di Stelio W. Venceslai
Una premessa è necessaria: non esistono guerre giuste o ingiuste. Una valutazione morale di un conflitto è sempre e solo propagandistica. Le guerre si fanno per interesse. Una narrazione diversa è solo deviante.
1 – I presupposti
Il recentissimo conflitto con l’Iran determina sullo scenario internazionale conseguenze nuove in continua evoluzione. Dato il variare della situazione, giorno per giorno, è utile definire alcuni precedenti.
I rapporti Usa-Iran sono pessimi da alcune decine di anni, praticamente dai tempi dell’avvento di Mossadeq e della detronizzazione dello Shah Reza Pahalavi, con l’istituzione di una repubblica teocratica e la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.
A ciò si è aggiunta la politica ablativa dell’Iran nei di Israele per motivi sia religiosi sia politici:
a - l’ebraismo è in netta contraddizione con l’islamismo e, in particolare, con l’islamismo sciita;
b - l’occupazione progressiva della Palestina da parte di Israele, uno Stato la cui esistenza è sempre stata negata da Teheran, in concorrenza co i Paesi arabi che, in fondo, l’hanno tollerata. Lo Sciismo non ammette compromessi.
La forte alleanza tra Israele e gli Usa, dimostrata da sempre ma consolidatasi con la guerra nella Striscia di Gaza, ha reso questi due Paesi il nemico principale dell’Iran, considerati figli di Satana e, di conseguenza, l’intero mondo occidentale, alleato e “servo” degli Stati Uniti, è giudicato e condannato come perverso e corrotto.
Inoltre, il fatto che i Paesi arabi si siano dimostrati impotenti nei confronti dell’espansione israeliana e sostanzialmente indifferenti alla causa palestinese, interessati più ai loro traffici di pace che alla guerra, ha rinfocolata l’atavica contesa fra sciiti e sunniti. Gli Iraniani sono sciiti, quasi tutti i Paesi arabi sono sunniti. È un contrasto secolare come fra il cattolicesimo ed il protestantesimo.
L’Iran, che non è un Paese arabo, si atteggia a medio-grande potenza nella regione, in palese concorrenza con l’Arabia Saudita la cui supremazia è tacitamente riconosciuta da tutti i Paesi arabi non solo per la potenza economica ma anche per motivi religiosi, per via della Mecca, il principale santuario islamico.
Poiché l’Iran non ha confini con Israele, non è potuto intervenire in nessuno dei conflitti che lo hanno coinvolto. Tuttavia, sempre mirando alla cancellazione di Israele, Teheran ha creato una rete di sodali in varie parti del Medio Oriente che sono il braccio armato operativo dell’Iran contro Israele. Ha sostenuto al-Qaeda, ha rifornito di armi l’ISIS, ha creato gli Hezbollah in Siria ed in Libano, ha sobillato e armato gli Houthi nello Yemen.
Se Israele e gli USA sono il nemico principale, altrettanto l’Iran lo è per Israele. La tecnologia moderna consente di farsi la guerra distanza e un primo scontro ci fu nel giugno scorso, durante la guerra della Striscia di Gaza.
Come media-grande potenza, poi, l’Iran aspira a dotarsi di armamento nucleare. Ciò lo porrebbe in una situazione di supremazia oggettiva. D’altro canto, anche Israele ha la bomba atomica, anche se non ne ha mai denunciato il possesso. Un conflitto nucleare in Medio Oriente avrebbe conseguenze nefaste inimmaginabili.
Gli USA (ed Israele) sono fermamente contrari all’ipotesi di armamento nucleare iraniano. Sulla stessa posizione sono i Paesi arabi, che sarebbero le prime vittime della devastazione nucleare.
Un raid aereo americano, concordato, pare, con le stesse autorità iraniane, ha allontanato questo rischio, ma fino a un certo punto. Il raid aereo americano è strato una buffonata, perché il materiale radioattivo era stato nascosto in luogo sicuro prima del raid. I trionfalismi di Trump per questa operazione si sono rivelati, al solito, una grande manifestazione d’ingenuità.
