Retrospettive”, il periodico culturale della Valle dei Laghi diretto dall’amico Mariano Bosetti, ricercatore storico e giornalista, ha dedicato il primo numero del 2024 ad alcune “figure dei nostri paesi più o meno note, che nel corso del tempo si sono dimenticate o quanto meno sono rimaste sconosciute alle giovani generazioni”.

Non è certo il caso di Roberto Conci, classe 1977, morto nel gennaio del 2024 per incidente sul lavoro e sepolto nel piccolo cimitero di Fraveggio, comune di Vallelaghi. È il caso piuttosto di un altro Conci, Italo (Vezzano, 1893 – Fiume, 1920), di cui a Vezzano – ancora comune di Vallelaghi – si conserva la memoria, invero ora piuttosto flebile, nella vecchia denominazione della Scuola (ora Bellesini) e nella Banda locale, che è ancora formalmente intitolata ad Italo Conci.

“Il corpo musicale – ci dice Alessandro Chemotti – ora può contare su pochi elementi, che danno man forte ad altri complessi bandistici. Si fanno però alcuni corsi e, quanto al nome, si privilegia il riferimento al territorio, al borgo piuttosto che l’intitolazione originaria”. Per quanto riguarda quest’ultima, scrive Annely Zeni: “L’intitolazione ad Italo Conci, omaggiando il Tenente degli Arditi caduto a Fiume nel 1920, non solo riagganciava un filo bandistico nel nome del padre Angelo, ma corrispondeva al culto eroico dell’ideologia imperante”. “Tuttavia, nel caso delle bande – tranquillizza la ricercatrice di cose musicali -, il processo alle intenzioni non esclude, benché mutate le occasioni, l’inalterata funzione partecipativa ai momenti importanti per la comunità rappresentata, indipendentemente dalle complicità ideologiche”.  

A prescindere da questi riferimenti, la memoria di Italo Conci a Vezzano è tenuta viva dall’iscrizione tuttora ben leggibile al civico 5 di via Roma, che così recita: “Questo segno d’amore e di promessa i legionari di Ronchi uomini liberi tra servi smarriti  dedicano all’eroe Italo Conci che ucciso dai fratelli nella notte santa e orrenda di Fiume gli angeli della Redenzione avvolsero nel sudario di Cesare Battisti reso inconsumabile dal Signore per accomunare il sacrifizio di tutti gli eroi trentini credenti nella Patria futura. Fiume, XXVI decembre MCMXX - Vezzano, XXVI decembre MCMXXI”.

Il testo, composto da Gabriele d’Annunzio e relativo a Conci, uno degli otto sottotenenti della Legione trentina “Cesare Battisti”, è stato riprodotto a Vezzano fedelmente, a parte l’originale “legionarii” che è diventato nell’iscrizione “legionari”, mentre il poeta aveva indicato quale luogo della celebrazione nel primo anniversario fiumano non Vezzano ma Trento. 

L’edificio sito al civico 5 di via Roma, a Vezzano, era la casa dove abitava Italo Conci. Il “founder & senior consultant” Enzo “Larry” Pisoni (1937-), che ancora ricorda i fratelli del legionario fiumano Ennio e Lionello (poi divenuto avvocato), assicura che nel 1957 i Conci erano già andati via dal paese stabilendosi a Trento. “Erano fascisti – ricorda -, non erano molto ben visti in paese. Venivano considerati fanatici, descamisados, idealisti”. Al terzo piano stavano i Martinelli, i proprietari della casa che poi vendettero ad Ivo Gottardi, attuale proprietario. Al secondo piano risiedeva la famiglia di Enzo “Larry” Pisoni; capofamiglia era Adriano Pisoni, medico condotto ma anche – assicura il figlio Larry – filosofo.

Un’anziana signora del posto ricorda che, quando erano piccoli (“matelòti”, dice), il 4 novembre portavano dei fiori al monumento ai caduti ed anche davanti alla casa ov’è la lapide in memoria di Italo Conci. La stessa vezzanese, che non vuol essere nominata (“Scriva N.N.”), riporta una filastrocca – “senza capo né coda” – appresa dalla mamma e che ritiene correlata proprio alla vicenda del Conci. “Le tagliarono le braccia – recita – e col sangue di essa fu scritto sulla porta della città: Per la gloria che fu e per la gloria che avrà da venire”.

