di Ruggero Morghen
Nel 1930 il noto architetto Marcello Piacentini dedicò su “Architettura e arti decorative”, rivista da lui diretta, un lungo articolo a Giancarlo Maroni, registrandone la devozione illimitata nei confronti del comandante d’Annunzio. Dedizione a un ideale di vita cui tutto posporre: “Servivo d’Annunzio qui perché sentivo di servire la patria”. Ne loda anche i disegni, “disegni – scrisse – “di chi vede, al di là del foglio di carta, la realtà”. Ma una sera, “strana sera, di cui difficilmente potrò perdere la memoria” (suggestione ambientale, riteneva Mazza), Piacentini incontrò al posto di Maroni un architetto egiziano che del Vittoriale, casa parlante del poeta, aveva l’impressione di una fortezza, ma “qualche cosa – aggiunse – vi scorgo pure di sacro”. Testamento d’anima e di pietra, qui “tradotto è in pietre vive quel libro religioso” pensato dal poeta-soldato.
È in effetti un elemento, questo, del sacro che Piacentini riscontra anche in altre opere maroniane. Rileva infatti che “un sottile filo spirituale collega l’Idraula (come egli chiama la sua opera) con la Casa del Sole e con il Vittoriale; sottile filo – osserva – che ricongiunge queste opere come nella corona sono uniti fra loro i grani dell’orazione”. A colpirlo particolarmente è l’Idraula, ossia la centrale idroelettrica di Riva: “Sorge l’edificio bianco – così scrive infatti – sulla riva delle acque chiare, ai piedi della montagna, nella Città redenta. È grande, massiccio, armonioso. Bene si adatta al luogo ed al compito per cui è stato elevato. Ecco – conclude entusiasta – una cosa veramente bella!”.
Il rapporto di d’Annunzio con Riva appare mediato (lo notava anche il compianto Sergio Molinari) proprio da Giancarlo Maroni, suo architetto, tuttofare ed amico fraterno con cui dopo un inizio problematico (“Spero che potremo intenderci sebbene io sia di Pescara e tu di Riva”) inaugura una stagione di collaborazione culturale e comunione umana. Lo chiama “magister de vivis lapidibus”, locuzione che però attribuisce anche al fratello di Giancarlo Ruggero, a Riccardo Cozzaglio e a se stesso. Lui per il poeta, che rifugge da doppi sensi e ambiguità, non è Giancarlo Maroni, ma “Giancarlo da Riva”. La cui madre, Destinata Passerini, dopo la morte diviene la Santa. “Io vivo – scrive il poeta rispecchiandovisi – nel respiro di mia Madre vivente e presente”.
Anche gli altri fratelli di Giancarlo, a parte Achille e Maria, sono del resto coinvolti a vario titolo nell’avventura vittoriale. Così Italo, Ruggero (che avrebbe voluto sepolto al Vittoriale) ed Alide (la mite e paziente “suor Alissa”), mentre un certo ruolo rivestono a Riva per d’Annunzio la Fraglia della Vela ed Augusto Pellegrini, l’operaio infermo che aveva già lavorato al Vittoriale “con amore e intelligenza” e a cui lui nel 1925 si propone quale “guaritore mistico” (e Maroni lo spalleggia riconoscendo la sua “magnetica influenza”). All’ardita e ardente Fraglia, corporazione di artieri della vela da lui “fondata ed addestrata” (come scrisse a Mussolini), il poeta si presenta invece – siamo nel 1930 – come “orbo veggente”. Pochi mesi prima di morire si ricorda ancora dei suoi “generosi compagni della Fraglia”, che lo faranno unico, effettivo ed eterno presidente. È la Riva italiana del sole, delle spiagge, degli sport legati all’acqua, che ha per motto “Di tutto è ragione l’amore”.
Il rapporto di d’Annunzio con Riva viene inoltre espresso simbolicamente dai fiori del luogo, i quali – osserva il poeta – “hanno un profumo d’anima rarissimo”. “Sempre i fiori di Riva mi rinascono dal cuore, cosicché mi son donati e pur sono in me”. In particolare attira la sua attenzione la ginestra del Monte Brione, tanto che al babbo di Giancarlo Maroni, il pasticcere Bortolo, egli - “inguaribile battezzatore mondano” (Tom Antongini) - darà il nome di “Fra Ginestro”.

























