IL POPOLO

Politica



Ho seguito con interesse il confronto apertosi sul prossimo referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici. Pur non essendo contrario a detta separazione, alla fine, ritengo sia più importante evitare ogni tentativo di annullare la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione tra legislativo, esecutivo e giudiziario. Ecco perché ho aderito al Comitato De Gasperi-Moro per il NO alla separazione delle carriere, così come nel 2016 con gli amici Gargani e Tassone costituimmo il Comitato dei popolari per il NO alla “deforma costituzionale” promossa dall’allora presidente del consiglio Matteo Renzi.
Combatto da molto tempo per la costruzione di un centro nuovo della politica italiana ampio e plurale, frutto della confluenza delle grandi culture politiche democratiche: popolari, liberali e riformiste, unite nel segno della difesa e attuazione integrale della Costituzione. Un centro alternativo all’attuale maggioranza di destra nazionalista e sovranista che, con le sue scelte, sta colpendo a ripetizione alcuni dei fondamentali della nostra Carta costituzionale.
E’ passato più di un anno dalla nascita del Movimento Iniziative Popolari, ringrazio tutti per l’impegno costante con cui lo stesso sta operando per rimettere insieme un’area politica che dal 1994 ha cessato di esistere unitariamente, li ringrazio anche per le battaglie che si sta promuovendo in difesa della Democrazia Parlamentare in modo trasversale attraverso il Comitato Iniziative Popolari. Oggi, ritengo che siano maturi e doverosi i tempi per una vera ricomposizione dell’area politica o meglio del polo Popolare Democratico Cristiano in alternativa ai presenti.
Preoccupa il disegno politico che la Presidente del Consiglio porta avanti, che è quello del superamento dei principi democratici su cui si è fondata la Repubblica il 2 giugno del 1946, con il referendum istituzionale e con l’entrata in vigore della Costituzione il 1 gennaio del 1948. Molti commentatori, più interessati agli slogan semplificativi che alle analisi, hanno deciso che questa fase è una seconda repubblica. E’ un abuso terminologico,un sottrarsi ad un serio approfondimento della situazione.
Ormai 25 anni fa moriva a Roma Flaminio Piccoli; ma quand’era nato? Manlio Goio è probabilmente l’unico biografo al mondo che non indica la data di nascita del suo soggetto: forse per timore reverenziale, forse per non mescolarlo troppo alle umane cose. Lo ha fatto in un antico instant-book preelettorale per la collana rusconiana che recava un titolo singolare e tristemente profetico: si chiamava infatti, già nel 1972, “Prima linea”. Ma Flaminio Piccoli era nato nel 1915, dunque proprio centodieci anni fa, a Kirchbichl, un villaggio del Tirolo austriaco che già nel nome porta la parola “Chiesa”. Nomen omen, è appena il caso di dire. Politico e giornalista, Piccoli ebbe a che fare (e molto) con la Dc, l’Adige (il giornale, non il fiume) e l’Ac. Nominato nel 1952 presidente dell’Azione cattolica trentina, si schierò con Mario Rossi e Carlo Carretto contro Luigi Gedda, rivendicando l'esigenza di distinzione tra i compiti di formazione religiosa e spirituale dell'associazionismo cattolico e il ruolo politico e autonomo del partito.
Nell’incontro del direttivo di Iniziativa Popolare, tenutosi on line martedì 2 dicembre, l’On Mario Tassone ha proposto di avviare un movimento per la difesa della democrazia e la libertà nel nostro Paese. Di fronte al sistematico attacco all’equilibrio dei poteri previsti dalla nostra Costituzione, con l’annunciata riforma della legge elettorale di finto proporzionale, surrogatoria di quel premierato (unicum nel suo genere nel mondo) indicato dalla Meloni, il governo della destra mira a superare la nostra repubblica parlamentare per giungere a una situazione di dominio dell’esecutivo sulla magistratura e sullo stesso parlamento, già svuotato, de facto, della sua normale funzionalità.
Già è difficile risalire la china per tentare di raggiungere la maggioranza del consenso elettorale, se poi, a sinistra, alle indubbie capacità di conduzione tattica della premier si aggiunge il comportamento tafazziano dell’On Giuseppe Conte, tutto risulta più complicato. All’invito rivolto alla Schlein dalla Meloni di partecipazione all’imminente incontro di Atreiu, la segretaria del PD aveva accettato, purché potesse avvenire un confronto diretto Meloni-Schlein. Furbesca la manovra meloniana che, raccogliendo la disponibilità di Conte, replicava che non spettava a lei scegliere il/la leader dell’opposizione”, per cui confermava la disponibilità di un incontro-confronto a tre: Meloni-Schlein-Conte.
Credo sia indispensabile tornare alla fondamentale esperienza sturziana della ripartenza dalla base. Finito il tempo dei grandi partiti politici portatori degli interessi e dei valori presenti nella realtà sociale, serve ricostruire momenti di partecipazione democratica, che si potrebbero favorire con l’avvio di comitati civico popolari nei quali discutere con elettrici ed elettori sui temi locali e globali. Da parte di noi cattolici democratici, liberali e cristiano sociali, dovremmo essere portatori di valori ispirati dalla dottrina sociale cristiana e dalla volontà di difendere e realizzare compiutamente quelli della Costituzione repubblicana, favorendo l’emergere di indicazioni di programma locali e globali declinati sull’equilibrio degli interessi tra ceti medi e classi popolari.
In Italia il nome del Partito popolare è associato indissolubilmente al nome di don Luigi Sturzo. Non si potrebbe infatti concepire tutto il decorso del popolarismo – rileva Gabriele De Rosa, “studioso oggi dimenticato erroneamente” (lamenta Claudio Siniscalchi, che con lui si laureò) – senza riferirsi alla figura dominante del prete di Caltagirone, alla sua azione e al suo pensiero politico. De Rosa lo ribadisce nel testo pubblicato nell’Universale Laterza, che conserva criteri e caratteristiche della prima edizione del suo “Partito popolare italiano”.
Mi vengono continuamente poste delle domande di amici sulla situazione politica economica e istituzionale del Paese. Si cercano chiarimenti alle convulsioni di un presente in cui percorsi, decisioni, comportamenti sono scarsamente illuminati da razionalità. Non ho risposte da dare. Vivo anche io la crisi dell’oggi. Allora non c’è spiegazione? No, alcune riflessioni si possono e si debbono fare se si ha la volontà di non fermarsi alla superficie degli accadimenti. La causa è quella più volte indicata nella crisi della politica, nel ribaltamento dei presidi costituzionali che hanno consentito alla nostra democrazia di rafforzarsi al servizio dello sviluppo.