dell' on. Vitaliano Gemelli
Tra febbraio e marzo 2026 abbiamo perso due intellettuali che hanno segnato il pensiero filosofico contemporaneo con due impostazioni diverse, ma altrettanto importanti, avendo in comune la visione essenziale della complessità della società. Di Dario Antiseri mi interessa sottolineare il suo “relativismo”, che non è una interpretazione del Principi e dei Valori, ma la personalizzazione che ciascuno fa, secondo la capacità individuale di viverli e attuarli. È evidente e insito il concetto profondo di democrazia, corredato dalla considerazione della uguaglianza della dignità di tutte le persone; ma oltre a questo, è implicita la consapevolezza che ha della Misericordia Divina, che non esclude nessuno dal perdono, se, anche inconsapevolmente, si ammettono gli errori o più propriamente i “peccati”, anche secondo il “fallibilismo” popperiano. Antiseri, con questo pensiero, attivò una dialettica all’interno del mondo cattolico, ma penso, nella mia condizione solo di fedele, che le rigidità della interpretazione dottrinale negano la poliedricità e la capacità di comprensione del pensiero della società e ridimensionano il concetto sublime e infinito della Misericordia.
Jurgen Habermas con la “Teoria dell’agire comunicativo” sottolinea che non è tanto la conoscenza che può definire la ragione di un pensiero, ma la comunicazione della stessa conoscenza che definisce la verità di chi la ricerca. In effetti Habermas prende in considerazione i multiformi aspetti del pensiero umano, che diventa sempre pensiero personale e soggettivo, nei due momenti della esposizione e del recepimento rispetto ad un argomento dato, per dimostrare che la comunicazione della conoscenza è essenziale per la trasmissione della stessa. Il riferimento all’analisi della società nella sua composizione fatta di individui ognuno diverso dall’altro, diventa un metodo da seguire per tutti gli operatori che si pongono la ricerca e la soluzione di problemi sociali.
Mi scuso con tutti i cultori della materia se ho fatto una estrema sintesi del pensiero che ho colto nei due filosofi, ma non è scarso rispetto, anzi vuole essere la valorizzazione dei due intellettuali, che hanno guardato alla società da culture diverse, ma condividendo che non si può prescindere da essa. I due filosofi – e non solo loro - sono fondamentalmente filosofi della Pace, della Democrazia, della Dignità delle persone, dell’Uguaglianza; sono moderni e aspirano ad alimentare sentimenti di convivenza civile, pacifica, solidale, collaborativa, dove ciascuno possa avere il suo ruolo, integrandosi con quello degli altri per garantire l’evoluzione dell’Umanità.
Se seguissimo le impostazioni filosofico-sociali di Antiseri, Habermas e tanti altri, dovremmo realizzare sempre in campo economico l’”economia sociale di mercato”, che introdotta dalla scuola di Friburgo ha avuto tra i fautori Walter Eucken, Wilhelm Ropke, Ludwik Erhard, Achille Loria, Piero Sraffa, Ezio Taranrelli; oppure l’”economia di comunione” pensata e realizzata da Chiara Lubich trent’anni fa, realizzando mille imprese nel mondo; oppure le Grameen Banks di Muhammad Junus, diffuse oltre che in Bangladesh, prevalentemente in Africa.
Ma il capitalismo segue altri ispiratori perché persegue esclusivamente, attraverso la gestione del potere economico e finanziario, l’accumulo di ricchezza e l’eliminazione di chi non riesce a sostenere la competizione di mercato; in definitiva sopravvivono solo i grandi aggregati, perché i piccoli vengono fagocitati o emarginati fino alla estinzione. La società per il capitalismo è un aggregato di consumatori, ai quali far comprare ogni prodotto a prescindere dall’utilità e creando anche il bisogno; la società, invece, è fatta di cittadini con i propri diritti e doveri, che rispondono ad esigenze individuali e personali e mai massificate e uniformate.
