di Stelio W. Venceslai



Il successo c’è stato. Innegabile e importante. La Destra di governo, dopo quattro anni di ambiguità e di presunzioni, poco ha pensato e nulla ha prodotto ma è riuscita con il topolino sulla giustizia a richiamare il popolo assente sulla scena politica. Non è poco.

Come dire che gli errori producono effetti positivi. Gliene va dato il merito.

Le promesse elettorali sono andate in fumo e, fallito il referendum sulla giustizia, la Meloni è adesso con il cerino in mano. Si profila un anno finale di tormenti, prima delle politiche.

L’opposizione esulta, ma è roba da poco, almeno al momento. Li vorrei vedere alla prova, tanto, disastro più o disastro meno, la sorte dell’Italia è sempre disastrata. La classe politica è squallida e, purtroppo, non cambia se cambia il colore.

La politicizzazione di un referendum, miserello nelle sue proposte, voluta dalla Sinistra e scioccamente condiviso dalla Destra, ha portato il governo a un punto di non ritorno. La proposta veniva dal Parlamento. Il governo avrebbe dovuto dire che era neutro, rimettendosi al parere popolare, non che sarebbe rimasto comunque al potere. Scendendo in campo, ha accettato la politicizzazione del referendum.

Adesso, è inutile cercare di rappezzare un tessuto ormai liso. Ci vorrebbe molto coraggio. Non so quanto la Meloni ne abbia.

La risposta dell’elettorato è stata chiarissima.

Primo: non si tocca impunemente la Costituzione. Gli Italiani non sono costituzionalisti per definizione. Per loro Benigni è il più illustre costituzionalista conosciuto, ma la carta fondativa della Repubblica è, forse, l’unica cosa seria che si è prodotta in Italia dopo il fascismo. Invece di cambiarla bisognerebbe applicarla.

Secondo: il vero problema della giustizia, quello che interessa il cittadino, è che funziona male, costa troppo ed è palesemente in ritardo. Se invece di una questione ai più marginale, quella dei PM, si fosse affrontata quella dei ritardi, degli errori, della pesantezza delle procedure e della lunghezza dei processi, il risultato sarebbe stato diverso. Dopo questo fallimento il problema giustizia torna negli archivi polverosi e non se ne parlerà più per un pezzo. E questo è male.

Terzo: politicamente, è uno scossone pericoloso. Fra un anno si torna a votare. L’unico governo stabile in Europa comincia ad oscillare. La strada è piena di ostacoli. Sarà la Meloni in grado d’invertire la rotta? Lo spero, ma non lo credo.

Soluzioni possibili ce ne sono, a cominciare dal fare pulizia. Mi riferisco alla Santanché e a Del Mastro, la cui presenza è improponibile, ma l’elenco potrebbe essere più lungo. La corte dei famuli e degli scrocconi dovrebbe essere spazzata via. Un rimpasto potrebbe essere inevitabile. Per la Meloni sarebbe la soluzione più immediata. Darebbe un segno di vitalità. Il ricorso alle elezioni anticipate, invece, è un grosso rischio. Pur di vincere le opposizioni riuscirebbero ad unirsi ma, poi, i dissidi irrisolti esploderebbero.

Le ambiguità di politica estera dovrebbero essere definite. La pseudo alleanza con Trump, che è stata finora la carta vincente della Meloni, non paga. Addirittura, è controproducente. La crisi internazionale continua e si aggrava di giorno in giorno. La chiarezza può essere pericolosa, ma necessaria, specie se si considera l’alternativa che viene in ordine sparso dall’opposizione.

L’opposizione, infatti, ha delle crepe vistose. Sarà difficile risolvere contrasti che sono tuttora insoluti.

La Meloni ha cominciato il suo mandato esaltando l’italianità del suo governo e il principio del merito. Infatti, abbiamo il Ministero del Made in Italy, che fa ridere e, quanto al merito, persone oscure o di famiglia compongono l’esecutivo. Il livello dei Ministri è molto basso, scelti più per il consenso che potevano riscuotere nel territorio che per le loro intrinseche qualità intellettuali. Il risultato s’è visto: si tira a campare e a trafficare.

Del premierato e dell’autonomia finanziaria delle Regioni non se ne parla più. Sull’immigrazione, dopo la cretinata albanese, vige un silenzio mortale. Si balbetta sulla nuova legge elettorale, ma è un gioco pericoloso. Il governo, diciamolo pure, è privo d’idee.

Bisogna riconoscere, d’altro canto, che c’è una congiuntura internazionale molto difficile. La scelta di difendere l’Ucraina ci ha messo contro la Russia e le sue vitali forniture di energia.

La questione di Gaza ha spaccato il Paese conducendolo in un limbo d’inconsistenza, alla pari, va detto, con tutti gli altri Paesi dell’Unione europea.

Sul Venezuela non abbiamo battuto ciglio, sulla Groenlandia solo una timidissima difesa degli interessi europei.

L’atlantismo professato dal governo italiano (il ponte con gli Stati Uniti, la NATO, le Nazioni Unite), è svanito tra le minacce e gli insulti di Trump che ha definito lui “codardi” e il suo vice “scrocconi” gli Europei. Cosa resta di tutto ciò?

La guerra israelo-americana in Iran, se possibile, ha accentuato il divario tra un’Europa imbelle e un’America fin troppo aggressiva, ma chi ne paga le spese è soprattutto l’Europa e, in Europa, soprattutto l’Italia.

La Meloni ha cercato, arditamente, una terza via, rivelatasi fallimentare. Occorre prenderne atto. Le ambiguità non pagano, nonostante un attivismo sfrenato.

Che farà l’opposizione?

Ci sono almeno due anime, tra la Schlein e Conte, di segno opposto. Tutti gli altri non contano.

Qualcuno ipotizza una resurrezione del Centro, il solito fattore d’equilibrio, una volta a destra e una volta a sinistra, ma questa politica pendolare (Renzi, Lupi, Calenda) si presta a ricatti ed inciuci di inveterata tradizione italica.

Se la Sinistra è in ambasce per trovare una posizione comune, peggio lo è per un Centro che è scomparso da anni.