2 – Le relazioni estere iraniane
L’Iran confina ad est con il Pakistan, potenza nucleare media, con il quale non è in buoni rapporti. Il Pakistan è amico ed alleato degli Stati Uniti e, poi, è in perenne conflittualità con l’India per l’annosa questione del Kashmir. L’India ha 180 testate nucleari, il Pakistan 170. Non c’è da stare allegri. Inoltre ha problemi interni con il popolo dei Beluci, nel Belucistan, che aspirano ad uno Stato autonomo.
L’Iran confina a ovest con l’Iraq. Ai tempi di Saddam Hussein fra i due Paesi si è scatenata una lunga guerra durata diversi anni, con un milione circa di morti, per il possesso della regione del delta dell’Eufrate. Esiste tuttavia una situazione armistiziale abbastanza consolidata. L’Iraq, comunque, è un nemico anche se, attualmente, ha un governo sciita, pur essendo gli Sciiti in minoranza nel Paese.
In Iraq vi sono diverse basi americane e, al nord, i Kurdi hanno costituito una regione autonoma in conflitto con Baghdad. I Kurdi iraqeni sembra che, in congiunzione con i Kurdi iraniani, stiano muovendo truppe ed artiglierie pesanti in Iran, a supporto dell’attacco israelo-americano. Prima o poi un attacco da terra si rivelerà indispensabile e i Kurdi possono essere determinanti.
L’Iran a nord confina con la Russia, con la quale i rapporti sono molto stretti. L’Iran rifornisce di droni l’esercito russo in Ucraina. Ma la Russia tace, anche perché non può impegnarsi nel conflitto, economicamente in declino, militarmente impelagata nel conflitto ucraino. Ora i droni iraniani servono all’Iran. Gli Usa li abbattono a colpi di missili, con un costo enorme (2/3 milioni di dollari contro i 30/40 mila dei droni). Gli Americani dovranno ricorrere all’Ucraina per ottenere dei contro droni.
A sud, l’Iran controlla lo stretto di Hormuz dove passa l’80% del traffico mercantile diretto a Suez e il 20% di quello petrolifero. un quinto della domanda mondiale di idrocarburi.
Più di mille navi sono attualmente ferme e i costi delle assicurazioni in pochi mesi sono saliti di dodici volte. Il blocco di Hormuz avrebbe ripercussioni molto gravi sul mercato, non solo per l’energia ma anche per l’alluminio e i fertilizzanti, i principali prodotti che sono qui trasportati. La presenza della flotta americana non sembra ridurre di molto il rischio di un blocco totale dello Stretto.
I grandi alleati dell’Iran sono la Corea del Nord, anch’essa munita di bomba atomica, e la Cina popolare, il gigante silenzioso.
La Corea del Nord è molto lontana e già è impegnata con la Russia fornendo munizioni e truppe nella guerra con l’Ucraina. Non potrebbe fornire alcuna assistenza logistica.
Con la Cina, invece, il discorso è molto diverso. La Cina non dispone di risorse energetiche e le sue principali fonti di approvvigionamento erano la Russia, il Venezuela e l’Iran.
Con la Russia le forniture di energia si sono trasformate in un rapporto di sudditanza della Russia nei confronti di Pechino, grazie alle sanzioni europee. Dopo il colpo di mano americano sono venute a cessare forniture dal Venezuela e, attualmente, l’attacco all’Iran mette in pericolo anche le forniture iraniane alla Cina. Questo è un fattore da non sottovalutare.
D’altronde, è evidente l’intento americano di mettere sotto scacco Pechino dal punto di vista energetico.
La Cina, però, ha in mano la carta di Taiwan. Se scatenasse un attacco contro l’isola si aprirebbe un altro fronte, ben più pericoloso, perché gli Stati Uniti, anche con Trump, più volte si sono impegnati a favore di Taiwan. L’apertura di un secondo fronte asiatico, comunque, almeno all’inizio, sarebbe un problema, dato che la maggior parte della flotta americana nel Pacifico attualmente è concentrata nelle acque iraniane.
