di Ruggero Morghen



Nel 2016, giusto dieci anni fa, usciva in libreria “Le ombre adorne” di Vito Moretti (1949-2019). Il volume appariva quale ottantesimo (!) titolo della collana “Nuove scritture” per le edizioni Tabula Fati, che dell’abruzzese Solfanelli sono le sorelle, anzi le gemelle: come le arcinote Cappa di Garlasco (arcinote ma, beninteso, non indagate). 

“Le ombre adorne” venne presentato in una nota editoriale come “libro nuovo ed originale, fuori dalle consuetudini del genere e dagli usi della stessa letteratura”. A me, che non ho fatto le scuole alte (si era in un seminterrato), appare come la storia di un signore, depresso dopo la morte della compagna, che ai giardinetti rinviene casualmente uno zainetto abbandonato e, colla scusa di capire a chi riconsegnarlo, si mette a ficcare il naso nelle cose della proprietaria leggendone avidamente il segretissimo diario, che per lui diviene “i favorevoli racconti di questi fogli”. Non pago di ciò, lo dà pure in visione alla figlia che lavora nell’editoria, perché ne ricavi un romanzo di sicuro successo.

Il protagonista scopre, nel diario, anche una figlia abortita: “Ad ogni ricorrenza ne conto i compleanni nel cuore, come fosse viva in cielo, fra i piccoli angeli”. E un cane morto, dopo “la sua ultima rincorsa, in quel cielo che per lui è ancora adesso un prato dove non secca l’erba né tardano a sbocciare i fiori”. Ecco, nel romanzo di Moretti, anche il vento che soffia e che è per il protagonista come “il fiato misericordioso della natura”, mentre la terra appare “eccitata dai solchi recenti e dallo zelo degli aratri”. E poi c’è Sandra, che nel ricordo è “la sua isola rosa, la mappa dei conforti e degli incendi”.

L’autore, che viveva tra San Vito Chietino (dov’era nato) e Chieti (dove risiedeva), era docente universitario, poeta, narratore e saggista. Aveva anche reso noti alcuni carteggi e scritti inediti di Gabriele d’Annunzio, suo ingombrante conterraneo, e promosso convegni e seminari sulla letteratura abruzzese e nazionale, con la stampa dei relativi atti, curandone l’edizione critica o la riproposta in volume. «Di lui - scrive Franco Pasquale, scrittore teatino - va poi sottolineata la grande generosità nel mettersi sempre a disposizione degli autori per i quali gratuitamente si prodigava nella fase editoriale della promozione e delle presentazioni. Senza risparmiarsi. In questo era un caso isolato”. 

Nicola Fiorentino, dal canto suo, si sofferma sul misticismo del nostro e, più in generale, sul suo cristianesimo proprio in anni in cui – osserva - a parere di molti, il messaggio del Concilio Vaticano II veniva disatteso e dimenticato; tanto più che questo suo sentimento religioso si ripresenta nelle opere di Moretti come una delle tematiche ricorrenti. Un misticismo – rincara la dose - intransigente e veemente, lontanissimo dal pietismo ipocrita delle sacrestie. Con Moretti farebbe la sua entrata nella scena poetica abruzzese la poesia religiosa, che finora mancava pressoché del tutto. “Prima di lui – conclude Fiorentino - due soli componimenti erano ispirati da un autentico afflato religioso: uno era di Giovanni Spitilli e l’altro portava la firma di Aldo Aimola. Per il resto, il deserto: a meno che non si voglia considerare poesia religiosa quelle pedisseque e goffe traduzioni dal Vangelo che formano le itineranti Viae Crucis organizzate dalla Settembrata Abruzzese”. 

Quanto a Lorenzo Spurio, egli apprezzava di Moretti particolarmente l’attività di critico ed esegeta di testi letterari della tradizione abruzzese, con particolare attenzione a d’Annunzio: “Era stato così gentile da inviarmi estratti delle sue opere a mezzo e-mail ed altre me le avrebbe sicuramente inviate per posta quale dono, come mi aveva promesso, avendo avvertito nelle mie parole un grande interesse verso il suo lavoro ermeneutico. Purtroppo non ve ne fu il tempo”.