di Luigi Rapisarda

 

Titolarità e continuità con la DC storica, non è materia da trattare con gli slogan. 

Ho letto in questi un vecchio refrain pubblicitario, espresso dall’attuale segretario politico, in un post sui social del partito: ”La  DC e' di chi la vota, non è di qualcuno.”

Aforisma che era solito ripetere il precedente segretario, Cuffaro, qualche anno fa, con il suo stile più diretto. L’affermazione spiazzante e paradossale, che fa da cornice all’attuale campagna pubblicitaria sui social, a mio giudizio, necessita di qualche chiarimento interpretativo.

Intanto appare evidente che con questo artificio dialettico il segretario Cuffaro non voleva dare soluzione concreta alle questioni giuridiche che ritualmente trovano la loro sede nei tribunali.

Quello che si sottendeva in quella risposta non era altro che la valenza politica, perché un partito trova credito e legittimazione solo attraverso il voto dei suoi elettori.

Lo slogan quindi si iscriveva in un contesto nel quale quel richiamo agli elettori poneva politicamente la legittimazione elettorale che nessuno di queste sedicenti DC, che, pur continuano, contro ogni evidenza, a rivendicare proprietà e continuità con il partito storico che aveva interrotto la sua lunga esperienza politica nel 1994 con la segreteria Martinazzoli, poteva vantare, ad eccezione della nuova Dc.

Sebbene i ricorsi non siano stati pochi, sul punto, la questione sotto il profilo giudiziale non ha mai trovato una risposta netta in senso affermativo a favore di qualcuno dei tanti pretendenti.

C’è però da rilevare una pronuncia del Tribunale di Roma, in esito ad un ricorso, nel quale si è statuito che l’iter di convocazione per l'indizione di un’assemblea degli iscritti risultanti dagli elenchi DC, registrati nel 1992/93, seguito dai promotori, tra cui l’on. Renato Grassi, poi eletto segretario, il sen. Renzo Gubert e l’on. Luigi D’Agro’, in adempimento alle indicazioni formalizzate con correlativa ordinanza, nel 2016, del giudice Romano, è stato ritenuto ineccepibilmente valido.

Da quell’assemblea tenutasi nel 2017 all’Ergife, prese avvio il processo di ricomposizione della diaspora democristiana, come si era fino a quel momento disseminata nei tanti partiti di destra e di sinistra.

Questo coraggioso sforzo, che seguiva ad una precedente défaillance, sancita da una pronuncia giudiziale che ne aveva dichiarato la nullità, oggi non può essere ritenuto senza significato.

Da quel XIX congresso tenutosi nell’ottobre 2018 ad oggi - mentre si attende lo svolgimento, tra pochi mesi, del XXI congresso - ha sicuramente fatto uscire dal letargo e dato la stura ad un’articolata ripresa dell’attività politica in espressa continuità con il partito storico che fu la DC di De Gasperi e Sturzo.

Tuttavia, pur non essendosi arrestato il trend dei ricorsi, soprattutto con riguardo all'appartenenza del logo e del simbolo, le diverse pronunce hanno fatto chiarezza su talune infondate pretese rivendicative circa la continuità con l’esperienza cinquantennale DC.

Molto emblematici poi alcuni giudizi, nei quali si è registrato e sancito il paradosso che la DC, pur mai dichiarata sciolta, stando alla storica sentenza n.25999 del 2010, con cui la Cassazione chiuse il contenzioso, si è trovata a non poter spendere il proprio simbolo storico perché in uso, da diversi anni, all’Udc.

L'effetto non è stato da poco, perché, nel caso di presentazione concomitante di partiti con simboli identici, in occasione di competizioni nazionali o locali, si è riconosciuto, e ancora oggi si riconosce, la spendita legittima a chi, negli anni di letargo della DC se ne è appropriata - e continua ad usare, ancora oggi - piuttosto che al legittimo proprietario, ossia alla DC, che lo ha ideato al suo nascere( era il 1943) e usato per tutta la lunga esperienza cinquantennale.

