di Ruggero Morghen
Quando nel 1949 Nicola Matteucci giunse all’Istituto italiano per gli studi storici “Benedetto Croce”, aveva ventitre anni e Alexis de Tocqueville, per lui, era poco più di un nome. Poi studiandolo, approfondendolo, scoprì che si tratta di un autore “dominato – rivela Matteucci – da una passione, meglio da una vocazione per la politica”. Ne scrisse dunque in “Alexis de Tocqueville: tre esercizi di lettura” (Il Mulino, Bologna 1996), opera che lo studioso di Bologna dedicò “ai maestri e agli amici che mi hanno insegnato ad amare Tocqueville”.
Curiosamente riprende quel sottotitolo Paolo Fedrigotti nel suo “Tre lezioni su Tocqueville”, sottotitolo “Il profilo dell’homo democraticus e l’attuale crisi delle democrazie occidentali”, presentato in questi giorni presso la Biblioteca civica di Riva del Garda nell’ambito dell’annuale iniziativa realizzata in concerto con l’associazione “Riccardo Pinter”.
Convocato da Graziano Riccadonna, che fu suo professore al liceo “Maffei”, Fedrigotti da buon ledrense ha risposto “Obbedisco” e si è presentato in piazza Garibaldi col suo libro “abbastanza potente” (come lo definisce lui stesso). Vi si parla di mercato politico e democrazie possibili, di crisi della democrazie e crisi della persona. Scaturito da un’esperienza didattica concreta, il volume approfondisce alcuni significativi passaggi della Democrazia in America di Tocqueville, “uno dei primi saggi – informa Massimo Introvigne - che affrontano in modo articolato la questione della specificità americana e che ebbe una grande influenza sulla scienza sociologica nascente”, come autorevolmente rilevato anche dal francese Raymond Aron, storico della sociologia.
Della Democrazia in America Fedrigotti mostra la portata mentre ravvisa nelle sue pagine – a quasi duecento anni dalla loro stesura – una chiave ermeneutica per leggere la crisi che le democrazie contemporanee stanno attraversando. “Isolando le caratteristiche tipiche dell’homo democraticus tardo moderno – si legge nella presentazione editoriale -, l’opera di Tocqueville ci indica la strada per guarire l’attuale contesto socio-politico dalle sue patologie. Allo stesso modo, ci invita a rileggere il sistema democratico attraverso il filtro della philía, quale nucleo di passioni propriamente umane – razionalmente attingibili e alternative a quelle oggi egemoniche – da individuarsi, senza tentennamenti, nella cooperazione, nella solidarietà e nella cura verso gli altri”.
Sullo sfondo si intravedono le parole della dottrina sociale cristiana: il bene comune, i corpi intermedi, l’antica denuncia magisteriale dell’americanismo riproposta proprio nel tempo del primo papa americano (rectius: statunitense). Tocqueville – avverte Fedrigotti – è un autore molto leggibile, molto fruibile: non bisogna spaventarsi davanti al suo nome di filosofo. Egli descrive empiricamente il funzionamento di una democrazia esistente ed effettiva ed evidenzia come, con la scomparsa delle naturali aristocrazie, si realizzi come un conformismo delle coscienze. “Per riformare la democrazia – si dice convinto il ledrense – occorre riformare l’antropologia: una riforma, dunque, dell’idea di uomo.
Queste le “Tre lezioni su Tocqueville”, ma nella stessa circostanza rivana dà lezioni anche la Tea Vergani, stavolta sui nativi americani. “Non chiamateli pellerossa”, avverte e infatti così titola il suo libro. “Il mio libro dimostra” dice, lei che ne scrive uno all’anno e i romanzi (gialli) li sforna a un ritmo ancora più serrato. Si avvia alla conclusione, frattanto, la rassegna “La biblioteca e la Pinter”, che ha già visto la presentazione del libro di Mario Capanna e Luciano Neri su Palestina e Israele (“il lungo inganno, la soluzione imprescindibile”) e di un’operina dannunziana proposta da chi scrive. A seguire, come si dice al ristorante, i lavori di Livio Gambarini, Tiziana Catino e Giada Rigatti.

