3 – Le reazioni nel mondo
L’Europa sembra sempre sorpresa da quello che le accade intorno. Non sa, non prevede, non reagisce. L’attivismo di Macron e di Starmer è il ruggito del topo, un bel contrasto con l’operazione d’attacco israelo-americana, denominata il “Il ruggito del leone”. Ma non si deve dimenticare che il leone è un emblema storico persiano. Forse il Dipartimento di Stato non lo sapeva.
Trump non si è neppure preoccupato d’informare preventivamente i suoi alleati occidentali dell’intenzione di attaccare l’Iran. Ora si lamenta di “cattivi alleati”. Ma il cattivo alleato è lui. Minaccia la Spagna di sanzioni terribili, perché Sanchez ha vietato l’uso delle basi americane in Spagna e ha detto chiaramente quello che pensano tutti: il gangsterismo di Trump e Netanyahu ha stancato un po’ tutti.
Nella contesa, al solito, l’unico che ci guadagna è Israele con la distruzione del potenziale offensivo iraniano. La devastazione dell’Iran assegna ad Israele il ruolo di potenza primaria in Medio Oriente. Gli Usa, se l’aggressione si concluderà con la loro vittoria, avranno il controllo pressoché assoluto delle principali fonti di energia nel mondo, in tal modo ricattando la Cina e facendo capire alla Russia chi è il vero padrone del pianeta.
Sul piano interno, poi, Trump spera con una rapida vittoria e pochi morti di risalire nei consensi, oggi in discesa libera.
Ciò che interessa davvero al Presidente degli Stati Uniti sono il consenso elettorale e gli affari, magari di famiglia. Tutto il resto, la NATO, gli alleati, il diritto internazionale, le Nazioni Unite, i diritti del popolo iraniano, la pace nel mondo, sono questioni del tutto secondarie.
4– La situazione interna iraniana
Che il regime iraniano sia teocratico e dittatoriale non sfugge a nessuno. Il sistema è retto con mano ferrea e con il supporto di milizie potentemente armate. Tra l’esercito nazionale e quello privilegiato dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran), comunque, esiste un certo attrito di concorrenza dati i privilegi che differenziano i Pasdaran. Questi hanno costruito un vero e proprio impero all’interno del Paese (un po’ come fecero le SS di Himmler) e difficilmente se lo faranno sfuggire di mano.
L’ingiunzione di Trump: arrendetevi o morirete tutti, non sembra che abbia spaventato qualcuno, tant’è vero che la reazione rabbiosa dell’establishment militare non si è fatta aspettare.
Distrutta a terra l’aviazione iraniana e in mare la flotta, droni e missili iraniani sono piovuti un po’ dovunque con il duplice intento di colpire le basi americane in Medio Oriente e di terrorizzare i Paesi arabi che le hanno concesse. L’unica possibilità di uscire dalla morsa di Israele e degli Stati Uniti, incomparabilmente più forti sul piano militare, è quella di estendere il conflitto. Ciò spiega gli attacchi missilistici e con i droni, formalmente, alle basi americane dislocate nella regione, nei confronti di Israele e dal Libano, coinvolgendo i Paesi dei Golfo.
Data la situazione delle alleanze pro-Iran, piuttosto debole, la reazione iraniana è più che altro un segno di orgoglio ma anche di disperazione. Cosa può ottenere da un’alleanza di fatto tra i Paesi del GoIfo contro l’Iran? Solo di aumentare il numero dei propri nemici, danneggiandoli nelle infrastrutture e nei commerci.
Se la politica della nuova Guida Suprema è questa, è certamente perdente.L’attacco israelo-americano, però, potrebbe risvegliare un forte sentimento nazionalistico a fronte di una palese aggressione. Oppure no. C’era già molta stanchezza per il regime esistente.
Le varie etnie aggregate all’Iran potrebbero orientarsi verso forme di autonomie mai avute, ma le informazioni, in proposito, sono molto scarne.
Anche la situazione interna è, comunque, molto precaria.