Questa breve premessa sulle vicende connesse al simbolo del partito ed alla sua appartenenza ci consente di introdurre il problema, ossia, di chi è un partito?

Partiamo da una prefazione imprescindibile.

Ogni partito ha un nome, un simbolo ed un logo.

Esso come ente di fatto rappresentativo di una associazione di persone non riconosciuta, secondo la formula da tempo in uso, benché la Costituzione richieda altro, non può che fare capo all'associazione, in persona dei dirigenti aventi rappresentanza legale, eletti, come ciascuno statuto prevede, e agli iscritti i quali ne possono rivendicare la proprietà e l'agibilità politica nei dibattiti pubblici e nel corso della campagna elettorale connessa al rinnovo delle rappresentanze nazionali e locali.

Ma c'è di più!

Un partito non è solo organizzazione e militanza.

E' soprattutto azione e identità politica nel perseguimento di obiettivi che gli organi collegiali, ai diversi livelli, si prefiggono di raggiungere.

E di questo ne è motore principale la classe dirigente che si è riusciti a costruire, insieme alla prassi, al metodo e allo stile nei rapporti con le altre forze politiche, in aggiunta a precipue qualità oggettive come il senso dello Stato e delle Istituzioni.

Insomma un caleidoscopio di azione e metodo politico che riflette pari pari la qualità di una classe dirigente.

Tanto da essere imprescindibilmente lo specchio diretto nel giudizio politico che mass media, e soprattutto elettori, esprimono, i primi come opinione pubblica, i secondi come consenso o meno, nell’esercizio della sovranità popolare, sul quale si misura lo spessore e la credibilità della proposta politica espressa.

Ora, benché non possa prescindersi dal fatto che solo attraverso una risposta elettorale si possa accreditare la valenza politica ed esistenziale di un partito, quello slogan mostra tutta la sua poca attendibilità assertiva nel momento in cui identificandosi con gli elettori, introduce un criterio di palese incertezza, ed impercetibilita’, giacché è assai arduo vedere in una percentuale di elettori, mai identificabili, essendo il voto libero e segreto, e sempre mutevoli, il punto di riferimento politico della reale titolarità, senza che mai possa essere concretamente esercitata, né in termini di elaborazione progettuale né nei tipici assetti organizzativi che secondo statuto caratterizzano ogni forza politica.

Per contro quell’affermazione  mette, come in ombra tutte quelle dinamiche valutative interne da cui ne scaturiscono di volta in volte scelte, visioni e proposte che connotano la specificità identitaria di un partito.

Se in altre epoche poteva ipotizzarsi una sorta di simbiosi tra partito ed elettore, nella competizione tra ideologie forti, oggi, non basta neanche una legislatura a rinsaldare il convinto radicamento del proprio elettorato, colpa principalmente di una propaganda molto aggressiva e di un bipolarismo che tende ad acuire le contrapposizioni, ove gioca molto l'uso emozionale, quando non viscerale, di politiche “contro” lo straniero o il diverso, visti come potenziali nemici, o certe disinvolte criminalizzazioni politiche, a tutto vantaggio dei partiti dalla forte impronta securitaria e populista, cui non appaiono estranee neanche certe forze politiche affette da massimalismo e radicalismo - ai quali una sempre maggior fetta di elettorato si affida come ultima chance.

Ne discende, con lapalissiana evidenza, che quel concetto risulti essere assai opinabile, e oltremodo distorsivo, mettendo in non cale tutto il lavoro che il partito incarna ed invera con suo agire politico in nome di quei valori, ideali e principi fondati sul primato e tutela della libertà e della dignità di ogni persona e sul bene comune che De Gasperi e Sturzo posero come obiettivo primario e che in una visione di continuità politica si ha l’onere di attuare, senza ambiguità nei programmi e nelle alleanze.

