di Ruggero Morghen




Basta etichette di sinistra – ha detto Giuseppe Conte rivendicando una nuova identità per il suo movimento -, noi siamo progressisti indipendenti”. Ma “i veri progressisti – si dice convinto mons. Loris Capovilla – sono i grandi conservatori”. E aggiunge: “Nella Chiesa non sono possibili riforme radicali e, se proprio si vuol parlare di rivoluzione, essa va concepita come la intendeva Peguy, ossia come un ritorno alle sorgenti”. Capovilla fa quindi il nome del “suo” papa, cui rimase lungamente accanto come segretario: Angelo Roncalli, poi Giovanni XXIII.

 Costui fu per quasi trent’anni un abile diplomatico, “anche se – rimarca Alberto Melloni – poco stimato nella Segreteria di Stato”. Poi egli subirà “le accuse e i dileggi della stampa fascista e della destra democristiana”. Il suo saggio sul Papa buono e il “Giornale dell’anima” – scrive don Loris nella prefazione – “ci reintroduce nel castello interiore di Papa Roncalli, uomo mandato da Dio col nome di Giovanni, che – aggiunge – veniva dalla campagna e non era un illuso: il contadino, infatti, conosce i ritmi delle stagioni e nessuno lo può imbrogliare”.

Capovilla ci tiene a precisare che il Giornale dell'anima non è tutto Papa Giovanni, ma contiene quanto basta per individuarne la vocazione e la formazione, l’impegno e il successo. Lo storico reggiano lo definisce “diario in presa diretta sulla vita interiore di un ragazzo che non aveva studiato da papa, ma lo diventa”. Il libro non piacque a Pier Paolo Pasolini che, negli Scritti corsari, dichiarava di trovare i pensieri del papa cui aveva dedicato Il vangelo secondo Matteo “sentimentali, manierati, superficiali” e confessava di chiedersi come avesse fatto a scriverli uno come lui.

Ritroviamo ad ogni modo, nel Giornale dell'anima, l’Angelino che si sottomette docilmente alla pietà del cattolicesimo postunitario, così come gliela porge l’ambiente bergamasco in cui si forma. Ecco il ruolo dello zio paterno, celibe, il barba Zaverio narratore di storie edificanti ed episodi biblici “secondo stilemi – precisa Melloni – che si avvicinano a quelli proposti da don Bosco nelle Letture cattoliche”. L’amore di Angelino per la madre, “alla quale dopo le cose del cielo, voglio il maggior bene di cui è capace il mio cuore”. Poi i contatti con l’università di Louvain, mediati dal cardinal Mercier, e quelli col femminismo cattolico rappresentato da Adelaide Coari. 

Ecco il “Papa della bontà”, come lo chiama Capovilla, che però richiede – anzi pretende – “il Papa Giovanni della realtà, non quello del mito e delle leggende”. Il papa che, appena eletto, non volle il bacio ai piedi da parte dei cardinali, come allora usava: “No – disse al suo segretario – questo non lo voglio”. Il papa che invece volle il Concilio, dove – ne è convinto Capovilla – “non ci son stati dissensi sul piano dottrinale, ma solo su quello pastorale”. “Io – testimonia don Loris – vedo Roncalli come egli stesso mi si è raccontato; come mi apparve a Venezia nel 1950 (allora mi occupavo di giornalismo cattolico); come gli vissi accanto dal 1953 in poi, e nei 37 anni dalla sua morte”.

Anche Melloni contesta quella che non esita a definire “l’immagine edulcorata e castrante” del papa buono, che tanto successo ha avuto nella “retorica dei giornalisti promossi a biografi” di quell’anziano ringiovanitore della Chiesa che fu Roncalli. Retorica cui forse si sottrae un altro bergamasco, Ermanno Olmi, allorché propone – proprio sulla traccia delle note personali lasciate da Roncalli nel Giornale dell'anima - “E venne un uomo” (1965), lettura filmica più poetica che realistica con Pietro Germi, Rod Steiger nei panni di un imprecisato “mediatore”, Adolfo Celi in quelli di monsignor Radini Tedeschi e la voce di lusso di Romolo Valli.