di Luigi Rapisarda
Guardando al prossimo congresso del partito, che si terrà in ottobre di quest’anno, si fa fatica a trattenere le tante incipienti aspettative che l’evento sprigiona.
Nella prospettiva, assai impegnativa, di non lasciarsi sfuggire la grande occasione che una contingenza politica così delicata, ed al contempo incandescente, offre, per tutte le questioni aperte che non trovano soluzione, quando non aggravate da scelte che continuano a maturare entro cornici dottrinali populiste: dagli affari interni, alla linearità e coerenza con gli interessi del paese nei rapporti internazionali - mentre non arretra la tendenza di certi autocrati verso soluzioni belliciste - appare ineludibile promuovere un coerente progetto politico, sulle linee guida dell’insegnamento di don Luigi Sturzo, capace di ridare speranza, nuovo sviluppo e maggiore incisività ed autorevolezza al paese nel promuovere politiche di pace e di rispetto dei popoli.
Il pensiero di Sturzo, come guida coerente e non come artificioso manierismo politico.
Il ricondursi al pensiero e la prassi politica di Sturzo assumendo come manifesto il binomio lessicale “Liberi e forti", non può essere solo un manierismo politico.
Lì c’è tutta la forza con cui contrastare ogni possibile tendenza, oggi, sempre più accentuata, verso derive antidemocratiche o subdole metamorfosi delle Democrazie, che un marcato astensionismo, giunto alla soglia critica di oltre il cinquanta per cento, si predispone ad agevolare.
Un fenomeno crescente su cui deve concentrarsi l’attenzione ed il lavoro progettuale del partito.
Altro che “tirannia della maggioranza”:, come soleva definire la democrazia, A. de Tocqueville, che pure riteneva il male minore.
Qui siamo alla tirannia di una minoranza.
Ed in una democrazia, che si basa sul principio della partecipazione, è quasi inaccettabile.
Insomma, uno scenario che diviene la tavolozza perfetta, quasi come un brodo di coltura per inopinate democrature.
Tale sfida politica, nel nome e secondo linee guida ispirate all’insegnamento sturziano, impone ovviamente di discostarsi da ogni alleanza ibrida, incompatibile con quei principi e quei valori dell’Umanesimo solidale( più che mai, richiamati da Papa Francesco e da Papa Leone)che furono alla base delle scelte politiche e governative di De Gasperi e Moro.
Ora, se non può essere banale, per il partito, un simile impegno, ci si dovrà ben guardarsi dalle tante Iniziative propagandistiche, quando non improvvisate, oggi tendenzialmente viziate da obiettivi dominati dall’idea di trasformare i partiti in laboratorio attorno al proprio leader, che, a sua volta mette a disposizione del leader più forte dello schieramento per sostenere politiche populiste e demagogiche, mentre anche i punti cruciali di un programma finiscono per essere espressione diretta e personale di chi ha in mano il partito e la coalizione.
No ai sistemi elettorali che stravolgono il fondamentale principio di rappresentanza.
E’ l'insidia che minaccia gli attuali assetti democratici.
Nell’idea errata che la democrazia appare inadeguata con i suoi contrappesi a governanare con tempestività d’intervento i nuovi fenomeni socio-economici.
Questo falso assioma sta portando diversi paesi verso forme di autocrazie dispotiche.
Ne è un palese esempio lo stile, i metodi e l’ imprevedibilità da despota del presidente D.Trump.
Dinamiche politiche che non potrebbero mai essere riconducibili ai metodi e allo stile e alla strategia politica, metodologicamente formatasi nel corso della cinquantennale azione politica, in linea con lo stile che esigeva sempre pluralismo, collegialità e rispetto delle istituzioni.
Impresa, allo stato delle cose, che può rendere ancora più impervia, se dovesse fare breccia lo Stabilicum, ossia quell’abnorme riforma della legge elettorale che introdurrebbe un premio di maggioranza cosi ampio da stravolgere il fondamentale principio di rappresentanza della volontà popolare, perche farebbe strame delle tante minoranze culturali e politiche che un normale sistema elettorale garantisce.