Le manifestazioni di protesta di un Paese in crisi alimentare per le sanzioni sono note come è nota la ferocia della repressione che ne è seguita, al ritmo di 70 esecuzioni al giorno e decine di migliaia di persone arrestate.
Dinanzi al diluvio di fuoco che Israele e gli Stati Uniti stanno riversando sull’Iran, quale sarà l’attitudine della popolazione oppressa da un regime tirannico?
5 – La possibile implosione iraniana
L’Iran non è un Paese omogeneo. Solo il 51% della popolazione è iraniano di origine aria. Il resto è frammentato tra diverse etnie pesantemente discriminate: Kurdi (l'8-17%), Baluchi, Azeri (circa 15-25%), Luri, Armeni), Arabi, Baluchi, Turkmeni ed altri.
Le minoranze sono discriminate e marginalizzate. Due popolazioni diverse, a nord ovest e a sud est dell’Iran, sono costituite da Kurdi e da Baluchi.
Nel gennaio 2026, si sono registrate proteste in aree a maggioranza kurda, con il regime che ha risposto con restrizioni di Internet e repressione. Le forze di sicurezza iraniane utilizzano spesso la loro forza letale contro i Kurdi (kulbar) e i Baluchi (soukhtbar) che si occupano di commercio transfrontaliero o trasporto di carburante nelle zone di confine
Le proteste sono state frequenti per la violazione dei diritti umani, con un'ondata di esecuzioni e arresti che ha colpito in modo sproporzionato le minoranze etniche, inclusi attivisti azeri, arabi ahwazi, baluchi e curdi. Queste minoranze, almeno sino ad ora, non si sono fatte sentire politicamente né esiste un movimento di protesta guidato da un leader. Le proteste sono state spontanee, non organizzata da qualcuno.
Oltre alle etnie, le minoranze religiose come i Baháʼí, i cristiani e i sunniti subiscono discriminazioni sistematiche, con un aumento degli arresti nel 2025-2026. Tra l’altro, il persiano è l'unica lingua di insegnamento riconosciuta nell'istruzione primaria e secondaria, nonostante gli appelli per la diversità linguistica.
Alla fine della contesa, se ci sarà, è possibile un riassetto complessivo dell’area, con il ridimensionamento dell’Iran. Che si tratti di un’implosione o di nuove regole dettate dal potente di turno, in fondo, è secondario.
Potrebbe essere un’occasione impagabile per i Kurdi ritagliarsi uno Stato tutto loro sulla pelle dell’Iran, futuro centro d’attrazione per tutte le comunità kurde disperse nell’area, in Siria, in Turchia, in Iraq.
Potrebbe anche essere un’occasione per riunire il Belucistan, oggi diviso tra Pakistan e Iran. Questa sarebbe un’operazione più difficile, dati rapporti di buon vicinato fra Pakistan e Stati Uniti.
Comunque, il ridimensionamento territoriale dell’Iran segnerebbe il trionfo finale di Israele nella lunga lotta nell’area.
Almeno apparentemente, questa guerra è iniziata senza un disegno strategico complessivo, cosa peraltro caratteristica della “non diplomazia” americana (v. caso Iraq).
Poteva essere una specie di crociata per venire incontro alle esigenze di libertà del popolo iraniano, dove la percentuale dei giovani è molto elevata. Non è stato così.
Poteva essere (e lo è ancora), l’espressione di una volontà comune d’impedire la proliferazione nucleare (ma perché il Pakistan e la Corea del Nord, sì e l’Iran no?). Questo è diventato un obiettivo logico ma secondario.
Il fattore petrolifero ad oggi, sembra essere dominante. La fine dell’Iran che abbiamo conosciuto darebbe agli Stati Uniti, inevitabilmente, una posizione di supremazia nella gestione delle risorse petrolifere, specie nei confronti della Cina, il grande nemico asiatico.
6 - Le prospettive del dopoguerra
Il futuro di una guerra cominciata senza sapere come finirla, è molto incerto.
