di Ruggero Morghen
Adriana Zarri e Gabriele d’Annunzio: due eremiti sul lago. È un accostamento apparentemente peregrino, eppure a Riva del Garda – nell’introdurre l’incontro dedicato ad Adriana Zarri “teologa, scrittrice, eremita” – si è espresso autorevolmente l’invito a fare la propria vita come si fa un'opera d'arte : che è un’eco propriamente, esattamente, letteralmente dannunziana.
Ecco, nella concezione eremitica della Zarri, la scelta di vivere la fraternità in solitudine, ma una solitudine piena, cordiale e calda che è l’opposto dell’isolamento. Una solitudine – così ebbe a definirla la teologa di San Lazzaro di Savena – che è anzi la forma eremitica dell’incontro. Il suo eremo, dove trova posto quasi una teologia dell’orto, non è un guscio di lumaca, come il silenzio non è assenza di colori ma la somma di tutti loro. “Non mi dite neanche di un paradiso senza zolle” invitava l’Adriana rivolta ai lettori e agli amici. La sua vita – assicura Wikipedia - era divisa tra cura dell'orto, allevamento degli animali, preghiera e ospitalità a credenti e non credenti. Nel corso del tempo, inoltre, maturò il senso di un profondo legame, sia carnale che spirituale, fra sé e la creazione, sentendosi parte di una "comunione cosmica" col regno animale e vegetale circostante.
Che donna, che meravigliosa creatura ("Magnifica Mulieritas"), s’è detto della Zarri nel corso della serata-evento (non dunque una mera conferenza) valorizzata dalla location di Palazzo Martini, edificio dove forse un tempo aveva sede la massoneria rivana. Un incontro immersivo, l’ha definito Barbara Angelini, che di Riva è vicesindaco e che la Zarri ha – confessa – quale autrice del cuore. Una lettura in chiave spiritualista, immigrazionista e “flottillista”, che ha visto il contributo di Gianni Pulit (“La spiritualità è l’arte di regolare la libertà”), la testimonianza di Luisa Zanotelli, che la teologa emiliana conobbe personalmente, e le letture di Rosanna Sega, che della Zarri ha reso bene gli accenti lirici e quelli più “militanti”.
Eremita dunque la Zarri, ma eremita anche d’Annunzio. Lo stesso Vittoriale era nella percezione e rappresentazione dannunziana “eremo” o “romitorio”, come si evince da una lettera del poeta all’ammiraglio Thaon di Revel:: “Rustico è questo mio eremo. Rozzo è questo asceterio che da oggi per tutto il Benàco di Virgilio e di Dante si chiama Vittoriale”. Ne scrive anche al pittore Guido Cadorin (“Io ho costruito nel mio eremo una stanza per i miei sonni puri”), allo scrittore Comisso (“Credo che potrò accoglierti nell’Eremo più tardi”) e prima all’editore Treves dicendosi alla ricerca di “un eremo lacustre o marino, lontano da stazioni ferroviarie e, quasi, dai centri abitati”.
La sua era la “casa dell’eremita” (per Riccardo Mandelli, però, d’Annunzio è “lo pseudo eremita”), peraltro centrale anche nella vicenda di “Graziella”, film del 1954 diretto da Giorgio Bianchi e tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Alphonse de Lamartine. “Chi l’avrebbe detto – afferma a un certo punto la mamma di Alphonse (Elisa Cegani) – che avrei avuto un figlio eremita?”.
Ad Achille Starace il Comandante parla del Vittoriale come dell’Eremo delle Reliquie. “La mia casa – conferma a Gian Carlo Maroni – deve ridiventare l’eremo di una volta, il luogo dei miei studi e delle mie meditazioni”. In altra occasione lamenta che si trasformi l’Eremo in “Corte Bandita in onore di visitatrici volgari” ed accusa la Bàccara di aver trasformato il Vittoriale in un Eremo malfamato. Ad Enrico Grassi Statella in un telegramma del 15 giugno 1923: “Spero che le fuggiasche tornino presto al romitorio”. E Giovanni Rizzo, nel suo D’Annunzio e Mussolini: “La mattina seguente, alle 11 in punto, mi presento sulla soglia dell'eremo”. “Una clarissa – aggiunge - m'introduce nell'oratorio. Una pesante tenda di velluto si apre al mio passaggio e ricade”.

























