dell'On. Vitaliano Gemelli
Durante la gestione dei Governi Conte 1° e Conte 2° sono stati emanati due provvedimenti, sui quali è necessario aprire una valutazione che attiene al profilo pedagogico verso i cittadini, che sono stati beneficiari.
Nel Governo Conte 1° (5 Stelle-Lega) è stato varato il Reddito di Cittadinanza per agevolare i cittadini che versavano in stato di povertà e che fossero disoccupati. A tale categoria di cittadini non è stato richiesto assolutamente nulla, bastava che dichiarassero di non avere un reddito sufficiente per il proprio mantenimento.
Molti cittadini versavano in effetti in condizioni di povertà; molti altri, invece, hanno smesso di esercitare il proprio mestiere in forma palese e con il rilascio di regolare ricevuta al pagamento della prestazione e lo hanno svolto in forma occulta, percependo il Reddito di Cittadinanza.
Inoltre, per percepire il Reddito di Cittadinanza non era richiesta alcuna prestazione nei confronti del settore pubblico, mentre sarebbe stato opportuno incardinare i percettori almeno ai Comuni di residenza per svolgere mansioni decise dalle Amministrazioni di riferimento.
Si potrebbe obiettare che le osservazioni svolte si rivolgono verso una categoria di cittadini in condizioni precarie e quindi possono essere considerate ingiuste, ma tali osservazioni servono per sottolineare che tale provvedimento ha dato origine ad un gruppo di cittadini-evasori fiscali, anche se l’incidenza è stata scarsamente rilevante; il problema non sta tanto nel merito, ma nel principio che tutti i percettori di reddito sono uguali davanti alla legge, che prevede la contribuzione all’erario, salvo gli esoneri previsti.
Se il Governo, invece del Reddito di Cittadinanza, avesse pensato una assunzione dei disoccupati e in condizione di indigenza, come è avvenuto attraverso la Legge 285/1977, promossa dal Ministro Tina Anselmi, probabilmente avrebbe coinvolto un minor numero di cittadini, ma avrebbe assicurato un posto di lavoro a quelli che rientravano nelle condizioni di legge.
Il Governo Conte 2° (5 Stelle-PD-LeU-IV) ha varato un provvedimento denominato comunemente Superbonus 110 per la ristrutturazione degli immobili e in aderenza alle soluzioni per le problematiche ecologiche.
Ormai molti economisti sono d’accordo sulla natura distorsiva del provvedimento, rispetto al carico debitorio che grava sullo Stato e che è stato affrontato con una rateizzazione poliennale.
A me interessa sottolineare, anche in questo caso, l’effetto diseducativo della legge per i cittadini delle due categorie interessate; la prima categoria è rappresentata dalle imprese, le quali hanno affrontato il problema, valutando solo le proprie esigenze economiche, perché non vi era alcun interlocutore che potesse contrastare il costo e quindi il prezzo che lo Stato avrebbe dovuto pagare, con l’aggiunta di un 10 % in più.
L’altra categoria, i cittadini proprietari degli immobili, non aveva alcun interesse a valutare il costo dei lavori, tanto il proprio esborso sarebbe stato nullo in termini generali, a parte alcune specificità percentuali stabilite dalla legge, e quindi non ha esercitato nei confronti delle imprese alcuna contrattazione di congruità, con il risultato che le imprese hanno fatto lievitare i prezzi dei lavori eseguibili ed eseguiti.
Se la legge avesse previsto non un Superbonus 110, ma un Superbonus del 90 % con un 10 % da far corrispondere ai proprietari degli immobili, gli effetti della mole di lavoro sarebbero stati pressocché identici, ma con il vantaggio che la contrattazione tra cittadini e imprese avrebbe determinato dei costi probabilmente inferiori ai 160/170 miliardi che lo Stato dovrà pagare e che hanno ridotto la capacità degli investimenti per i prossimi anni.
Nella cultura “anti-istituzionale” dei 5 Stelle, che si proponevano di aprire il Parlamento (l’Istituzione espressione della Democrazia per antonomasia) come “una scatola di sardine”, non è prevista una valutazione di opportunità (senza arrivare a parlare di etica civile) dei provvedimenti di legge rispetto ai cittadini destinatari, purché trionfi il populismo più volgare come quello manifestato, quando un gruppo di Ministri si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi gridando che con i provvedimenti adottati “avevano abolito la povertà”.
In coerenza con il disegno di disarticolare il sistema democratico una parlamentare della sinistra, divenuta tale per sottrarsi alla detenzione perché aveva aggredito, in gruppo, in un altro Stato cittadini considerati fascisti, ha proposto di depenalizzare l’occupazione abusiva delle abitazioni, negando il diritto della proprietà privata e il reato di occupazione abusiva, al solo scopo di aggregare consensi di “cittadini-contro”, sbeffeggiando lo stato di diritto.
