di Ruggero Morghen
Come suonano lontane, qui a Tabiano Bagni, le polemiche sullo spirito del Concilio, rivendicato da taluni vituperato da altri. Sul Concilio dei media distinto e distante (come direbbe l’amico Ettore Bonalberti), se non addirittura contrapposto al Concilio dei Padri. Sul cardinale Alfredo Ottaviani guardiano della fede e il “patto delle catacombe”, di cui monsignor Luigi Bettazzi (1923-2023) fu uno dei protagonisti. E poi le controversie sulla libertà religiosa, la novità di “Nostra aetate”, il vero significato di quell’originario aggiornamento: “parola – osserva lo stesso mons. Bettazzi – divenuta ormai tipica per l’interpretazione del Concilio”. La Chiesa che non imbraccia più le armi della fede ma dispensa medicine, quasi figura dell’ospedale da campo prossimo venturo, dove lo scenario comunque rimane quello della guerra. Poi il culto dell’uomo e la famosa frase paolina: “Tutto il mondo si cambia; e la religione no?”.
È il Concilio ecumenico Vaticano II, di cui John O’Malley indica quale chiave di lettura il passaggio “da legge a ideale”, mentre Giulio Andreotti ricorda che il programma di Vittorio Bachelet presidente dell’Azione Cattolica fu “attuare il Concilio nell’unità e nella gioia, con docilità di fanciulli e magnanimità di soldati”. Un evento ancora, quel Concilio, del quale – rileva mons. Bettazzi – ero stato partecipe nei miei primi anni di episcopato e che aveva orientato il mio lungo ministero a Ivrea”
Con Aldo Maria Valli, peraltro, nel 2008 Bettazzi aveva scritto per le Paoline un libro dal titolo programmatico: “Difendere il concilio”. Evidentemente allora ci credeva anche Valli. Per la EMI, nel 2015, usciva invece nella collana “Caleidoscopio” il suo “Quale Chiesa, quale Papa?”: anche qui una ristampa, e una firma autografa apposta dal presule ormai quasi centenario presso i Padri Verbiti di Varone, dove monsignor Bettazzi era spesso gradito ospite.
Una sua lettera aperta al presidente del consiglio è inoltre pubblicata sul sito di Pax Christi e inizia così: “Scrivo questa lettera sul tema scottante degli immigrati (e la scrivo da un edificio diocesano che ne ospita). Lo faccio non come antica autorità religiosa al Presidente di un Governo “laico” (anche se un autorevole membro del Suo Governo ha sbandierato, sia pure in campagna elettorale, simboli apertamente religiosi, anzi cristiani, quindi compromettenti) soprattutto dopo i costanti, appassionati appelli di Papa Francesco e le autorevoli istanze dei responsabili della CEI”. Il presidente del consiglio era allora Giuseppe Conte, e l’autorevole membro evocato Matteo Salvini, che in quel periodo andava in giro sempre con qualche rosario in tasca.
Mostro a un prete che fa con me le cure a Tabiano ed ha l’aria di saperne di teologia il libro che sto leggendo: “Vescovo e laico?” di monsignor Bettazzi : un titolo questo che l’autore avrebbe voluto per un altro suo libro, ma Aliberti – l’editore di allora, che pure era laico - aveva preferito inserire nel titolo un riferimento ai “lontani”, i famosi lontani di don Primo Mazzolari. Mostro dunque il volumetto al colto sacerdote, che sta sempre a leggere e non guarda in faccia nessuno, e gli chiedo: “Padre, posso leggerlo tranquillamente? Non è eretico?”. E lui: “No, no. È Bettazzi. E poi le edizioni Dehoniane!”. Nessun pericolo, dunque, mi assicura. In copertina, però, c’è un papa Giovanni Paolo II ancor giovane e vigoroso che sembra voler prendere a cazzotti il vescovo di Ivrea, in quarta invece i due si sorridono amabilmente. Resta da capire quale delle due foto, relative alla medesima udienza, venga prima e quale invece per ultima.
Fosse stato ancora vivo lo avrei chiesto direttamente a monsignore, cui davvero non difettava l’autoironia se immaginava di vedersi nell’Inferno dantesco in quanto – diceva sorridendo - “a Dio spiacente ed a’nimici sui”.

























