Un’esperienza associativa intrecciata con quella della comunità parrocchiale”. Così ha definito l’Azione Cattolica Jorge Mario Bergoglio rivolgendosi ai giovani dell’associazione riuniti a Roma per un convegno - riporta Vatican News - “mirato  al confronto su come trasformare i propri incarichi associativi in occasioni per prendersi cura e mettersi al servizio dei territori, delle persone che ciascuno incontra nel cammino della vita e nei luoghi che abitano gli uomini e le donne di oggi”.

Il rapporto con l’Azione cattolica di Giosi Guella e delle prime Focolarine appare particolarmente significativo e meritevole di approfondimento, anche come documento della crisi e degli sviluppi dell’associazionismo cattolico di quegli anni. Un personaggio come Carlo Carretto, che dimessosi da presidente della Giac nel 1953 si avvierà poi alla spiritualità monastica seguendo le orme di Charles de Foucauld, si sentiva allora “premuto per ogni dove da quella gioventù cristiana del dopoguerra”, in particolare dalla Gioventù d’Azione cattolica, che era – assicura in “Famiglia piccola chiesa” (1949), ove svolge le sue pie considerazioni sul matrimonio- “la più fresca organizzazione giovanile cristiana”. “Quella che è oggi è del tutto irriconoscibile – osserva dal canto suo un sacerdote che assai tiene alla sua talare, un “pastore di frontiera” come si definisce – era allora veramente una delle falangi (potremmo dire) del Papa”.

“Un fondatore – ebbe a dire Chiara Lubich intervistata nel 1981 da J.Claude Darrigaud – è un cristiano un po’particolare nella Chiesa, è come il seme di una sua nuova pianta, di una sua nuova opera”. Il fondatore di Comunione e Liberazione don Luigi Giussani fu vicepresidente della Giac nella diocesi di Milano e a tale titolo venne incaricato di redigere ed esporre un documento per la catechesi, poi uscito in forma di opuscolo col titolo “Risposte cristiane ai problemi dei giovani”. Il sacerdote di Desio avrebbe poi criticato il moralismo dell’Azione cattolica, vedendovi “tutta la viva complessità dell’esperienza cristiana - così riteneva - ridotta all’osservanza precettistica di alcuni pochi comandamenti”.

Ne avrebbe anche criticato il mero “impegno a incrementare il numero degli iscritti” e i “gesti superficiali” senza valore educativo, nei quali “si dà per scontato tutto”; a suo avviso inoltre “il frantumarsi dell’Azione cattolica in tutti i suoi vari rami aveva anche un contenuto sessuofobo”. La sua critica, peraltro, sembra echeggiare la valutazione di Gianfranco Morra, secondo cui la cultura cristiana perde la sua battaglia sul piano culturale perché preoccupata del potere e, appunto, del numero.

“A quel tempo – tiene a precisare lo scrittore bresciano Luca Doninelli – le chiese erano piene e le associazioni cattoliche giovanili erano al massimo del loro fulgore, ma il nesso tra la fede e la vita era smarrito, e Giussani fu uno dei pochi a rendersi conto del vuoto che si nascondeva sotto questa maschera fastosa”. Peraltro “non fu il solo”, aggiunge Doninelli, ché anche don Calabria “ne scrisse con gli stessi toni al card. Schuster a proposito del clero”. “Naturalmente – come rilevato dal cardinale Ratzinger proprio al funerale di don Giussani -, con la novità che egli portava con sé, aveva anche difficoltà di collocazione all’interno della Chiesa”. Tanto più che, nei primi decenni postconciliari, la Cei ancora guardava all’Azione Cattolica come forma primigenia di associazione dei laici, talvolta non considerando positivamente i movimenti ecclesiali.

Tuttavia – osserva a questo proposito Giulio Andreotti nella relazione da lui svolta in occasione del XV Congresso internazionale sul Volto Santo, svoltosi presso la Pontificia Università Urbaniana il 22 e il 23 ottobre 2011 - “in maniera non corretta l’esperienza di don Giussani è stata letta da più parti come in concorrenza con l’Azione cattolica di quegli anni”. Invece “ho sempre pensato – aggiungeva lo statista romano - che fosse una lettura sbagliata già allora, proprio perché, per quello che intuivo dall’esterno, Giussani non partiva mai da un’opposizione a qualcosa ma da un positivo”. Specie in campo educativo. 

“Giussani – chiarisce Carmine Di Martino, celebrandone il centenario (1922-2012) – si getta a capofitto nell’avventura educativa. Ma non smette di perseguire una elaborazione coerente del suo pensiero. Nell’incontro con i suoi giovani interlocutori (i figli della borghesia milanese, che si trovavano già esistenzialmente decentrati da una tradizione cristiana passivamente assorbita), il suo pensiero si incendia e si essenzializza. La locuzione il cristianesimo come esperienza, per esempio, si diffonde rapidamente e si pone subito come uno spartiacque negli ambienti milanesi e non solo, suscitando grandi entusiasmi e anche resistenze”.

Nella biografia di Giovanni Riva edita da Rusconi nel 1986 per la collana “Gente nel tempo”, don Giussani è l’uomo che propone il cristianesimo cone “organicità globale”. Il fondatore di  Comunione e liberazione è presentato nella sua formazione familiare e seminaristica: ecco la stima verso la figura del prete respirata in famiglia, la cosiddetta scuola di Venegono, l’avvio della rivista Christus e la formazione del gruppo dei Milites Christi. Don Massimo Camisasca ne sottolinea invece l’ansia di rinnovamento della Chiesa, che condivideva (era “ciò che li univa”) con Karol Wojtyla, mentre autorevolmente si riconosce la sua passione educativa unita ad un atteggiamento di tenerezza e riverenza nei confronti della Chiesa. Quella stessa Chiesa che oggi ne riconosce la genialità pedagogica e teologica.

 

Ruggero Morghen