Peraltro, una legge elettorale così sbilanciata, oltre a non favorire comuni intese con l’opposizione su obiettivi normativi di cruciale importanza o sul raggiungimento di maggioranze qualificate, andrebbe tutta a detrimento di politiche di lungo periodo, nelle quali trovano spazio una visione organica e compositiva degli interessi di tutti i ceti sociali che solo un'idea moderata di politica, riesce ad assicurare, mentre più facilmente si perpetuerebbe, come si è dimostrato in questi anni, la polarizzazione delle istanze più viscerali che certa politica abilmente capta per poi alimentare circolarmente propagande demagogiche.
Far prevalere una visione comune e moderata alle facili risposte liberticide e alle proposte massimaliste sulle tematiche cruciali del paese
Non si può infatti partire nell’idea di fare una nuova aggregazione politica di centro senza una visione che non si adoperi a recuperare e perseguire una visione comune e moderata capace di ridestare e coinvolgere le tante coscienze che politiche sovraniste e populiste tengono lontani da tempo da ogni partecipazione personale.
Ne’, di certo, aiutano tutte quelle proposte politiche massimaliste, demagogiche e giustizialiste che in questo momento campeggiano nello schieramento che si oppone alla maggioranza governativa.
Con l’effetto nefasto del paradosso che investe soprattutto certo elettorato liberal-democratico che pur volendosi tenere distante dalla destra, finisce per esserne sospinto da un’alternativa, anch’essa assai estremizzata.
Un programma comune come leva per motivare una più ampia partecipazione democratica alla vita del paese
Non sarebbe un fuor d’opera se si cominciasse a dare vita, dentro questo caleidoscopio culturale, ad un serio preliminare sforzo comune alla ricerca di un programma che, sulla base delle istanze e le aspettative più avvertire, e di una idea di futuro possibile e credibile, che tuteli la persona da prospettive inquietanti di una società post-umana, abbini valori ed obiettivi condivisi nell’idea di una comune proposta per la guida del paese.
Un lavoro comune che ovviamente non può non partire dai dati reali che periodicamente ricaviamo dai tanti organismi che monitorano costantemente la realtà del paese, smentendo spesso l'edulvorata propaganda del governo di turno
Nei report del CENSIS la realtà dell’Italia che galleggia
Se guardiamo all’ultimo rapporto del Censis sullo stato di salute del nostro paese, in alcuni passaggi, ci lascia letteralmente increduli.
Eppure non erano pochi i segnali che provenivano dai precedenti report annuali riguardo al contesto sociale e civile che si dipana da un po’ di anni nel nostro paese.
Quello che più ci preoccupa è il rischio che si stabilizzi quella condizione di galleggiamento, che, dopo l’emblematico sonnambulismo con cui siamo stati connotati qualche anno fa,potrebbe portare il nostro paese a non avere più nessuna prospettiva di sviluppo futuro credibile.
Un paese in caduta libera sul fronte dell’ acculturazione.
Quello che emerge è un paese assai poco alfabetizzato nelle conoscenze minime, spesso non in grado di comprendere a pieno il senso autentico di una frase.
Siamo di fronte ad una realtà nuda, che senza paludamenti certifica l’inverosimiglianza di certa narrazione che ci racconta un paese navigare senza grossi problemi sociali ed economici.
Così si fa fatica a metabolizzare dati tanto sconvolgenti come l’alta percentuale di cittadini che non ha saputo raggiungere le cosiddette competenze di base, essenziali, per un’ accettabile comprensione dei fenomeni socio-economici o sapersi motivare autonomamente, affrancandosi da ogni condizionamento, talvolta inconsapevole, dalle retoriche populiste,
Molti cittadini hanno perso ampiamente la fiducia nei partiti
Dal quadro dei dati emerge una profonda disillusione nei riguardi dei processi democratici partendo soprattutto dalla sfiducia nei partiti politici, percepiti sempre più come apparati oligarchici al servizio di un capo che decide chi deve ricoprire gli scranni parlamentari.
