di Ruggero Morghen



Vent’anni fa Romano Prodi tornava nella sua casa culturale celebrando il fondatore di quella “scuola di Bologna” di cui egli era l’ultimo erede in politica: don Giuseppe Dossetti, ricordato in un convegno a dieci anni dalla morte. “Dossetti – dichiarava nell’occasione - ha vissuto con un’intensità straordinaria ogni dimensione della propria complessa e ricca personalità alimentandosi ad una spiritualità e ad una fede antiche e totali. Ci lascia doni e insegnamenti grandi sul piano etico e civico”. Egli condivise con Giorgio La Pira, grande personalità del mondo cattolico del dopoguerra, gli anni “storici” della Costituente e della ricostruzione, formando con Lazzati e Fanfani, il gruppo cosiddetto dei “professorini”.

Le relazioni di quel convegno riconobbero che il cattolicesimo debole di Dossetti era lontanissimo dalle tendenze della nuova leadership ecclesiale, ma cercarono di rivalutarlo. Anzitutto, Dossetti avrebbe previsto il declino della presenza cattolica in Italia, le chiese vuote cui non ponevano rimedio le piazze piane degli ultimi Papi. In secondo luogo, quello di Dossetti sarebbe un messaggio profetico quando invita la Chiesa a sciogliere il suo plurisecolare matrimonio con la filosofia greca per accettare una “povertà” che la renda aperta a tutte le culture e capace di incontrare in modo pacifico le altre religioni, Islam compreso. Infine, il convegno di Bologna volle strappare a Dossetti l’etichetta consueta di “cattocomunista”, ricordando che nel 1948 il padre spirituale di Prodi aveva votato per De Gasperi e non per Togliatti e che neppure negli ultimi anni egli aveva accettato realmente il marxismo. 

L’eredità di Giuseppe Dossetti non fu cara solo a Romano Prodi ma anche a suo fratello Paolo (1932-2016), che Alberto Melloni presenta quale discepolo di Dossetti ed allievo di Hubert Jedin. Raccontava, a questo proposito, lo stesso Prodi: “Quando da ragazzo seguivo i comizi di Dossetti a Reggio Emilia, nella campagna elettorale del 1948, pensavo per il mio futuro naturalmente a un impegno nella politica attiva. Poi, nel 1953-54, decisi di condividere nel mio piccolo la sua proposta di abbandonare ogni responsabilità e di dedicarmi allo studio della storia come condizione preliminare e indispensabile per comprendere il presente e agire per trasformare la realtà”.

“Il rapporto con Dossetti – confidava il compianto storico bolognese - ha inciso profondamente non soltanto sul mio cammino di ricerca ma anche, come punto di riferimento e di tensione dialettica, sulla mia vita complessiva”. Per questo Paolo Prodi ha dedicato al suo maestro un volume edito da “Il Mulino” nel 2016 - Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi - che costituisce una preziosa testimonianza autobiografica, arricchita e circostanziata da documenti personali, sul magistero di Giuseppe Dossetti e la cerchia di studiosi che con lui animarono il Centro di documentazione fondato nel 1952 a Bologna. Storia di un’esperienza di impegno cattolico che ha lasciato un segno rilevante nella politica italiana, nella Chiesa e nel mondo della ricerca.

Negli anni della sua attività provinciale lo stesso Flaminio Piccoli fu dossettiano e fanfaniano, comunque “contro il clericalismo deteriore, che si esprimeva e si esprime in certa destra”. Merita segnalare anche l’adesione di Baget Bozzo a “Cronache sociali”, espressione – nota Maurizio Chierici - di una sinistra perlopiù cattolica, appassionata e inquieta, che non sopportava tradimenti nel nome del Vangelo. Divenuto il principale punto di riferimento per la corrente dossettiana all’interno del movimento giovanile Dc, Baget Bozzo verrà incaricato di occuparsi della formazione dei quadri democristiani. A Dossetti lo legava l’idea di coniugare discorso politico ed ispirazione religiosa, “dando alla militanza politica un significato spirituale”.