di Ruggero Morghen
Autore de I cerchi delle betulle (Milano 2007), Pelle di vetro. Il libro dell’antiarchitettura (Milano 2010), Fuori servizio. Note per la manutenzione di Marcel Duchamp (Milano 2018), Come fu che la Biennale di Venezia diventò un circo (Milano 2024) e Gli anni di Fancello (Milano 2024), il cesenate Maurizio Cecchetti, critico d'arte, saggista ed editore, ebbe la fortuna di lavorare per qualche anno con Giovanni Testori.
Lo aveva già incontrato quando lo scrittore di Novate ricevette il Premio “Diego Fabbri” a Forlì. Poi nel 1988 gli inviò un catalogo e dei libretti sullo scultore e architetto cesenate Ilario Fioravanti e Testori rimase così colpito che venne a conoscerlo e nel 1990 allestì alla “Compagnia del Disegno” di Milano una sua personale di scultura. “Fu così – rivela Cecchetti - che conobbi più da vicino Testori e che lavorai con lui: organizzammo alla Rocca Malatestiana di Cesena le mostre di scultura di Igor Mitoraj, di Marino Marini e di Rainer Fetting”. Poi Maurizio curò alcune mostre alla Compagnia del Disegno, una di Velasco, un'altra di Gabai, una dell'Officina Rivadossi, un'altra dei disegni di Kei Mitsuuchi e poi una di Andrea Martinelli. “Era uno scrittore – afferma - plasmato dall'arte del teatro, uno dei maggiori drammaturghi del secondo Novecento”.
Una sera, dopo l'inaugurazione di una mostra alla Compagnia, a cena con altri dell'inaugurazione, Testori si alzò da tavola e andò incontro a Cecchetti mimando il gesto di sfida dello schermitore: in guardia! Non passò molto tempo che si ammalò gravemente e presto morì (16 marzo 1993). Maurizio ebbe la fortuna di stargli vicino quando il tempo si stava inesorabilmente accorciando, e di vedere la rappresentazione della “Maria Brasca” al Parenti seduto accanto a lui, che al termine dell'opera - indebolito dalla malattia - salì sul palco e diede addio alla sua Milano, che aveva visto cadere sotto gli scandali di Tangentopoli rappresentandone la fine nel romanzo-dramma "Gli angeli dello sterminio".
Testori – si dice convinto Cecchetti - resta una delle voci più importanti del secondo Novecento, forse il maggiore drammaturgo di quell'epoca, grande narratore, appassionato polemista, notevole critico e storico dell'arte (da Gaudenzio al Ceruti, da Caravaggio a Géricault), ma anche grande poeta, ancora troppo poco letto, “sebbene i Trionfi siano uno dei poemi più importanti del secondo Novecento”. D'accordissimo sul valore della poesia testoriana è Sergio Battarola. “Speriamo che il tempo – confida - gli renda giustizia”.
Gaetano Orazio, invece, conobbe Testori nel '90 o nel ‘91. Non ricorda precisamente l’anno ma sa che era una domenica di febbraio. Andò a prenderlo nell’ hotel in cui alloggiava e lo portò nel suo studio (un locale 4x4 metri, una rimessa, recuperato negli orti di San Maurizio al Lambro, accanto alla Falck). Giovanni guardò con attenzione i dipinti e le carte sul tema della fabbrica. "Mi interessa – gli disse - come sporchi il colore ma soprattutto il senso di doloroso vissuto che investe le forme". “Io ero in piena depressione – confida Orazio -, col mal di vivere e lui preoccupato per una visita medica che ne avrebbe certificato la malattia. Mi disse che pensava ad una mia mostra alla Compagnia del Disegno appena risolveva il problema della malattia. Ci congedammo all'entrata dell’hotel. Ricorda – disse -, ci sentiamo presto per la tua mostra. Non l'ho più rivisto, non osavo disturbarlo, era molto malato. Ecco, dopo un po' di tempo incontrai Meneguzzo che confermò i miei lavori interessanti ma non nelle sue corde. Parlerò di te – assicurò - a Maurizio Cecchetti, il vero continuatore del mondo di Testori. Così fu, era il '94”.

