Da qui l’effetto più clamoroso è l’espropriazione diretta del potere in capo al popolo, titolare originario della sovranità, e quindi, di scegliere i suoi rappresentanti.
Senza un collante interno non c’è alcuna spinta ad una nuova idea di futuro
Manca il collante interno, come una sorta di fede in un'idea di speranza nel futuro attraverso la valorizzazione ed il rafforzamento di quei valori di convivenza pacifica, coesione e giustizia sociale capaci di farci ritrovare la spinta ad essere propulsivi
Giusto qualche tempo fa mettevo in evidenza, in un mio articolo, su Il Domani d’Italia, le tante tematiche socio-economiche che non hanno trovato adeguata risposta nelle politiche di questi ultimi governi.
Mentre continua a scorrere disinvolta tutta una propaganda celebrativa dei tanti vantati risultati di questo governo. Così assistiamo inermi al paradosso di un processo avviato su due diversi fronti.
Da una parte, un fronte repressivo mirato a smorzare le dinamiche democratiche del dissenso
Non è infatti di poco conto la disinvolta tendenza al facile ricorso a misure, spesso repressive, oltre che demagogiche che si traducono in un crescendo di aggravio delle sanzioni penali verso categorie sociali poco protette, che soffrono profonde emarginazioni sociali per via di un depauperamento costante dei loro redditi, dovuto anche alla sempre più diffusa precarizzazione del lavoro, la cui diretta conseguenza proietta insicurezza personale e familiare permanente senza alcuna prospettiva di futuro sostenibile, quindi più esposte, per lo stato di esasperazione, alla protesta sociale, non riuscendo spesso ad arrivare, con i loro salari, alla fine del mese.
Dall’altra, un dualismo fiscale e la bilancia a due pesi tra élite e popolo
Dall’altra si contano provvedimenti indulgenti verso categorie imprenditoriali e professionali, che mostrano la tendenza inversa a deregolamentare e a dare l’idea, con i tanti condoni, di un fisco assai comprensivo, finendo per rendere meno credibile la lotta all’evasione nel nostro paese.
C’è ancora qualcuno che parla di concertazione ma le porte del dialogo restano spesso inaccessibili o senza alcun esito
C’è una parte dell’opinione pubblica che ritiene più appropriata, anche in questo clima di accesa contrapposizione, privilegiare la via della concertazione, della condivisione e della contrattazione.
Ma davvero questo governo si è dimostrato disposto ad ascoltare le ragioni di quei ceti che costantemente le associazioni sindacali denunciano nelle piazze e nei luoghi di lavoro?
Più e più volte, i leader sindacali, soprattutto Landini e Bombardieri, hanno dichiarato di aver trovato un governo poco incline ad ascoltare.
Questo porta inevitabilmente a radicalizzare i conflitti.
Mentre di nessuna utilità sono sembrate circondarsi quei tentativi di mediazione che la CISL ha tentato.
Prendiamo ad esempio le pensioni.
È davvero accettabile che si dispongano adeguamenti alla perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione pari a umilianti 1,8 euro mensili?
L’uguaglianza sostanziale non appare più essere un valore precipuo
Di certo c’è che i redditi sono diminuiti del 7% rispetto a 20 anni fa, mentre il costo della vita reale è salito.
E poi, quel dato che spaventa: circa l’85% degli interpellati ritiene impossibile perseguire un progetto di vita minimamente sostenibile.
Così si radica, nella parte più giovane della società, la rassegnazione di non poter usufruire della cosiddetta scala sociale e rafforza l’idea di quanto il nostro sia oramai un paese non più bilanciato sul valore dell’uguaglianza sostanziale.
La posta in gioco è il futuro del paese
È ben noto come la conflittualità democratica crei le condizioni per una dialettica compositiva.