Si potrebbe obiettare che non si può conculcare il diritto della libertà di opinione – e questo è giusto – ma non si può negare che l’istigazione al reato è un delitto, per il quale sono previste dei processi e delle pene in ogni Stato democratico.
Il fenomeno della “disobbedienza civile” dei radicali si ascriveva e si ascrive ancora alla espressione della libertà di opinione e non nella istigazione a delinquere a cui assistiamo giornalmente da parte di gruppi estremisti che hanno il solo obiettivo di “fare notizia”.
Anche la classe dirigente attuale di governo e di opposizione, a partire dalla Lega e dal PD – perché dei 5 Stelle abbiamo già detto- dovrebbe fare ammenda degli errori commessi ed evitare di considerare il passato come tale, perché nel passato si sono commesse delle azioni le cui conseguenze hanno compromesso la situazione attuale e quella degli anni a venire.
Attualmente il problema non risiede in chi governa, se di destra o di sinistra, ma nel livello politico di tutta la classe dirigente, che ha come obiettivo la tutela della propria categoria di elettori, costi quel che costi, nel rispetto delle leggi o modificando quelle che non consentirebbero alcune scelte finalizzate.
Il concetto del “governo per il popolo” è stato sostituito da quello del “governo per i miei elettori, ma questo risale a quando si è liquidato il principio della terzietà della pubblica amministrazione con la norma che il direttore generale non era un grado all’apice della carriera burocratica e amministrativa, ma un posto che poteva essere affidato a chiunque il ministro di turno decidesse di scegliere.
Quello che sconvolge attualmente è il criterio di parzialità delle scelte rispetto all’imparzialità delle norme, che dovrebbero avere un valore erga omnes; la norma resta nominalmente “erga omnes”, ma di fatto esclude una parte dei cittadini e tutela la parte per la quale è stata concepita.
Con Berlusconi si disse che vi fossero norme “ad personam”, oggi vi sono norme per le categorie privilegiate dal governo di turno, senza differenze di destra o sinistra.
Inoltre, la norma sui magistrati, la proposta di legge sul sistema elettorale, quella sulla forma di governo non hanno l’obiettivo di rendere il cittadino edotto, resituendogli il potere di scelta della propria classe dirigente, ma sono costruite al fine di garantire il risultato prestabilito dalla maggioranza di turno, come dimostrano le norme bocciate da almeno vent’anni.
Ricorrono gli ottanta anni dalla Costituzione e vorrei richiamare l’attenzione che in quel referendum Monarchia-Repubblica il voto è stato libero e i cittadini uomini e donne, per la prima volta nella storia, scelsero liberamente; mi piace sottolineare che una ricerca dell’amico Francesco Florenzano - “Il sud che votò per la Repubblica”- ha evidenziato che il Paese non si divise al nord Repubblica e al sud Monarchia, ma al sud moltissime comunità votarono per la Repubblica.
Nemmeno per la scelta dei Parlamentari all’Assemblea Costituente si preordinò un sistema particolare, ma fu scelto il sistema proporzionale puro, che diede i suoi risultati, di cui godiamo ancora oggi, nonostante tutti i tentativi di imbruttire e abbrutire la Costituzione.
Un’ultima considerazione è necessaria per il nostro Paese: qualcuno ha affermato di recente che il centro non ci sarà più; forse ha ragione fino a quando i segmenti del centro, retti da autorevoli amici, tutti leaders in concorrenza tra loro, non troveranno una dimensione unitaria, che passa necessariamente dal dovere di umiltà dei leaders citati; né ci potrà essere la figura del “federatore”, perché la natura del centro deriva dall’interclassismo popolare e democristiano e dalla dialettica che le classi sociali sviluppano di volta in volta durante i diversi periodi storici.
Se non prevale il dovere di umiltà dei leaders assisteremo a quattro, cinque, sei ecc. velleitarismi o dovremo accontentarci di essere il “cadreghino” di qualche partito forte, come alcuni, distanti da noi, hanno scelto di essere.
Vorrei anche dire che bisogna sentire il dovere dell’umiltà ed essere disponibili anche a cedere il passo e scegliere una classe dirigente responsabile e competente, che condivida i Valori e i Principi del popolarismo sturziano, degasperiano, moroteo e di tanti altri, per offrire all’elettorato una alternativa di etica civile e un programma, che preveda la riforma dell’impianto europeo con un sistema federale, un sistema di economia solidale e la riforma del sistema finanziario, di cui siamo parte, il governo del sistema digitale, quantistico e dell’AI, un progetto di un multilateralismo mondiale che superi i vari G 2, G 7, G 20, e proponga un governo pubblico del sistema finanziario, che regoli anche il sistema finanziario privato.
È un auspicio che vale non solo per il nostro Paese, ma per il mondo, che non può rischiare mai più una guerra.

