Trump pensava in tre giorni di piegare l’Iran. Ora si parla di quattro settimane. Si profila anche l’ipotesi di un’azione diretta sul terreno, ma l’Iran è un osso duro, con i suoi quasi novanta milioni di abitanti.
La sensazione è che gli Stati Uniti si siano cacciati in un terreno infido e pericoloso, senza conoscere bene l’avversario, convinti di poter ottenere i risultati sperati in breve tempo e con pochi sforzi, non avendo un’idea chiara di ciò che si vuole ottenere.
Sottovalutare un avversario che non si conosce è pericoloso ed è una cattiva abitudine americana. Il pressapochismo superficiale di Trump peggiora le cose. L’avventura non sarà né breve né facile. Non aiuterà l’arroganza di scegliere il capo di una società complessa come quella iraniana di cui non conosce nulla. La sensazione di poter ottenere ciò che si vuole usando la forza è un’illusione e potrebbe tramutarsi in un disastro.
Potrebbe finire come in Ucraina, dove dopo quattro anni di guerra i Russi segnano il passo. L’Alto Comando russo era convinto di una conquista facile e di poter risolvere il tutto in una settimana al massimo. Dopo quasi due milioni di persone perdute, tra morti e feriti, la guerra continua.
La situazione iraniana presenta molte analogie con quella ucraina: due Paesi popolosi, gelosi della loro indipendenza, Kiev con una storia da costruire per il futuro, Teheran con un passato millenario, ambedue aggrediti con motivi pretestuosi.
A parte un improbabile intervento della Cina, magari attaccando Taiwan, di cui solo il 10% della popolazione è favorevole all’unificazione con la Cina, è da escludere che la Russia, impelagata com’è in Ucraina e in ritirata dopo aver perduto la Siria, possa intervenire, se non a parole.
L’Iran, in realtà, è politicamente isolato e la sua tattica sembra essere quella di Sansone: muoia Sansone con tutti Filistei, con l’estensione del conflitto in tutto il Medio Oriente e il conseguente scombussolamento dei mercati finanziari e del mercato energetico che distruggerebbe l’Europa. L’elezione a nuova Guida Suprema del figlio di Khamanei non lascia sperare in un rapido accomodamento. Difficilmente potrebbe smentire la politica adottata dal padre. Anzi, proprio per questo, probabilmente, è stato eletto sotto i bombardamenti israeliani.
Si apre, invece, un’altra stagione di terrorismo internazionale.
L’umiliazione iraniana e il suo possibile ridimensionamento territoriale potrebbero salvare il regime teocratico, più addolcito, in mancanza di una seria alternativa interna, oppure portare ad una balcanizzazione dell’intera area, in omaggio al sano principio del divide et impera.
Se il precedente del Venezuela può servire come esempio, il regime madurista, dopo la cattura di Maduro, è rimasto in piedi, con vistosi cambiamenti di politica interna. In questa ipotesi la nuova Guida Suprema dovrebbe adattarsi a governare in un clima totalmente diverso.
Le condizioni imposte dagli Stati Uniti ai negoziati per la pace, prima dell’attacco, vertevano su tre punti:
a - rinuncia alla bomba atomica, e questo sarebbe inevitabile;
b - disarmo missilistico, per tranquillizzare Israele;
c – scioglimento delle organizzazioni terroristiche in Libano, Yemen e Siria (Houthi ed Hezbollah), e del Pasdaran, con la rinuncia a finanziarne altre in funzione anti-occidentale.
Queste, ad oggi, sembrano condizioni indispensabili per una pace. Non sono condizioni facili per la nuova Guida Suprema.
Forse, ci sarà bisogno di un’altra figura che Trump si arroga il diritto di scegliere, come se l’Iran fosse un piccolo villaggio del West e non un grande Paese con una storia e una civiltà millenarie. Ignoranza e superbia accecano i prepotenti e li conducono al disastro.
Nel frattempo, l’erede dello Shah è in lista d’attesa per la restaurazione di una monarchia millenaria.

























