IL POPOLO

Politica



Quando muore un amico, si apre un vuoto grande nel nostro cuore: quando l’amico che ci lascia per sempre lo fa nel modo tragico e improvviso di Toni Bisaglia ancor più grandi sono lo stupore misto ad incredulità, lo sbigottimento e il dolore. E’ partito per l’ultimo viaggio cadendo in mare: lui uomo di pianura, di quel Polesine terra di acque e di fiumi maestosi. Era poco abituato al mare, amante invece e soprattutto delle sue montagne e delle sue vallate venete. E’ partito lasciando in tutti noi un amaro rimpianto ed un insegnamento fecondo.
Una nuova stella è apparsa nello squallido panorama politico dell’opposizione, Vannacci e la schiera dei suoi seguaci che, secondo i sondaggi, cresce in modo imprevisto. In un certo senso, è un fatto nuovo, non nuovissimo, ma importante. Del generale sappiamo tutto o quasi. Uomo di destra, buon soldato, con il suo libro ha detto molte verità che l’ipocrisia ufficiale non accetta.
Seguo con particolare interesse ciò che sta maturando tra gli amici di Iniziativa Popolare, di Insieme, del Centro democratico di Tabacci e di Più Uno di Ruffini, così come sono attratto dal progetto avviato del “campo degasperiano” dagli amici raccolti dal sen D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia e dall’amico Ivo Tarolli con il suo movimento Piattaforma Popolare. Si tratta di superare questa frammentazione di progetti e di ricercare l’ubi consistam attorno ai fondamentali della nostra comune ispirazione popolare e democratico cristiana.
Si è spesso discusso se la fine della cosiddetta Prima Repubblica e dei principali partiti dei suoi governi sia da attribuire più al divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia del 1981 (che sottrasse ai Politici il potere significativo di decidere gli investimenti pubblici e di programmare qualcosa di strategico); oppure alle privatizzazioni (che recisero gli ultimi legami tra la Politica e le grandi e medio-grandi imprese) e al fenomeno, ben pilotato, di "mani pulite" poco più di dieci anni dopo. Ma c'è un altro aspetto, soprattutto per quanto riguarda la Democrazia Cristiana, spesso molto sottovalutato: lo scarso peso attribuito alla crescita ed alla epopea della Lega.
Che il governo Meloni consideri essenziale, prima di terminare il suo mandato naturale, predisporre una nuova legge elettorale, praticamente all’ultimo minuto, è solo velleitario. L’esperienza delle leggi elettorali modificate dai vari governi in carica prima di andare alle elezioni è sempre risultata negativa e controproducente per il governo che la proponeva. Potrebbe essere così anche questa volta. L’idea è piuttosto infantile: adesso faccio una legge elettorale così resto al potere.
Assistiamo a un grande movimento al centro della politica italiana. A sinistra, si muovono Renzi e Calenda su posizioni distinte e distanti, entrambi interessati (più sicura la posizione di Renzi meno quella del sempre altalenante Calenda) alla costruzione di un’area centrale a sostegno del campo largo e, insieme a loro, sono ben piazzati il Centro Democratico, raccolto attorno all’on Bruno Tabacci e al costituendo movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. Sono tutti questi progetti finalizzati a irrobustire il campo largo in alternativa alla destra del trio Meloni-Salvini-Taiani.
All’interno del dibattito che si è aperto nella Democrazia Cristiana per saldare patrimonio del passato e proiezione verso il futuro, il senatore Renzo Gubert sottolinea dei punti fermi in un comunicato di cui riportiamo alcuni essenziali passaggi.
Più di quattordici milioni di italiani col voto referendario hanno compiuto una scelta in difesa della Carta costituzionale. Ora si tratta di raccogliere il significato di quella consultazione popolare, che impone un’attenta rilettura della Costituzione per realizzare compiutamente le sue indicazioni a partire dai principi fondamentali. Responsabilità che si impone a tutti i partiti, soprattutto a quelli che si rifanno a culture politiche che in quei principi affondano le proprie radici.
Doveva essere una scelta per la separazione delle carriere, ma, il voto del referendum costituzionale, alla fine si è rivelato uno tsunami per entrambi gli schieramenti politici del bipolarismo forzato del “rosatellum”. Sul fronte del centro destra, ha favorito la conclusione cruenta del duello tra il duo Meloni-Del Mastro e La Russa-Santanché, finito in pareggio, mentre al ministero della giustizia, il ministro Nordio, dichiaratosi responsabile politico della sconfitta, se la è cavata, almeno sin qui, con le dimissioni forzate della sua capo di gabinetto, Bartolozzi e del sottosegretario Del Mastro. Forza Italia, principale sostenitrice della riforma nel ricordo delle battaglie del Cavaliere, esce distrutta dal voto e, da casa Berlusconi, già si annunciano repulisti nel partito largamente sostenuto finanziariamente e dai media di famiglia. Anche nella Lega la situazione è in forte movimento.
Il successo c’è stato. Innegabile e importante. La Destra di governo, dopo quattro anni di ambiguità e di presunzioni, poco ha pensato e nulla ha prodotto ma è riuscita con il topolino sulla giustizia a richiamare il popolo assente sulla scena politica. Non è poco. Come dire che gli errori producono effetti positivi. Gliene va dato il merito. Le promesse elettorali sono andate in fumo e, fallito il referendum sulla giustizia, la Meloni è adesso con il cerino in mano. Si profila un anno finale di tormenti, prima delle politiche.L’opposizione esulta, ma è roba da poco, almeno al momento.