Questo è stato il risultato della globalizzazione senza regole partita negli anni Novanta e realizzata da organismi formali come il WTO, ma anche l’IMF, la WB, l’OECD, Il G 7 e il G 20 e informali quali il WEF, il Gruppo dei 30, l’IIF. L’origine è l’Accordo di Bretton Woods, dove prevalse l’impostazione di Harry Dexter White, rappresentante USA, su quella di John Maynard Keynes, rappresentante dell’UK, che proponeva una unione di compensazione internazionale, piuttosto che il dollaro come moneta di riferimento.
L’avvento di Trump nella prima elezione e a conferma nella seconda ha evidenziato una grande frattura all’interno della finanza mondiale, a prescindere dalla posizione che alcuni Stati hanno assunto nel confronti dello strapotere del dollaro come unica moneta di transazione internazionale (BRICS più almeno altri dieci Paesi) e in principale modo nella finanza statunitense, creando una competizione tra i nuovi che si riconoscono in Trump e il “deep state”, dove i primi sono prevalentemente repubblicani e i secondi prevalentemente democratici, ma non esclusivamente, viste le posizioni che si assumono rispetto alle dichiarazioni del Presidente.
Il nuovo assetto di potere finanziario, però, non contesta l’impostazione del primo, ma la accentua e la persegue palesemente per i gruppi di potere che rappresenta; se non altro il partito democratico mimetizzava l’interesse di parte con proclami di attuazione della democrazia, che puntualmente non si sono mai realizzati ed era fautore del metodo (negativo) del “politically correct”, che relegava i Principi e i Valori alla strettissima sfera privata, senza effetti pubblici. Ma, a prescindere dai pochi finanzieri internazionali che governano il Paese e parte del mondo, il popolo americano come sta in termini sociali ed economici?
Non vi sono dati che possono essere definiti attendibili, stante la mole di fake news che viene diffusa in termini generali e particolari per conseguire risultati mirati. Da quello che appare ai visitatori e turisti la società americana ha un livello di vita peggiore che nel secolo scorso in ogni aspetto civile e sociale, anche perché la precarizzazione del lavoro aumenta progressivamente e anche un lavoro definito a tempo indeterminato può concludersi con un preavviso del datore di lavoro di due settimane; la contrattualizzazione sindacale copre il 10% del mercato del lavoro. Tale situazione crea precarietà in ogni aspetto della vita personale e familiare, perché non consente nessuna programmazione degli eventuali impegni e, non assicurando la stabilità della condizione economica, pregiudica i progetti di vita anche per la prole.
Non si hanno notizie in merito ad iniziative del governo USA di un qualche intervento per migliorare la situazione economico-sociale dei cittadini, mentre l’attenzione è tutta rivolta sulla scena internazionale, per la quale “finalmente” ci sarebbe stato un deus ex machina che avrebbe pacificato il mondo, tanto da meritarsi il Nobel per la Pace. Abbiamo assistito alla cancellazione degli insediamenti urbani di Gaza e all’assassinio di settanta mila Palestinesi senza che l’amministrazione americana bloccasse le iniziative di Netanyahu, anzi sostenendolo e fornendo armi; se la tecnologia israeliana è arrivata a neutralizzare i capi degli Hezbollah in Libano (oltre millecinquecento ho letto sulla stampa) con un input sui telefonini; se si è riusciti a uccidere tutti i comandanti dei Pasdaran con azioni mirate, perché bisognava distruggere tutta la striscia di Gaza e uccidere settantamila persone, donne, bambini e uomini ?
Quanto c’entra il giacimento di gas naturale nel Mediterraneo davanti alla striscia pari ad un trilione di piedi cubi, per il 62 % in acque Palestinesi? Non so se la gigantesca operazione immobiliare di realizzare la “Florida del Mediterraneo” sulla striscia si realizzerà, ma poteva essere fatta anche senza la “strage degli Innocenti”. Perché l’amministrazione americana non intima a Netanyahu di non massacrare i Palestinesi della Cisgiordania e perché non lo ferma quando entra in Siria e in Libano, minacciando di occuparlo?
