di Ruggero Morghen



Nel Novecento - scrive don Marcello Farina nel suo Pane (un libro de “Il Margine” spezzato con Piergiorgio Cattani) - il pensiero sulla nascita arriva ad assumere un posto importante nella filosofia, quando questa disciplina si apre, per così dire, anche alle donne”. Prima avevamo un’infinità di pensieri sulla morte, quasi nessuno sulla nascita. Era come se ci fossimo dimenticati del momento iniziale della nostra vita. “Vita che invece – osserva ancora don Marcello, scomparso all’età di 85 anni nell’inverno del 2025 – è un continuo risveglio, lungo e avvincente. È la nascita continua di noi stessi, un lavoro che – assicura – ricomincia sempre da capo”. “È bella – aggiunge – la frase di Benjamin Franklin: Il giorno della mia morte avrò concluso la mia nascita”. 

Quel pane di Farina – di don Marcello Farina -, derivante da una suggestione di Enzo Bianchi (“Il pane di ieri”) epperò indigesto ad alcuni, fu spezzato per lunghi anni dal sacerdote trentino. Un “pane” – si precisava – fatto di fede, filosofia, pensiero, ricerca, relazioni, domande, incontri, scelte controcorrente. Briciole di filosofia – aggiungeva Cattani – che don Marcello ha dispensato a generazioni di studenti, in un ideale convivio aperto a tutti. Egli fu un riferimento anche per Flavio Bertolini, che si soffermava sulla pedagogia del quotidiano attuata a Barbiana, comunità di vita ed accoglienza, scuola popolare operaia nonché esempio di sperimentazione educativa, laboratorio popolare di scuola e insegnamento alla vita. 

Nell’incontro coll’amico-autore don Farina assicurava di aver cercato di rendere la sua vita personale una risorsa per la comunità, mentre nella storia della Chiesa egli vedeva i germogli nuovi di papa Francesco: germogli d’una Chiesa che egli stesso - rivendicava - aveva fin dall’inizio immaginato. Per lui Bergoglio era l’uomo della strada che trova il suo assenso dal basso: attorno a lui, infatti,  vedeva “un’ondata di condivisione del popolo, di un’infinità di persone” piuttosto che l’interessata acquiescenza dei potenti. 

Mentre prima “l’ombra del Sant’Uffizio per la difesa della fede cristiana era presente dappertutto ed ogni cammino verso una Chiesa diversa era precluso”. Il modernismo? San Pio X e i suoi collaboratori l’han distrutto con una violenza degna di miglior causa, in una pagina – riteneva don Marcello – “tristissima per il cattolicesimo contemporaneo”. “Quanto a noi – diceva con soddisfazione lo scomparso sacerdote trentino alludendo ai seminaristi della sua generazione – abbiamo accompagnato alla pensione gli ultimi dinosauri, portando a compimento l’impostazione tridentina della scienza teologica”.

Dopo la tragica scomparsa di don Lino Zatelli si è tornato a parlare di don Marcello, di cui il parroco di San Carlo Borromeo in Clarina era stato molto amico. Era lui – ricorda Riccardo Lucatti – “il sacerdote da tempo senza una chiesa, il sacerdote che don Lino aveva ospitato a lungo alla S. Carlo”. Alberto Folgheraiter pone don Farina addirittura tra quei “preti di frontiera” che, con Zatelli e don Franco Pedrini, costituivano in qualche modo una triade. “Ci fu una triade – scrive infatti sul quotidiano Il T – che incarnava un progetto di ponte tra il credere e il non credere, di diga nel rispondere alla ricerca di senso”. “E che – aggiunge - per quanto ha potuto ha cercato, insieme, di fornire una pista di dialogo e di approccio ai dubbi, alle incertezze di ciascuno di noi”. Folgheraiter evoca infine piste erudite di lettura della Parola e manovre di contenimento della “diaspora dei credenti verso l’indifferenza”, manovre  che la sua triade avrebbe faticosamente assicurato tra mille resistenze..