitudine, da parte del francescano ledrense, a ricorrere per i suoi spostamenti all’autostop, pratica già in declino negli ultimi suoi anni e che lo vide comunque irriducibile protagonista e quasi testimonial. L’autostop chiesto ai ciclisti invece che alle auto è invece una mia licenza poetica, per dar più corpo e materia a quel suo angelico peregrinare nei cieli.
Il ricordo diffuso attraverso i social è piaciuto, devo dire, alla famiglia Piva, a Sonia ed Elena e in particolare a nonna Emma Baruzzi, sorella di fra Antonio, mentre Giorgio Zambarda ricorda i tanti passaggi che gli ha dato e Silvano Cavalieri le chiacchierate con fra Antonio “persona sensibile”. Maria Luisa Crosina, benemerita nello studio del beato Pacifico Riccamboni (anch’egli francescano, e dei primi) ne ricorda la dolcezza, Giampietro Baldo è verso lui riconoscente. Loris Tasin diverse volte gli diede un passaggio da Rovereto a Riva per andare in Val di Ledro. “Quanti autostop! Quanti passaggi e quanta dolcezza in quest'uomo” scrive Bruna Dalponte. “Proprio un grande uomo” aggiunge Marco Merighi, che se non conobbe Chiara Lubich poco ci manca.
Il 15 luglio 2013, nella chiesa parrocchiale di Molina di Ledro, si svolgevano i funerali di fra’ Antonio Baruzzi, deceduto all’età di 83 anni. Dopo una vita vissuta secondo i dettami di San Francesco - informava il collega Aldo Cadili - il religioso aveva trascorso vari periodi nei conventi trentini dell’Ordine, da ultimo in quello di Campo Lomaso. Con l’aggravarsi della malattia, da tempo era ricoverato nell’infermeria francescana di Trento, dove è avvenuto il decesso. Fra Antonio era molto legato a Molina che aveva lasciato giovanissimo, tanto che vi ritornava appena poteva. Era lui l’animatore delle “Quarantore”, funzione che nel paese ledrense, per una tradizione tuttora praticata, si svolge negli ultimi tre giorni di carnevale.
Anche il Bollettino delle Parrocchie di Ledro intese contribuire, talvolta ripetendo, a delineare il profilo di Fra’ Antonio. “Novizio a sedici anni, professo, poi questuante nei vari conventi della provincia: Arco, Rovereto, Trento, Lomaso; infine assistente ai confratelli ammalati nell’infermeria del convento. Visita ogni giorno – scrivono come ancora accadesse - le tombe nel piccolo cimitero del Belvedere S. Francesco sussurrando presso ciascuna una preghiera, un’invocazione, un ricordo. Nell’interpretazione della Regola s’è fatto povero ed umile, bussando a mille porte per chiedere la questua; non fa prediche se non con la sua condotta e con la persona scarnificata dalle preghiere e dalla penitenza. Dove lo accolgono, porta parole di conforto, di partecipazione, di coraggio a chi materialmente ha più di lui. Al paese torna sempre, appena può, per partecipare a tutti i tradizionali appuntamenti religiosi: nei tre giorni delle Quarant’ore, nella festa dell’Addolorata di Barcesino e in quasi tutte le occasioni liturgiche più importanti”.

























