IL POPOLO

Politica



Guardando al prossimo congresso della Democrazia Cristiana, che si terrà in ottobre di quest’anno, si fa fatica a trattenere le tante incipienti aspettative che l’evento sprigiona. Nella prospettiva, assai impegnativa, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione che una contingenza politica così delicata, e al contempo incandescente, offre, per tutte le questioni aperte che non trovano soluzione, quando non aggravate da scelte che continuano a maturare entro cornici dottrinali populiste: dagli affari interni, alla linearità e coerenza con gli interessi del paese nei rapporti internazionali - mentre non arretra la tendenza di certi autocrati verso soluzioni belliciste - appare ineludibile promuovere un coerente progetto politico, sulle linee guida dell’insegnamento di don Luigi Sturzo, capace di ridare speranza, nuovo sviluppo e maggiore incisività ed autorevolezza al paese nel promuovere politiche di pace e di rispetto dei popoli.
Siamo alle prese con due opposti estremismi: a destra, l’ex generale Vannacci, che intende riportare indietro le lancette della storia; a sinistra, le scomposte idee filorusse del mutevole Conte del M5S, fotocopia di quelle interpretate da Matteo Salvini, vice presidente del consiglio. In presenza di un’Italia allo sbando in politica estera con tre diverse visioni fra i partiti della maggioranza e una minoranza altrettanto divisa, è indispensabile ricomporre un’ampia alleanza di centro, autonomo, plurale e capace di mettere insieme esponenti delle culture democratiche, popolari, liberali, repubblicane, riformista socialiste.
L’ennesima beffa per il Paese di una entusiasmante narrativa che non regge più e non esiste più. Mentre l’Italia e gli Italiani giorno e notte fanno i conti con il caro vita, riforme mancate, una de - industrializzazione che si sta consumando nei fatti ed uno svuotamento del welfare state oramai palese, ieri alla Camera si consuma l’ennesimo beffa degna di un’opera tra il grottesco ed il drammatico, il solidissimo (così forzatamente narrano) governo Meloni in tema di legge elettorale sull’emendamento sulle preferenze va sotto per un voto e prevale il no.
C’è qualche amico “disponibile” verso la destra meloniana e del trio di governo. Sono amici affetti dalla sindrome antisinistra che, dimentichi della miglior tradizione democratico cristiana cui dicono di ispirarsi, non comprendono o fanno finta di non comprendere i gravi rischi che stiamo correndo con le scelte del trio in materia di legge elettorale. Non a caso li ho altre volte connotati come i “cavazzoniani” di ritorno, atteso che la legge del melonellum va ben al di là della “legge truffa” di connotazione comunista nel 1953.
Quando muore un amico, si apre un vuoto grande nel nostro cuore: quando l’amico che ci lascia per sempre lo fa nel modo tragico e improvviso di Toni Bisaglia ancor più grandi sono lo stupore misto ad incredulità, lo sbigottimento e il dolore. E’ partito per l’ultimo viaggio cadendo in mare: lui uomo di pianura, di quel Polesine terra di acque e di fiumi maestosi. Era poco abituato al mare, amante invece e soprattutto delle sue montagne e delle sue vallate venete. E’ partito lasciando in tutti noi un amaro rimpianto ed un insegnamento fecondo.
Una nuova stella è apparsa nello squallido panorama politico dell’opposizione, Vannacci e la schiera dei suoi seguaci che, secondo i sondaggi, cresce in modo imprevisto. In un certo senso, è un fatto nuovo, non nuovissimo, ma importante. Del generale sappiamo tutto o quasi. Uomo di destra, buon soldato, con il suo libro ha detto molte verità che l’ipocrisia ufficiale non accetta.
Seguo con particolare interesse ciò che sta maturando tra gli amici di Iniziativa Popolare, di Insieme, del Centro democratico di Tabacci e di Più Uno di Ruffini, così come sono attratto dal progetto avviato del “campo degasperiano” dagli amici raccolti dal sen D’Ubaldo, direttore de Il Domani d’Italia e dall’amico Ivo Tarolli con il suo movimento Piattaforma Popolare. Si tratta di superare questa frammentazione di progetti e di ricercare l’ubi consistam attorno ai fondamentali della nostra comune ispirazione popolare e democratico cristiana.
Si è spesso discusso se la fine della cosiddetta Prima Repubblica e dei principali partiti dei suoi governi sia da attribuire più al divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia del 1981 (che sottrasse ai Politici il potere significativo di decidere gli investimenti pubblici e di programmare qualcosa di strategico); oppure alle privatizzazioni (che recisero gli ultimi legami tra la Politica e le grandi e medio-grandi imprese) e al fenomeno, ben pilotato, di "mani pulite" poco più di dieci anni dopo. Ma c'è un altro aspetto, soprattutto per quanto riguarda la Democrazia Cristiana, spesso molto sottovalutato: lo scarso peso attribuito alla crescita ed alla epopea della Lega.
Che il governo Meloni consideri essenziale, prima di terminare il suo mandato naturale, predisporre una nuova legge elettorale, praticamente all’ultimo minuto, è solo velleitario. L’esperienza delle leggi elettorali modificate dai vari governi in carica prima di andare alle elezioni è sempre risultata negativa e controproducente per il governo che la proponeva. Potrebbe essere così anche questa volta. L’idea è piuttosto infantile: adesso faccio una legge elettorale così resto al potere.
Assistiamo a un grande movimento al centro della politica italiana. A sinistra, si muovono Renzi e Calenda su posizioni distinte e distanti, entrambi interessati (più sicura la posizione di Renzi meno quella del sempre altalenante Calenda) alla costruzione di un’area centrale a sostegno del campo largo e, insieme a loro, sono ben piazzati il Centro Democratico, raccolto attorno all’on Bruno Tabacci e al costituendo movimento Più Uno di Ernesto Maria Ruffini. Sono tutti questi progetti finalizzati a irrobustire il campo largo in alternativa alla destra del trio Meloni-Salvini-Taiani.