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I dati sull’ingiustizia fiscale italiana espressi da Itinerari previdenziali rivelano che, nel 2025, 8 milioni di contribuenti con redditi sopra i 35mila euro pagano il 65% dell’Irpef e 11,3 milioni non versano nulla. Sono passati molti anni da quel 1960, data nella quale iniziai il mio impegno politico, sollecitato dal tema: chi paga le tasse in Italia? Si sono succeduti molti governi di centro, di sinistra e di destra, ma la musica non è cambiata. Scrive il prof Leonardi (La Repubblica, 25 settembre), economista della Statale di Milano: “Una parte abnorme del gettito è concentrata sull’Irpef di dipendenti e pensionati sopra i 35mila euro lordi. Pagano sempre gli stessi”. Uno Stato che richiede ai suoi cittadini onesti un carico fiscale equivalente a cinque sei mesi di lavoro gratis per le pubbliche finanze, mentre la stragrande maggioranza vive senza controlli degni di una società dotata di tutti gli strumenti necessari, sino a quando potrà essere sopportato?
Dopo la legge super truffa, (premio alla lista che raggiunga almeno il 41% dei voti) e la regalia ai cittadini del “bollo elettorale”, il governo del trio sta pensando di garantire il vitalizio a tutti i parlamentari, onde evitare sorprese al voto della Camera dei deputati sulla legge per il prossimo voto nazionale. Se a sinistra si continua la querelle sfibrante tra programma e leadership, a destra si tentano tutte le strade per garantirsi la continuazione dell’esercizio del potere. E, stavolta, con la garanzia della maggioranza in Parlamento sono in gioco: l’elezione del presidente della Repubblica e di tutte le più importanti istituzioni di vigilanza e controllo oltre a quelle di diretta emanazione del potere di governo.
È questa, in estrema sintesi, ciò che è accaduto ieri al Senato, dopo un’aspra contesa interna tra i partiti della maggioranza di governo, per i quali, alla fine, la necessità di continuare a sopravvivere uniti ha fatto aggio sulla coerenza ai propositi e alle volontà espresse sino a quel momento. Giorgia Meloni, dopo averle tentate tutte, si è resa conto che se Fratelli d’Italia avesse votato con il PD per le preferenze libere, né Taiani né Salvini l’avrebbero seguita e il governo sarebbe saltato. La guerra tattica si trasferisce adesso alla Camera dove la premier, preoccupata della continua crescita del consenso al partito di Vannacci, potrebbe favorire con alcuni dei suoi il fallimento della riforma, conservando il “rosatellum” con cui andare alle elezioni all’inizio del prossimo anno.
Se quanto avvenuto in Sassonia si replicasse nel voto del Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania è evidente che ci troveremmo in una situazione totalmente diversa da quella dell’atto di fondazione comunitario e trattati successivi, con la Germania locomotiva dell’Europa, alla mercè dell’egemonia politica dell’estrema destra tedesca. Una situazione tanto più grave trattandosi di un Paese che si sta riarmando, convertendo molte delle proprie industrie verso la produzione militare, sostenuta dai contributi garantiti dall’UE e di alcuni Stati europei, tra cui il nostro Paese.
Il Movimento Iniziativa Popolare prende atto in modo positivo delle numerose iniziative ed eventi di tanti altri partiti e movimenti che hanno la nostra stessa radice e matrice politica comune; iniziative volte a lavorare per aggregare; tentativi aggregativi di alcuni e congressi di altri si sono svolti in questi mesi. Tutto questo va bene, ma se per il 2027 non saremo di nuovo una cosa sola, un solo volto, un solo partito come fu proprio la DC ed il PPI, avremo inesorabilmente tutti perso tempo, non onorando la nostra storia politica.
Assistiamo incuriositi alle vicende interne ai due poli principali della politica italiana: a destra, che vive la crisi apertasi nella Lega in cui è messa in discussione la leadership di Salvini e, sempre più minacciosa, si rivela la concorrenza all’estrema del generale Vannacci; a sinistra, con il campo largo fermo nella condizione di surplace, indeciso a scegliere tra unità di programma e scelta della leadership attraverso primarie ancora tutte da definire.
Guardando al prossimo congresso della Democrazia Cristiana, che si terrà in ottobre di quest’anno, si fa fatica a trattenere le tante incipienti aspettative che l’evento sprigiona. Nella prospettiva, assai impegnativa, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione che una contingenza politica così delicata, e al contempo incandescente, offre, per tutte le questioni aperte che non trovano soluzione, quando non aggravate da scelte che continuano a maturare entro cornici dottrinali populiste: dagli affari interni, alla linearità e coerenza con gli interessi del paese nei rapporti internazionali - mentre non arretra la tendenza di certi autocrati verso soluzioni belliciste - appare ineludibile promuovere un coerente progetto politico, sulle linee guida dell’insegnamento di don Luigi Sturzo, capace di ridare speranza, nuovo sviluppo e maggiore incisività ed autorevolezza al paese nel promuovere politiche di pace e di rispetto dei popoli.
Siamo alle prese con due opposti estremismi: a destra, l’ex generale Vannacci, che intende riportare indietro le lancette della storia; a sinistra, le scomposte idee filorusse del mutevole Conte del M5S, fotocopia di quelle interpretate da Matteo Salvini, vice presidente del consiglio. In presenza di un’Italia allo sbando in politica estera con tre diverse visioni fra i partiti della maggioranza e una minoranza altrettanto divisa, è indispensabile ricomporre un’ampia alleanza di centro, autonomo, plurale e capace di mettere insieme esponenti delle culture democratiche, popolari, liberali, repubblicane, riformista socialiste.
L’ennesima beffa per il Paese di una entusiasmante narrativa che non regge più e non esiste più. Mentre l’Italia e gli Italiani giorno e notte fanno i conti con il caro vita, riforme mancate, una de - industrializzazione che si sta consumando nei fatti ed uno svuotamento del welfare state oramai palese, ieri alla Camera si consuma l’ennesimo beffa degna di un’opera tra il grottesco ed il drammatico, il solidissimo (così forzatamente narrano) governo Meloni in tema di legge elettorale sull’emendamento sulle preferenze va sotto per un voto e prevale il no.
C’è qualche amico “disponibile” verso la destra meloniana e del trio di governo. Sono amici affetti dalla sindrome antisinistra che, dimentichi della miglior tradizione democratico cristiana cui dicono di ispirarsi, non comprendono o fanno finta di non comprendere i gravi rischi che stiamo correndo con le scelte del trio in materia di legge elettorale. Non a caso li ho altre volte connotati come i “cavazzoniani” di ritorno, atteso che la legge del melonellum va ben al di là della “legge truffa” di connotazione comunista nel 1953.