di Ruggero Morghen
Componendo il profilo di Oreste Baratieri, “Maggiore dopo il 1870, segretario della Società Geografica italiana, direttore della Rivista Militare, scrittore assai apprezzato di cose militari, Colonnello del 4° Regg. Bersaglieri a Cremona (1885)”, il colonnello Tullio Marchetti ricorda che egli fu anche amico intimo del vescovo Mons. Geremia Bonomelli (1831-1914).
Nel 1895, il suo anno magico, “l’anno delle vittorie militari, della gloria, della fama” come riporta l’amico Michele Liboni, il militare trentino scriveva da Massaua al presule “di tendenza liberale” (come lo definisce don Francesco Ricossa): “A me pare che in Italia si corra troppo la porta con le esaltazioni e mi sta innanzi il proverbio: chi troppo in alto sale con quello che segue… Le vittorie appartengono ai combattenti ed alla fortuna dalla quale certo non escludo Dio: dopo Cassala il mio motto è Dio con noi”.
Nell’aprile di quello stesso anno la fiera che si tenne a Genova, organizzata a favore delle missioni cattoliche dell’Eritrea da un gruppo di volontari coordinati dal prefetto apostolico Michele da Carbonara, vede ancora idealmente uniti Baratieri e Bonomelli. Il frate cappuccino noto come padre Michele, che fondando la missione cattolica dell’Eritrea era subentrato alla missione lazzarista francese, scriveva a mons. Bonomelli ringraziandolo del suo patrocinio per la Fiera di Genova: “Ella non può immaginare la consolazione ed il conforto che ne ebbi al leggere le belle notizie che Ella mi da intorno al Comitato costì costituitosi e allo zelo che signori e signore componenti esso Comitato spiegano per venirci in soccorso”.
Dopo la disfatta di Adua (1 marzo 1896) il generale trentino dirà a mons. Bonomelli : “Le affido il tesoro del mio nome”. E il 28 giugno gli confessa: “Dinanzi al Tribunale mi sono limitato alla narrazione dei fatti militari evitando con cura di accennare alle responsabilità altrui”.
Dapprincipio egli escluse le sue dimissioni da deputato, poi si convinse dell’inopportunità di restare alla Camera (era ormai tra gli “sconfitti e umiliati”) e annunciò il suo ritiro dalla vita politica. Agostino Zuccoli e l’avvocato Pietro Ghera, che confermava la fedeltà degli elettori di Breno, lo invitavano a restare, mentre Pietro Vittadini lo sconsigliava. Quest’ultima posizione era condivisa dal vescovo di Cremona, mons. Bonomelli, che lo invitava a starsene per il momento “tranquillo e passivo” e gli consigliava piuttosto (la lettera è del 26 luglio 1896) : “Respiri l’aria libera dei monti, attinga in sé la forza di portare nobilmente la sua sventura”. Tre giorni prima il generale gli aveva confessato di temere “il fango della stampa” e di perdere, una volta abbandonato il Parlamento, un’importante tribuna.
A una sua serena accettazione degli ultimi dolorosi avvenimenti concorsero in maniera forse decisiva Giuseppina Martinuzzi, che con femminile sensibilità lo consolò, e monsignor Geremia Bonomelli, riconosciuto quale confidente e guida spirituale. Del loro conforto Baratieri aveva estremo bisogno dopo le accuse rivoltegli dalla stampa, il processo davanti al tribunale militare e la fine delle sue carriere politica e militare.
Nella sua tomba ad Arco Baratieri è ricordato, in caratteri maiuscoli, quale “Generale nella Milizia italiana notissimo al mondo per le felici imprese guerresche compiute nelle campagne d’Africa e più pel subito rivolgimento di fortuna che legò infelicemente il suo nome al nome per l’Italia luttuosissimo di Abba Garima”. Non meno significativa l’ultima parte dell’iscrizione, “un’epigrafe - osserva Pollorini -, letterariamente splendida”, dettata proprio dal vescovo di Cremona Bonomelli, suo carissimo amico: “Fu d’alto intelletto e di cuor buono e il mesto tramonto della vita consolò con la fede e con la preghiera, ultimo rifugio dell’animo cui esperienza apprese l’infinità vanità delle umane cose”. “Più sante parole – commenterà qualche anno dopo Piero Prevost – non potevano essere scritte”.

























