IL POPOLO

Cultura



Qualcosa non va! Iniziazione cristiana, ossia iniziazione alla vita cristiana, nasce dal desiderio di accompagnare il lettore in un cammino che non è soltanto formativo, ma profondamente trasformativo. In queste pagine l’iniziazione non è intesa come un insieme di norme o passaggi rituali, ma come un vero e proprio ingresso nella logica nuova del Vangelo,
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Tra le dediche librarie a De Gasperi firmate da figure di spicco, non solo legate all’attività della Democrazia cristiana, troviamo quelle di Benedetto Croce, Karl Gruber ed Emilio Sereni. E poi ce n’è una che Massimo Dalledonne, corrispondente per L’Adige da Borgo Valsugana, definisce “davvero particolare”. “Ad Alcide Degasperi – così suona la dedica -, omaggio di schedaiolo a schedaiolo”. L’autore del breve spiritoso scritto è Igino Giordani (non Iginio!), giornalista e politico assai noto: almeno ai Focolarini, agli storici delle biblioteche, ai lettori del “Popolo” e ai devoti di Aldo Grasso (suo figlio Brando fu infatti un potente dirigente televisivo).
Scriveva il filosofo Ugo Spirito nel suo saggio “La vita come ricerca”: “Pensare è obiettare. L’ingenuo ascolta e crede; riceve passivamente la parola altrui, così come i suoi occhi ricevono la luce. Allorché nella sua anima affiora il primo dubbio e a poco a poco egli ne acquista coscienza, al dogma si sostituisce il problema e sorge il pensiero. Non ascolta soltanto, ma reagisce e parla...Alla tesi si contrappone l’antitesi, alla fede il dubbio, alla conclusione l’antinomia...”. Alla base del pensare umano, dunque, vi è la ricerca inesausta, l’incessante moto intellettuale che produce tesi, ma anche antitesi ed individuazione di una soluzione che diventa nuovamente discutibile e contrapposta ad una nuova antinomia e via continuando.
Come invecchia la pelle formando delle macchie, invecchiano pure certi libri facendo affiorare – oggi che li riapriamo – numerose macchie gialle. È il caso di questo “La vita quotidiana secondo San Benedetto”, scritto da Léo Moulin ed edito dalla milanese Jaca Book nel 1980 quale anticipazione di un’opera più ricca e complessa. L’autore, che esprime tutta la sua ammirazione per i paesaggi monastici, venne anche invitato a Rimini, al Meeting ciellino che era allora ancora bambino.
L’editore torinese Aragno dedica un volume, curato da Francesco Perfetti, al carteggio tra Augusto Del Noce ed Ernst Nolte, inspiegabilmente sottaciuto – quest’ultimo – nel titolo e nella formulazione di responsabilità. A tradurre dal tedesco le sue lettere ritroviamo Onorato “Nori” Grassi, voce cospicua del movimento di Comunione e Liberazione fin dai tempi dei tempi. Una scelta indubbiamente felice, se non altro perché Del Noce riteneva Cielle “il più serio movimento giovanile”, anzi “l’unico originale che ci sia oggi in Italia”.
Il Centro di ricerche storiche di Rovigno, con sede nella centralissima piazza Matteotti al civico 13, prosegue la propria attività culturale editando, oltre al periodico “La Ricerca” (titolo programmatico, titolo impegnativo) giunto ormai all’87esimo numero, pubblicazioni monografiche su vari temi. Si va dall’antifascismo a Rovigno e nel Rovignese ai tradizionali canti liturgici e devozionali intonati in Istria. Opera postuma, quest’ultima, di Luigi Donorà, esule di Dignano e storico collaboratore del Centro, con cui s’intende “riaffermare il valore della memoria e della continuità culturale tra il mondo degl’esuli e quello dei rimasti”.
Mi vengono alla mente in questi giorni i duri giudizi formulati da Marcello Veneziani nel 2020 a proposito di Giulio Andreotti. Certamente lo statista romano non era santo de su devoción, tanto che in altra occasione ebbe a scrivere che lui governava l’Italia come fosse lo Stato pontificio. A suo avviso i ritratti condensati dal Presidente nei suoi Visti da vicino erano inguaribilmente “poveri di fatti, evasivi e minimalisti, scialbi e anche un po’sciatti nella prosa, neanche narrati in modo brillante, smentendo – aggiunge impietoso – la fama ironica e spiritosa di Andreotti”. Il giornalista-scrittore di Bisceglie concludeva assai severamente asserendo che nei personaggi da lui ritratti “non c’era il tragico, non c’era lo storico, non c’era neanche il grottesco”. (Pure l’amico Karl Evver, se ben ricordo, avanzava critiche alla prosa andreottiana).
Nel febbraio del 1933 il legionario fiumano (e sansepolcrista) Alessandro Pozzi è a Milano, da dove invia a Gabriele d’Annunzio un significativo telegramma, che firma con Giovanni Comisso, Mario Castagneri e Paolo Meggi, riuniti nello studio milanese di via Passarella 20 per celebrare una fraterna rievocazione di Guido Keller coincidente con il 50° anniversario della morte di Richard Wagner: “Gli animi nostri esultano alla musica divina del Maestro et alle rievocazioni ancor più melodiose di Stelio Effrena”... Nel Proemio alla Vita di Cola di Rienzo, peraltro, non mancano significativi riferimenti al “soffio musicale” e a “un diletto quasi musicale”. D’Annunzio vi scrive anche: “Tanta era talora la musica di tutte le cose, che ci sembrava fossero per vibrare come quelle di uno strumento”.
Ho partecipato recentemente alla presentazione di un libro dal titolo inquietante: ”Una Repubblica nata male”, di Renato Biondini. Ne è seguito un dibattito molto acceso, dominato però da un profilo comune: la pressoché totale ignoranza della storia del fascismo negli ultimi anni e sulla nascita della Repubblica italiana. Dopo più di un secolo dalla costituzione dei Fasci di combattimento (ma cos’erano? Fantasmi del passato?), si parla ancora, spesso a sproposito, di fascismo e antifascismo, in genere con le stesse considerazioni stucchevoli che sono divenute un luogo comune. Un diluvio di pubblicazioni sull’argomento aumenta la confusione di chi vorrebbe capire e conoscere la verità, una verità che sfugge, nella nostra Repubblica, da molti anni, fin dai tempi della sua costituzione e questo è un peccato di conoscenza che ci portiamo dentro.
Nel dicembre del 1916 Giacomo Matteotti legge Gabriele d’Annunzio, che gli sembra una “bellissima cosa mancata”. Qualche mese dopo, conclusa la lettura de Le vergini delle rocce (“la seconda parte migliore”), chiosa così: “Poche bellezze sparse in troppa magniloquenza vana. È però forse il libro più dannunziano di D’Annunzio, quello che rappresenta cioè i suoi poco simpatici seguaci” (10 maggio 1917). Il 4 maggio 1920 da Chieti, dopo un giro sui paesi della Maiella: “Tutto il paesaggio di D’Annunzio. Mi sono fermato specialmente a Guardiagrele, che è nel Trionfo della morte”. Aggiunge quindi una nota di colore: “Gente simpatica gli abruzzesi; conservano un po’tutti il modo di essere e di parlare immaginoso di D’Annunzio”.