di Ruggero Morghen



Reduce da un incontro sul ciclo arturiano (che lui chiama “artusiano”, forse in omaggio al grande Pellegrino di Forlimpopoli), il professor Gianni Kral, fresco dirigente pensionato, interviene anche sul tema delle intitolazioni in toponomastica proponendo di dedicare nuove vie alle donne vittime di “femminicidio”.

Se ne parla anche a Riva del Garda per impulso degli studenti del glorioso liceo “Andrea Maffei” e di Giulia Mirandola. In questo campo, peraltro, Riva non teme confronti con le città vicine e persino più lontane. Ha infatti, già ora, una percentuale di "vie femminili" di poco inferiore a Stoccolma. Ma si vorrebbe fare ancora di più, convinti che la storia la scrivono, in egual misura, gli uomini e le donne. (Una volta si sarebbe detto “con le donne” ma ora quel “con” non pare più necessario e dà addirittura fastidio; va già bene che non si dica “contro”). Assessora alle pari opportunità e presidentessa della toponomastica femminile concordano qui nel combattere il solito patriarcato ed esaltare il ruolo delle pioniere d’Europa (tra cui “Mamma Erasmus”) e delle madri costituenti (dove la maternità, per una volta, non è vista come una palla al piede).

Anche a Dro, peraltro, ci si propone di “camminare sulle vie delle donne”. L'idea, nata dopo l'incontro sul libro di Giovanna Santoni, d'intitolare vie e piazze a nomi di donne, merita a mio avviso attenta considerazione. Non potendo purtroppo ancora considerare a fini toponomastici le donne viventi, per quanto meritevoli, occorre por mente alle defunte. Qui il pensiero corre a una figlia di Arco, la legionaria Luisa Zeni, che mi segnalò a suo tempo il professor Mauro Grazioli, redattore del "Sommolago", e di cui anche il giovane arcense Marco Turrini ha subìto il fascino fino a farne oggetto della sua tesina della maturità all'Arcivescovile di Trento.

Volontaria nella Grande Guerra, la Zeni raccolse notizie sui movimenti e la dislocazione del nemico, risalendo la valle dell'Adige da Verona al Brennero ed oltre. Dopo Innsbruck, dove venne arrestata ed interrogata, fu in Svizzera. Come crocerossina prestò servizio negli ospedali di Milano, si recò quindi a Fiume al seguito di d'Annunzio. Vi giunse travestita da ferroviere sul tender di una locomotiva proveniente da Trieste e si dedicò all'assistenza civile e militare.
"Arco accolga con lieto fervore - scrisse di lei il poeta - la nostra giovine messaggera", che definì "una creatura ammirabile, un'anima coraggiosa e operosa in una forma delicata". Morta a Roma nel 1940, la Zeni raccontò la sua avventurosa vicenda in "Briciole" (1926), "Irredento" (1928) e "Figli d'Italia" (1932). 

Anche a Rovereto il tema toponomatico si presenta caldo, come mostra un dialogo immaginario ambientato nel febbraio del 2030. Eccolo. “Ciao Clara, dove abiti adesso?”. “In via Oreste Baratieri”. “Ah, quella con la doppia targa, dove si spiega che razza di farabutto è stato quel tuo generale?”. “Esatto. E tu Vittorio?”. “Io sto ancora, fin che dura, in una via dei buoni, ma ho il terrore di svegliarmi la mattina e trovare anch'io in strada la doppia targa perché magari, nottetempo, il mio personaggio famoso è stato depennato dalla lista dei virtuosi e dichiarato pubblica carogna”. “Ti capisco, mica facile trovarsi a vivere in una via che è diventata d'improvviso malfamata e vitanda”. Dovrebbe saperne qualcosa, peraltro, un'autorevole socia dell'Accademia roveretana degli Agiati, cui da ragazzina il padre - direttore integerrimo - impediva di percorrere una via divenuta da qualche tempo disdicevole e assai sconveniente: quella che ora ospitava, a beneficio dei militari e non solo, il bordello cittadino.