di Ruggero Morghen
In merito ai riferimenti francescani nell’opera di Gabriele d’Annunzio, Emilio Mariano (sovrintendente del Vittoriale dopo l’architetto GianCarlo Maroni) li ricordò a partire dalle Vergini delle rocce (1895), passando per i Taccuini (1897) e per Frate Sole, opera annunciata nel 1899 dalle edizioni Treves e che il poeta non scrisse. Un anno prima, a proposito di quest’ultimo progetto, d’Annunzio aveva informato il suo traduttore francese, Georges Hérelle: «Mi sono occupato molto di San Francesco, in questi ultimi tempi, perché voglio comporre una tragedia francescana – nei modi della poesia popolare umbra e delle antichissime laudi drammatiche – intitolata Frate Sole».
Ulteriore tappa “francescana” fu La Crociata degli Innocenti (1911) in cui «per la prima volta Francesco […] appare in veste di pellegrino-crociato che combatte la sua battaglia verso Oriente, armato di gesti e di parole». Nei Taccuini, invece, con riferimento al volo su Cattaro del 4 ottobre 1917, d’Annunzio riportò una «litania francescana di guerra».
I Nuovi Fioretti, un’altra opera non scritta, chiude il culmine di quel periodo accompagnata da una significativa nota del 31 agosto 1926, firmata «Gabriele d’Annunzio del Quarto Ordine» e indirizzata al padre guardiano dei Cappuccini di Salò: «Il mio Francesco non è quel di tutti. Non senza scandalo forse, mio caro fratello, tu vedesti ieri il Serafico armato della mia spada corta di Volontario combattente, sotto l’ampio faggio purpureo, tra i massi memorabili delle Montagne sacre. Oportet ut eveniant scandala. La mia imagine di Francesco, quella dell’eroe dei passaggi d’oltre mare e di Damietta, sarà espressa in un mio libro prossimo col mio solito coraggio mentale che eguaglia il mio coraggio di guerra». Qui risuonano parole quasi identiche a quelle rivolte qualche giorno prima a Fortini, ossia: «Il mio Santo Francesco non è quel di tutti». Nota Duccio Balestracci che d’Annunzio aveva in anni precedenti messo sul capo all’Assisate il casco di legionario “per farne il protettore della guerra di Libia, contro i turchi, come citazione del viaggio a Damietta, letto come evento colonialista”.
Sigle e firme francescane, inoltre, il poeta soldato moltiplicò nel suo epistolario, fra cui Poverello di Cargnacco e Santissimo Fogo. E rimandi francescani si notano in tutta la Prioria, dimora del poeta, e nello stesso Vittoriale, a cominciare dall’incisione che egli fece murare sulla facciata. Su proposta del sindaco della città umbra Arnaldo Fortini, il 26 settembre 1923 il poeta fu nominato cittadino onorario d’Assisi. Si può ricordare, inoltre, che d’Annunzio raccontò allo stesso Fortini di aver avuto una visione di san Francesco sulle acque del Tevere: passavano «le greggi lanose, era già scuro. All’improvviso una grande luce sfolgorò sulle acque torbide ed egli lo vide, con occhi mortali, sorgere e illuminare ogni cosa d’intorno, i flutti, le case, gli alberi, le mandrie, i pastori».
Il podestà di Assisi Arnaldo Fortini (1889-1970), avvocato, francescanista e ricostruttore (nel 1927) della festa del Calendimaggio, fu ad avviso del già citato Balestracci, il protagonista più importante dell’operazione intesa ad “iscrivere” – per così dire – San Francesco al Partito nazionale Fascista, insomma ad arruolarlo nella milizia. “Sarà lui ad ottenere dal Duce che il 4 ottobre venga proclamato festa nazionale”, festa “poi derubricata e oggi, in clima di sensibilità più vicine a quelle di Fortini nuovamente riproposta”, come nota maliziosamente il nostro autore. La fascistizzazione del Poverello intanto andava avanti sulle colonne dell’ex Cremona Nuova, diventato nel 1929 Il Regime Fascista. Era il giornale fondato e diretto da Roberto Farinacci (Balestracci però questo non lo dice, forse per evitare un’antipatica assonanza).

























