di Tommaso Stenico

 

C’è qualcosa di particolarmente gelido in questo episodio di Roma. Non solo per la violenza in sé — un tredicenne che entra in classe, spruzza spray al peperoncino sulla faccia della professoressa e poi la colpisce al fianco con un coltello, aggiungendo due pugni — ma per il modo in cui è stato preparato e messo in scena. «Era entrato per ultimo in classe, è andato in bagno, si è cambiato, ed è tornato con un casco in testa sul quale era stato applicato un telefono». Poi si è avvicinato, ha agito, e ha cercato di trasmettere tutto in diretta. Non un raptus. Non un’esplosione improvvisa di rabbia. Un piano. Un rituale.

A tredici anni. Età in cui si dovrebbe ancora lottare con i compiti, con le amicizie, con il senso di sé che si forma a fatica. Età in cui la scuola dovrebbe essere, se non un luogo sicuro, almeno un luogo protetto da questa forma di teatralità criminale. Invece diventa il set. Il bagno diventa camerino. Il casco con il telefono diventa la macchina da presa. La professoressa diventa oggetto. E i compagni di classe, spettatori involontari di uno spettacolo che qualcuno ha deciso di girare e condividere.

Questo è il punto che rende l’episodio più inquietante di tanti altri casi di violenza scolastica. Non è solo aggressione. È aggressione che vuole essere vista, registrata, diffusa. È violenza che cerca il pubblico. È il segno di una cultura in cui il gesto non ha più valore se non viene documentato, se non “esiste” sugli schermi altrui. Il ragazzo non si è limitato a colpire: ha voluto che il colpo esistesse anche fuori dalla stanza, in un gruppo Telegram, in una diretta, in una sequenza di immagini. Ha trasformato un atto di odio personale — per un debito, per un voto, per un’insegnante — in contenuto. E questo, a tredici anni, non è un dettaglio: è una diagnosi.

Si può discutere a lungo sulle cause. Si parlerà di disagio, di isolamento, di segnali non colti, di una famiglia “di tutto rispetto” che forse non ha visto, o non ha voluto vedere. Si dirà che l’anno scorso c’erano comportamenti inquieti, senso di superiorità, rabbia. Si ricorderà che alcuni compagni sapevano, o almeno avevano sentito minacce, e non le hanno prese sul serio. Tutto vero, e tutto insufficiente. Perché la vera questione non è solo “dove eravamo noi adulti mentre questo ragazzo costruiva il suo piano”. La vera questione è che un adolescente italiano del 2026 ha potuto concepire, organizzare e quasi realizzare un attacco armato a scuola con la stessa mentalità con cui altri organizzano un video virale. La violenza non è più solo strumento di vendetta: è diventata formato.

E qui la severità non può fermarsi all’orrore. Deve diventare giudizio. Un tredicenne non è imputabile secondo la legge italiana, e questo è un dato giuridico. Ma non è un dato morale. Non è un dato educativo. Non è un dato sociale. L’età non cancella la gravità del gesto, né la responsabilità di chi gli ha messo in mano — o gli ha lasciato trovare — i mezzi, né la responsabilità di una scuola e di una società che continuano a trattare certi segnali come “problematiche adolescenziali” finché non diventano coltellate. C’è un momento in cui la comprensione del disagio deve cedere il passo alla tutela della vittima e alla difesa dello spazio comune. La scuola non può essere il luogo dove si sperimenta fino a che punto si può arrivare prima che qualcuno intervenga.

La professoressa, Isabella Marsilio, ha detto di averlo già perdonato. Ha parlato di malessere, di voglia di incontrarlo, di abbracciarlo. È un gesto di grandezza umana, e va rispettato. Ma il perdono personale non può diventare la risposta collettiva. Perché se la risposta collettiva è solo perdono, comprensione, “capire le cause”, allora stiamo dicendo ai prossimi potenziali autori che il costo del gesto è gestibile, che la scena si chiude con un’intervista pietosa e un ritorno a casa. Non è così che si costruisce un limite. Il limite si costruisce quando si dice, con chiarezza, che certi atti spezzano qualcosa di irreparabile, che la scuola non è un set, che un insegnante non è un personaggio da eliminare in diretta, che un debito formativo non è un’offesa che autorizza la violenza.

C’è anche il dettaglio del compagno che lo ha fermato. Un ragazzo, di origini congolesi secondo alcune ricostruzioni, che ha avuto il coraggio e la prontezza di intervenire mentre gli altri guardavano o scappavano. Quel gesto salva la vita della docente e salva, in parte, anche l’immagine di una generazione. Ma non basta. Non può bastare che la sicurezza in aula dipenda dal coraggio individuale di un tredicenne. Deve dipendere da adulti presenti, da regole chiare, da una cultura che non confonde l’autorità con l’oppressione e la disciplina con la repressione.

Questo episodio non è un caso isolato da archiviare tra le cronache nere. È un sintomo. Sintomo di una gioventù che, in una fetta non trascurabile, ha interiorizzato l’idea che tutto sia rappresentazione, che il dolore altrui possa diventare spettacolo, che il conflitto con l’adulto si risolva con l’arma e non con la parola o con la protesta. Sintomo di adulti che, troppo spesso, hanno smesso di esercitare il potere di dire “no” con fermezza, preferendo la negoziazione continua o il silenzio imbarazzato. Sintomo di una scuola che, in certi contesti, ha perso la capacità di essere luogo di formazione e di confine.

La riflessione severa, allora, non può limitarsi a deplorare. Deve chiedere conto. Conto alla famiglia, se ha ignorato segnali. Conto alla scuola, se non ha saputo intercettare. Conto alla società, se continua a produrre adolescenti che pensano di poter filmare la propria violenza come se fosse un gioco. E conto, soprattutto, a noi stessi, se dopo l’ennesimo caso continuiamo a rispondere solo con analisi psicologiche e appelli alla comprensione, senza mai dire, con la durezza necessaria, che certi gesti sono semplicemente inaccettabili, e che chi li compie, anche a tredici anni, ha già varcato una soglia da cui non si torna indietro senza conseguenze reali.

Non è questione di cattiveria. È questione di realtà. Un ragazzo di tredici anni ha portato un coltello a scuola, si è travestito per l’occasione, ha tentato di trasmettere l’aggressione e ha colpito un’insegnante. Questo non è un “malessere da ascoltare”. È un atto che merita di essere chiamato con il suo nome, giudicato con severità, e usato come monito. Perché se non lo facciamo noi, adulti, con chiarezza e senza retorica, la prossima volta il casco, lo spray e il coltello potrebbero non essere fermati in tempo.