di Ruggero Morghen
Diciannovista. Con tale termine si identificano coloro che aderirono al movimento fascista fin dalla sua fondazione nel 1919, l’anno fosco. Altre definizioni di “diciannovista” sono “aderente iniziale al movimento fascista”, “chi partecipò al movimento fascista fin dal 1919, anno della sua fondazione”, “termine con cui vennero indicati i primi aderenti al movimento fascista nato a Milano nel 1919”, “chi aderì al movimento fascista fin dalla sua fondazione, nel 1919”.
Precisa Domenico Moreschi: “Il termine – oggi dimenticato – era usato nel ventennio per designare i seguaci della prima ora. Un titolo quindi di merito, nel clima del momento, perché stava a significare un’adesione alla rivoluzione fascista anteriore alla marcia su Roma, prima della presa del potere e dell’affermazione ufficiale”. Nel film di Zampa “L’arte di arrangiarsi” (1954) il catanese Rosario Scimoni, detto Sasà (Alberto Sordi), si accontenta di rivendicare la sua partecipazione (naturalmente farlocca) alla marcia su Roma: evento cui con il passare degli anni – secondo il costume italiano – almeno 100 mila rivendicarono il merito di aver partecipato.
Per Marcello Veneziani “il diciannovismo fu sinonimo di Inizio, fu l’anno degli Albori: l’anno in cui irruppe la gioventù, anzi la giovinezza, come categoria dello spirito, consacrata dalla guerra”. Non a caso nell’inno degli universitari fascisti si dice “Siamo fiaccole di vita! Siamo l’eterna gioventù”: inno che secondo Guido Quaranta lo stesso Eugenio Scalfari si dilettava a suonare al piano per gli amici, nel suo attico sulla Nomentana. Opportunamente il giornalista-scrittore di Bisceglie ricorda poi che un anno così pesante - con l’Impresa di Fiume, la nascita del fascismo, dell’italo comunismo e del Partito popolare - è ricordato da una canzone assai lieve. “Nel millenovecentodiciannove vestito di voile e di chiffon, io v’ho incontrata non ricordo dove, nel corso oppure a un ballo-cotillon”. La canzone di Achille Togliani si concludeva con uno smemorato ricordo: “Poi vi condussi non ricordo dove, e mi diceste… non ricordo più. Nel 1919 vi chiamavate forse gioventù”.
Ma c’è un altro Diciannove. Il 10 settembre di quell’anno, infatti, il Trentino diviene parte del Regno d’Italia, ma per i trentini reduci dall’esilio forzato in Boemia questa annessione non è l’inizio della tanto sospirata pace, bensì di un nuovo dramma che l’avvento del fascismo rende ancora più carico di tensioni. Per gli “italiani” i trentini sono ancora i sudditi dell’ex impero asburgico. E così conoscono nuovi ostacoli, dalle malversazioni della burocrazia ai ritardi e alla corruzione dilaganti nell’opera di ricostruzione dei paesi e delle città devastati dalla guerra, per finire con l’endemica mancanza di lavoro. È proprio la mancanza di quest’ultimo, oltre che di prospettive per una vita serena, che spinge migliaia di trentini a salire ancora su un treno per intraprendere quello che sarà il terzo e ultimo esodo della loro storia.
Se ne è parlato a Riva del Garda nell’ambito dell’iniziativa “Autori tra noi” promossa dalla Biblioteca civica, ospite d’eccezione il giornalista-scrittore Dario Colombo col suo “Ultimo treno”. Un romanzo storico, ultimo d’una trilogia, dove “c’è tanto sentimento, anche tanto amore”, rileva la bibliotecaria Giusy Armellini, mentre Graziano Riccadonna vi coglie “una storia costruita sui problemi, su nodi teorici importanti” e una “sapienza compositiva da regista”. “Un’analisi storica – considera dal canto suo un fedele lettore di Colombo – condotta sempre in chiave umanistica”.
Sullo sfondo l’irregimentazione del fascio e la nuova scuola, deputata a far grande l’Italia. “Adesso le camicie erano nere. Tutto era nero in quella notte”. E “la piazza, il paese, le montagne erano cosa loro”. E il Trentino? “Non si dice più Trentino. Adesso si deve dire Venezia Tridentina”.

