A Vezzano la cerimonia commemorativa, nel triste anniversario fiumano, si svolse dunque il 26 dicembre 1921. Riferisce sobriamente “Il nuovo Trentino” del 28 dicembre 1921 sotto il titolo “La commemorazione di Italo Conci a Vezzano”: “Ieri l’altro, festa di S. Stefano, vi fu a Vezzano l’annunziata adunata dei legionari fiumani in onore di Italo Conci morto proprio un anno fa nelle tragiche giornate di Fiume. Sulla Casa dove il Conci era nato è stata murata una lapide recante quest’epigrafe del d’Annunzio (segue testo). Alla cerimonia, oltre che le autorità locali, parteciparono varie rappresentanze e autorità di Trento e dei dintorni. La cerimonia, semplice e austera, riuscì assai commovente specie nella rievocazione del morto da parte dei commilitoni superstiti”.

Trattando dei “personaggi della storia trentina” Sergio Benvenuti offre questo ritratto di Italo Conci: “Studente irredentista, si arruolò volontario nell’esercito italiano nel marzo 1916 con il nome di guerra di Lionello Joris. Sottotenente del 233° Reggimento di Fanteria, fu ferito a Versic-Selo e venne decorato come medaglia d’argento: Partecipò alla Marcia di Ronchi e divenne un fedelissimo seguace di D’Annunzio, addetto alla protezione della sua persona. Morì combattendo per la difesa di Fiume”.

Durante le cinque giornate del Natale 1920 egli trovò la morte nella difesa delle mura fiumane, sulla strada di Zanet, a Cantrida, e per volere di Gabriele d’Annunzio trovò sepoltura al Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera, sulla sponda bresciana del lago di Garda.

L’arcense Luisa Zeni ricorda bene quei giorni lontani. Ecco le barricate, le trincee. “Il posto ch’io avevo durante le tragiche giornate – scrive -, un posto di primo soccorso e di ristoro, in linea, era espostissimo al fuoco, bersagliato continuamente dalla mitraglia fratricida. Molti compagni vidi cadere colpiti dal piombo fraterno”. “Fummo assaliti di sorpresa – ricorda ancora la Zeni – con violenza inaudita: una aggressione da briganti”. Italo Conci cadde senza un grido, “la rossissima mattina del 26! colpito alla testa da pallottola esplosiva di mitraglia”.

E ancora, sempre la Zeni: “Quanti compagni furon visti cadere fieri e belli, nella sublime suprema difesa, per la doppia inebriante radiosa visione d’amore: Italia e Fiume! Nella tempestosa giornata del 26 cadde colpito in fronte il Trentino Italo Conci, lanciando nell’aria grigia il grido di promessa, di incitamento, di fede, di vittoria: Viva l’Italia! Trentina come lui, volli io comporre quella salma gloriosa, e la coprii di palme e ramoscelli: i fiori mancavano! E per la mamma, per la sorella, per tutti i Trentini, mi chinai reverente a baciare quel gran cuore, che aveva voluto dare sino all’ultimo suo palpito per la Causa dell’Italia, incarnata allora nel nostro divino Comandante. Recisagli una ciocca di capelli, la nascosi con affetto. Più tardi, tornata nella mia terra, la recai, insieme con la medaglia di Ronchi bagnata del suo sangue, alla desolata madre, che m’accolse singhiozzando di dolore e d’orgoglio: povera mamma!”. 

Il ricordo, e quasi il culto, di Conci troveranno quindi un ideale altare e palcoscenico nell’ambito valoriale e mitico creato dal Comandante sul Garda. Il 27 dicembre 1934 – siamo infatti al Vittoriale – Giancarlo Maroni informa d’Annunzio circa un “austero rito che si è svolto sul Mastio e il giuramento e battesimo del Gagliardetto sulla nave Puglia degli Avanguardisti Trentini”. “I trentini – assicura l’architetto rivano – sono partiti col grande desiderio di avervi a Trento. Hanno portato con loro lauri, che a nome Vostro ho consegnato per l’Ara di Battisti. La madre di Italo Conci mi ha pregato di abbracciarVi. Attendono con fede la Vostra parola promessa”. 

Sette anni prima, nella primavera del 1927, d’Annunzio aveva fatto pervenire a Ruggero Maroni, fratello di Giancarlo, una busta contenente queste disposizioni: “Conduci i pellegrini all’arca di Italo Conci. Presso quell’arca è lo spazio breve e infinito dove riposerà Giuseppe Piffer. Baciate la terra. Forse sentirete nella terra ardore il sangue, sapore di sangue, perche dalla Nave insanguinata e non vendicata Tommaso Gulli vi guarda. O Trentini – concludeva -, o gente rude, religiosa e coraggiosa, ecco il mio cuore. Non giova che oggi voi guardiate il mio viso”. 

 

Ruggero Morghen