Perché si è deciso di attaccare l’Iran senza che ci fosse una minaccia reale dell’arricchimento dell’uranio, se i bombardamenti dei siti fatti in passato avevano esclusi la possibilità di nuove minacce? Non credo che gli “Accordi di Abramo”, ai quali è in predicato l’adesione anche dell’Arabia Saudita, prevedano che Israele debba eliminare il governo iraniano perché sciita a vantaggio dei Sunniti? Sarebbe improponibile e ingiustificabile. Quando il popolo israeliano con un moto popolare deciderà di far dimettere Netanyahu e il suo governo, che sta provocando danni internazionali e attualmente interni con i bombardamenti che l’Iran sta effettuando?
Dovrebbe farlo al più presto perché tutta l’opinione pubblica mondiale, pur comprendendo e considerando la Shoah come l’emblema del livello massimo di barbarie a cui gli uomini possono arrivare, se gestiscono un potere incontrollato, non accetta e non condivide la gestione del governo israeliano, a cui attribuisce delitti ingiustificati dalla Storia e si aspetta che il popolo israeliano tutto lo condanni e lo estrometta per sempre da qualsiasi carica pubblica. In tutto questo contesto è evidente l’inanità dell’UE che non è in condizione di assumere una posizione non solo e non tanto per il meccanismo di votazione previsto dai Trattati, ma perché le visioni dei singoli membri seguono gli umori dei governanti del momento, in una assenza totale della visione istituzionale.
Un esempio di visione istituzionale si ebbe alla Conferenza di Pace di Parigi, quando alla frase di De Gasperi “tutto è contro di me, tranne la vostra personale cortesia” i Paesi vincitori risposero con grande generosità verso la posizione italiana: quella è stata una visione istituzionale. Attualmente gli incontri non sono tra rappresentanti istituzionali, ma i Presidenti di uno Stato o dell’altro si definiscono “amico di” con i nomi di Trump, Putin, Zelenski, di Xi Jinping e di altri e la relazione, quindi, non è istituzionale, ma personale e utilitaristica in funzione dell’immagine che ritorna al Paese d’origine.
Dal mio punto di vista la partecipazione al “Forum for Peace”, più fattualmente “Forum for Business” il nostro Paese non avrebbe dovuto partecipare con nessun ruolo, anche perché a Parigi vi era De Gasperi Presidente del Consiglio di un Paese sconfitto, al Forum sono stati esclusi i Palestinesi, che non sono i perdenti di una guerra, ma le vittime sacrificali di un progetto che di politico ha ben poco. Vi un altro problema che la politica dovrebbe affrontare ed è quello che il dibattito odierno pone ragionando sulla prospettiva del post-umano, di cui Peter Thiel è uno dei principali assertori.
L’Umanità corre attualmente due rischi: quello di essere governata dalle lobbies finanziarie e quello di essere sottoposta ad una intellighenzia del settore digitale, che si ritiene in grado di governare la vita individuale e collettiva; ma per questo ulteriore aspetto rimando ad una completa riflessione degli Amici Giancarlo Infante e Domenico Galbiati su Insieme.
Ho scomodato due luminari della filosofia soprattutto per negare che quella che si fa attualmente sia “politica”; è soltanto una vile e prosaica contrattazione mercantile tra finanzieri che puntano all’accaparramento del maggior numero di risorse esistenti al mondo per gestirle biecamente, come abbiamo sperimentato nella crisi dei subprime.
Ma la speranza non può finire e deve camminare nelle menti delle nuove generazioni, che sfrondata tutta la comunicazione dalle fake news, che sono sempre più numerose, penetranti e convincenti, dovranno fondare la loro presenza e la loro intraprendenza sui Principi e sui Valori, che consentano all’Umanità di continuare la sua evoluzione e alla singola persona di trovare il ruolo e lo spazio naturale che le compete come centro della realtà all’interno della stessa, secondo Emmanuel Mounier, in aderenza a quanto elaborato da Jacques Maritain nella sua filosofia e anche nella stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.


























