IL POPOLO

Politica



Più di quattordici milioni di italiani col voto referendario hanno compiuto una scelta in difesa della Carta costituzionale. Ora si tratta di raccogliere il significato di quella consultazione popolare, che impone un’attenta rilettura della Costituzione per realizzare compiutamente le sue indicazioni a partire dai principi fondamentali. Responsabilità che si impone a tutti i partiti, soprattutto a quelli che si rifanno a culture politiche che in quei principi affondano le proprie radici.
Doveva essere una scelta per la separazione delle carriere, ma, il voto del referendum costituzionale, alla fine si è rivelato uno tsunami per entrambi gli schieramenti politici del bipolarismo forzato del “rosatellum”. Sul fronte del centro destra, ha favorito la conclusione cruenta del duello tra il duo Meloni-Del Mastro e La Russa-Santanché, finito in pareggio, mentre al ministero della giustizia, il ministro Nordio, dichiaratosi responsabile politico della sconfitta, se la è cavata, almeno sin qui, con le dimissioni forzate della sua capo di gabinetto, Bartolozzi e del sottosegretario Del Mastro. Forza Italia, principale sostenitrice della riforma nel ricordo delle battaglie del Cavaliere, esce distrutta dal voto e, da casa Berlusconi, già si annunciano repulisti nel partito largamente sostenuto finanziariamente e dai media di famiglia. Anche nella Lega la situazione è in forte movimento.
Il successo c’è stato. Innegabile e importante. La Destra di governo, dopo quattro anni di ambiguità e di presunzioni, poco ha pensato e nulla ha prodotto ma è riuscita con il topolino sulla giustizia a richiamare il popolo assente sulla scena politica. Non è poco. Come dire che gli errori producono effetti positivi. Gliene va dato il merito. Le promesse elettorali sono andate in fumo e, fallito il referendum sulla giustizia, la Meloni è adesso con il cerino in mano. Si profila un anno finale di tormenti, prima delle politiche.L’opposizione esulta, ma è roba da poco, almeno al momento.
Passata è la tempesta, ma non è ancora il tempo per gridare alla vittoria. È solo il primo tempo di una partita lunga e difficile per la difesa della democrazia e la libertà secondo i principi della Carta costituzionale dei padri fondatori. Questa volta l’elettorato non ha disertato le urne e, alla fine, ha prevalso il buon senso e l’amore degli italiani per la Costituzione. Intanto rimane la divisione dei poteri, ora servirà fare molta attenzione alla legge elettorale super truffa del governo e al premierato. Il primo tentativo è stato sventato, ma il confronto e la battaglia continuano.
Questa legge di Riforma della Costituzione non entrerà in vigore se non dopo l’emanazione di una serie di leggi ordinarie (non di riforma costituzionale) che avranno dettato nuove norme: sul Consiglio superiore della magistratura, sull'ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare. Usando una metafora descriviamo il discorso come segue. Questa riforma è un’automobile nuova con un motore nuovo. Ma l’automobile non potrà funzionare ed essere usata se non dopo che le sarà cambiato il vecchio motore con un motore nuovo che deve ancora essere costruito.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo, anche per bilanciare le proposte contrarie. La riforma Nordio non pretende di risolvere tutti i problemi della giustizia penale. Essa introduce alcune misure che mirano a favorire l’instaurarsi di una cultura e di prassi più conformi ai principi costituzionali che regolano l’esercizio del potere giudiziario. Nella coscienza realistica che spesso la ricerca del modello perfetto finisce per unificare ogni concreto tentativo di cambiamento, la scelta di votare SÌ appare come la soluzione più ragionevole.
Ci sono amici, già DC, che ricordando gli anni in cui la magistratura assunse il compito di sostituirsi alla politica, sino a favorire la fine dei partiti della Prima Repubblica, almeno quelli dell’area centrale, DC e PSI in primis, intendono votare per il SI. Ad essi vorrei evidenziare il contesto in cui questa legge di rango costituzionale si pone. Il trio Meloni-Salvini-Taiani che guidano al governo, accanto a questa legge intendono portare avanti una legge elettorale “super truffa” che, a differenza di quella che, nel 1953, propose la DC degasperiana (premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che avesse ottenuto il 51% dei voti) intende assegnare il premio alla lista o alla coalizione che ottenga il 40%.
Secondo l'on. Luciano Azzolini la legge costituzionale sulla magistratura, sulla quale siamo chiamati ad esprimerci in marzo con referendum, non merita conferma, ma egli non cita alcun suo contenuto che motivi tale giudizio. Lamenta che la maggioranza non abbia ascoltato le minoranze, ma è noto che queste hanno assunto la posizione difesa dall'Associazione Nazionale Magistrati che non voleva nessun cambiamento.
Mauro Zampini, ex segretario generale della Camera dei Deputati, ha pubblicato un articolo che illustra i motivi “pesanti” che spingono a votare “no” al prossimo referendum di riforma dell’organizzazione istituzionale della magistratura. Leggo sempre con grande interesse e in generale con condivisione gli scritti di Zampini, già in posizione di vertice dell’amministrazione della Camera dei Deputati e anche per questo scritto leggo, condividendole, le critiche sulla perdita di peso delle Camere nei confronti del potere esecutivo anche per competenze che sono legislative.
Ci sono amici dell’area DC e popolare convinti nella scelta del SI al prossimo referendum costituzionale tra i quali, in molti di loro, sembra prevalere una sorta di volontà di rivincita dopo le tante violenze subite dal nostro partito storico nella “stagione di mani pulite”, insieme alla difesa pur condivisibile principio della separazione dei poteri e delle funzioni tra magistratura giudicante e magistrature inquirente. Noi “ DC non pentiti” vogliamo restare fedeli alla Carta dei nostri padri fondatori: De Gasperi, Dossetti, Moro, Fanfani, La Pira, Gonella, Mortati, e intendiamo difenderla, impegnandoci ad attuarla insieme a quanti condividono questo progetto.