di Ruggero Morghen
“Al terzo piano sotto noi – ricorda Ugo Ojetti - abitava un erudito che era l’ammirazione di mio padre, Enrico Narducci, bibliotecario capo all’Alessandrina”. Lo scrittore lo rivede “alto, magro, i capelli grigi e folti, gli occhi severi, le tasche gonfie di giornali e di carte, sempre sotto il braccio un libro o due”. Parlava sottovoce: abitudine che doveva aver preso nella sala di lettura della biblioteca. E aveva quella “calligrafia curva, elastica, elegante, di penna fina, che – commenta Ojetti – è stata la calligrafia comune agli eruditi sulla fine del secolo scorso” e che più tardi l’autore di “Ricordi di un ragazzo romano” ritroverà nei manoscritti di Carducci, di Martini, Del Lungo e Biagi.
Da Enrico Narducci il piccolo Ugo imparò come apre un libro il bibliofilo e come lo apre un profano. Il primo passa la palma sopra la copertina come per una carezza, poi alza la pagina dall’angolo più alto e, nel voltarla, l’accompagna e la liscia. E il profano? “Quello invece spalanca il libro di colpo come un macellaio squarta un capretto, e volta la pagina dall’angolo basso come un villano alza nell’osteria la gonna alla fantesca”.
Nello studiolo del meticoloso Narducci c’erano “una confusione di libri, schede, ritagli, a montagne, e un odor di polvere, appena egli toccava un pacco o un libro, da starnutire”. Sulla scrivania una piccola fotografia di Mazzini in piedi appoggiato a una sedia: nel ‘49 infatti Narducci adolescente aveva combattuto per la difesa di Roma assediata. Studente al Collegio Romano, nel 1848 era cadetto di fanteria del Governo provvisorio; difenderà quindi la Repubblica sul Gianicolo meritandosi il grado di caporale.
Direttore della Biblioteca Alessandrina di Roma e socio di varie accademie, bibliotecario e bibliografo, Enrico Narducci (1832-1893) ebbe un ruolo chiave nella gestione delle librerie claustrali romane soppresse dopo l’Unità e nella costituzione della Biblioteca nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma. Fu inoltre insignito di quattro medaglie al merito per le guerre d’indipendenza.
“Perché tornare sulla figura e sul lavoro di Narducci?” si chiede e chiede Giovanni Di Domenico. E ancora: “Perché riandare alle sue proposte per la realizzazione di un catalogo collettivo delle biblioteche italiane, proposte appesantite da molti difetti, eppure non prive di ragioni, proposte inascoltate, però, quando non duramente respinte?”. La risposta è che lì c’è qualcosa di emblematico, qualcosa che investe la responsabilità politica e la sordità dei vertici amministrativi che avevano in cura il settore, qualcosa – conclude Di Domenico - che “molto racconta delle antiche fragilità e dei limiti strutturali nell’organizzazione nazionale dei servizi bibliotecari”.
Nella riedizione di “Enrico Narducci e le biblioteche nei primi decenni dell’Italia unita” Giovanni Solimine tratteggia proprio la figura del Narducci, rivelando che due furono i nuclei principali attorno ai quali si sviluppò la sua attività: il tentativo di dar vita ad un catalogo collettivo delle biblioteche italiane e il lavoro da lui svolto per la difesa del patrimonio delle biblioteche ecclesiastiche romane e la fondazione della Nazionale.
Nel momento in cui le leggi sulla soppressione delle corporazioni religiose vennero estese anche a Roma - precisa Maria Teresa Biagetti -, Enrico Narducci si occupò della riorganizzazione dei fondi librari appartenuti alle biblioteche delle congregazioni religiose. Poi Ruggero Bonghi, ministro dell’Istruzione pubblica, ritenne che i libri presenti nelle biblioteche ecclesiastiche fossero inadatti a costituire l’ossatura bibliografica di una nuova, grande e moderna biblioteca. Per questo motivo fu istituita la Biblioteca nazionale di Roma, dedicata a Vittorio Emanuele II, unendo alla Bibliotheca major dei Gesuiti i fondi di una sessantina di biblioteche di conventi e corporazioni religiose.


