In questo scenario non va ignorato il fatto che, appena un decennio fa, quella stessa determinazione politica, anche se i paragoni li lasciamo alla storia, ha spinto successivamente dei promotori coraggiosi che nel 2016 hanno voluto ridare linfa e vita ad un partito che, per note vicissitudini legate anche agli esiti di una stagione giudiziaria che investì le forze politiche della cosiddetta prima Repubblica, aveva finito, attraverso scelte affrettate e, forse, non ben ponderate, per dissipare la sua forza rappresentativa.

Non è difficile pertanto rilevare la scarsa verosimiglianza di quello slogan che l’attuale segretario nazionale si picca di perpetuare mutuandolo da un archetipo dialettico del segretario precedente. 

Ma soprattutto non aiuta la riproposizione di un mero artificio dialettico che finisce per introdurre nell’opinione pubblica una chiave interpretativa che sembra spezzare la connessione tra proprietà, nei suoi aspetti soprattutto più immateriali e responsabilità politica e normativa degli organi di partito in quanto connessa proprio all’esercizio concreto di tutte le facoltà e i poteri connessi alla proprietà soprattutto immateriale con riguardo al suo know-how ed ai segni distintivi del partito.

Insomma la tesi che il partito appartenga agli elettori, se non vogliamo associarla ad una vera e propria boutade, non fa che accreditare l’idea di un partito liquido, senza volto e identità specifica, essendo impossibile l’attribuzione e l’esercizio di una titolarità ad una percentuale di elettori che hanno votato il partito, peraltro non identificabili per la precipua caratteristica del voto libero e personale.

In questo quadro non va trascurata invece la capacità attrattiva che può svolgere un leader.

Non è infatti infrequente il peso che oggi gioca, come appeal politico, certa condivisione di stile e metodo di questo o di quell’altro leader politico, che, peraltro, l'attuale contesa politica spinge sempre più verso eccessivi personalismi.

Questo avviene perché il nostro sistema elettorale agevola fenomeni di facile omologazione degli organi collegiali a tutto vantaggio della linea personale che impone questo o quel leader.

Su questo la DC, forte di una vocazione collegiale e pluralista, fu molto attenta a non scivolare verso derive personaliste.

Ci pare sufficiente, con queste argomentazioni, poter affermare che attardarsi ancora su questo slogan, non giova ad un costruttivo dibattito, fuori dalle regole di un giudizio, sulla domanda: a chi appartiene un partito? Anche se tale domanda, in questo specifico caso, non fa che sottendere, può ben oggi questa attuale DC rivendicare la continuità con la storica esperienza cinquantennale ?  

Qui una risposta politica sarebbe d’uopo, anziché incunearsi, con opinabili slogan, in una sorta di labirinto dialettico.

Mentre non appare ultroneo sottolineare la grande responsabilità cui è quotidianamente chiamata   una classe dirigente nel rendere fedeli, coerenti e credibili proposte, programmi e prospettive di lungo periodo, nell’idea di interpretare al meglio quel patrimonio di valori e ideali e principi espressi, a partire dal suo atto costitutivo - molti dei quali recepiti nel corso dell’elaborazione della nostra Carta costituzionale - dallo statuto, e dalle evoluzioni in esito alle progressive congiunture politiche.

Va da sé pertanto che la titolarità del partito e l’esercizio della tutela verso ogni azione che ne determini turbative e usurpazioni di simbolo e loghi, non possono che appartenere all'associazione e ai dirigenti pro-tempore, così come ricostruita e accreditatasi oggi nelle istituzioni.

Sono sicuro che l’attuale dirigenza saprà attivarsi nell’evitare ogni messaggio propagandistico che possa veicolare ambiguità e confusione e porre al centro del dibattito interno il perseguimento di una chiara e solida autonomia da ogni alleanza gregaria e subalterna a progetti di governance non compatibili con il patrimonio ideale del partito.