Tuttavia se mancano i presupposti di base, ossia il rispetto dei ruoli istituzionali, soverchiate da una idea di primazia quasi autocratica, discostandosi dal principio generale, che sapientemente ci ha consegnato la nostra Carta costituzionale; se i conflitti tra interessi contrapposti non si compongono con confronti dialettici tra diversi attori anziché intervenire apoditticamente, lasciando che lavoratori e pensionati oggi contano redditi non adeguati minimamente al costo della vita, mentre non si perde mai la cura verso ben altre categorie, tra autonomi, professionisti, banche e grandi gruppi industriali, tutto diventa materia di scontro, come sta avvenendo nel rapporto tra governo e gli organismi sindacali più rappresentativi.
A questo punto, penso, sia necessario inserirsi, a buon diritto, nel dibattito in corso ove non si fa fatica a cogliere un pernicioso stallo nel quale i tanti sedicenti partiti centristi continuano a fluttuare tra un’affannosa ricerca di un federatore e l’ambizione di un progetto comune, cosa assai difficile, al momento, perché nessuno dei leader, chi mascherandosi dietro ad artificiose querelle sull’opportunità o meno di fare le primarie, chi propiziando intese di massima per abbozzare un primo progetto comune, ma senza mai provare a fare passi concreti, sembrano aiutare nella reale prospettiva di costruire un’alternativa di centro, all’attuale egemonia populista e massimalista che continua a dominare le politiche pubbliche, anche nelle proposte, che ci capita di sentire da certi leader della sinistra e 5 stelle.
La transizione tecnologica e climatica, e i teatri di guerra in atto, hanno bisogno di risposte appropriate, in un’idea di casa comune
In questo delicato scenario non si può lasciare fuori dalla porta tutto l’intricato groviglio degli effetti cui siamo esposti in questo galoppante mutamento epocale, tra transizione tecnologica e climatica, un bellicismo senza freni, e flussi migratori usati da alcuni paesi come arma tesa a destabilizzare certi equilibri politici e normativi, che stanno investendo ogni lembo delle società statuali, con nuove ragioni di convivenza geopolitiche all’interno dei diversi continenti.
Il leaderismo, arma subdola, che nel tempo mina alle fondamenta le democrazie
Sicuramente la sfida, soprattutto al leaderismo,si vince rafforzando l’idea del partito come aggregazione plurale di culture e sensibilità, e confronto, ovviamente all’interno di un comune denominatore, ove ogni decisione non deve essere altro che la sintesi di una mediazione( e non calata dall’alto, come oggi avviene nei tanti partiti personali o padronali) che appaia, non solo per quel particolare momento, la migliore, ma che sia anche lungimirante(cosa che oggi sembra cosa assai rara), e secondo le istanze che le nuove sfide planetarie ci stanno ponendo, nel solco di un idea di bene comune.
Non aiuta l’attuale scenario dominato da tutto un parterre di leader incagliati in progetti di alternativa, assai poco credibili
Il problema è che ci vuole una comune volontà politica per fare questo: ovviamente alludo a tutte quelle forze riformiste che perseguono( allo stato delle cose, a parole) lo stesso obiettivo.
Di certo non aiuta l’attuale scenario, poco credibile, dominato da tutto un parterre di leader incagliati in progetti di alternativa, assai poco verosimili, vuoi per accentuate forme di sudditanza(soprattutto FI di Tajani, sul versante del centrodestra), vuoi per l’assoluta inconciliabilità delle rispettive linee politiche( sul versante dei ,cosiddetti, progressisti).
Serve una visione del paese realmente rispondente alle realtà e alle istanze dei ceti sociali e dei territori ed alle nuove contingenze internazionali
Concludo con l’auspicio che la prossima assise consenta, attraverso un confronto capace di non trascurare tutte le profondità delle questioni cruciali del paese, di elaborare, in una chiara e articolata visione del paese, un progetto politico organico e realmente rispondente alle realtà e alle istanze dei ceti sociali e dei territori ed alle nuove contingenze internazionali, affinché si privilegino e perseguano, in ogni angolo della terra, politiche di pace e di coesione sociale.

























