di Ruggero Morghen
“La notte è fosca – aveva detto Gabriele d’Annunzio a Fiume nel dicembre del 1920 -; ma ciascuno di voi ha la fiamma nel pugno”. La fondatrice dei Focolarini, dal canto suo, parlava della “nostra vita rinata”. C’è una famiglia rivana che ha avuto a che fare sia con il poeta abruzzese sia con Chiara Lubich. Si tratta dei Pellegrini dall’Albola, frazione della nota località gardesana.
L’amore del poeta per Riva, mediato dalla famiglia Maroni e rappresentato simbolicamente dai fiori, venne manifestato più volte nella sua corrispondenza e si rivelò particolarmente in un episodio increscioso: il grave infortunio occorso nel 1925 all’operaio rivano Augusto Pellegrini. Il carpentiere abitava all’Albola II ed era uno dei molti artigiani chiamati a lavorare presso la Santa Fabbrica.
La mattina di lunedì 5 ottobre del 1925 Gian Carlo Maroni scriveva a d’Annunzio: “L’operaio Augusto Pellegrini di Riva, che ha lavorato al Vittoriale in qualità di carpentiere con vero amore e intelligenza, che ben pochi operai hanno in questi giorni, disgraziatamente è caduto da un tetto d’una casa presso Riva. Ora è giacente all’ospedale in gravissime condizioni. Per l’amore ch’io porto, per l’amore che Lei porta agli operai veramente attivi con intelligenza, Le chiedo una Sua fotografia con dedica ch’io farei pervenire al povero Augusto Pellegrini, certo della magnetica influenza che potrà salvarlo”.
La risposta del poeta ad Augusto non si fece attendere: “Mio caro compagno, nella cupa tristezza dell’Ottavo anniversario di Cattaro ho un aumento di tristezza conoscendo la tua sciagura. Tu sai, forse, che io sono un guaritore mistico. Voglio che tu guarisca; e che tu torni a lavorare per me nel Vittoriale, ove tu davi l’esempio della perizia e dell’amore. Ti offro questo poco (mille lire) per la tua cura, fraternamente. E ti abbraccio. Il tuo Gabriele d’Annunzio”. Già il 7 ottobre il Comandante poteva comunicare al fido architetto d’aver ricevuto un nobile e affettuoso telegramma dell’operaio infermo, che già ha la fede nella guarigione. “Il sordo Beethoven aveva ragione: non v’è nulla di più sovrano della Bontà”.
Augusto Pellegrini ebbe sei figli: Candido Ottavio (1906), Bianca Ernesta (1908), Bruno Mario (1910), Nerino Giuseppe (1912), Fosca Rosa (1914) ed Elda (1916).
A Fosca, la sua quintogenita, toccò la ventura di conoscere a Trento Chiara Lubich, la fondatrice del movimento dei Focolari, di cui fu una delle prime corrispondenti. In via San Marco Chiara raccontava le sue scoperte e conosceva nuove compagne. Sulle pareti della sala - “una sala un po’tenebrosa” ove “delle ragazze e giovanette allegre e chiassose assicuravano d’aver trovata Perfetta Letizia” - c’era scritto a lettere cubitali “O l’unità o la morte”, che ricorda il garibaldino “Roma o morte”, ripreso in occasione della Marcia su Roma, ma anche il dannunziano “Fiume o morte”. Vicino ad un fornello stava la nostra Fosca, “silenziosa spettatrice di quella gente anziana e giovinetta legata da un vincolo sodo di fratellanza, d’amore, d’Ideale, di Gioia”, come si legge nella missiva a Fosca raccolta e pubblicata, tra altre, negli scritti clariani. Una figura, la sua, che “non per nulla – scriverà Chiara - il Signore mi ha fatto un giorno incontrare, giacché penso: mai un’anima sfiori la nostra invano”.
“Tu – scrive Chiara a Fosca – sei giovane come me”. In realtà la corrispondente rivana aveva allora quasi trent’anni (era nata, infatti, il 28 giugno 1914) contro i 24 di Chiara. Anche in una lettera scritta a Fosca dopo la Pasqua del 1945 la Lubich insiste sulla “nostra giovane età”, mentre le dice: “Tu hai conosciuta la Via, e hai intravista la Meta. Ma, forse non sai di quali rose profuma la strada”. Rosa, peraltro, era il secondo nome della Pellegrini. “Fosca – così la ricorda la pronipote Valentina Armani - era una donna che amava stare in società, curiosa ed interessata alle cose e alle persone. Aveva tanti pretendenti ma non si sposò mai”. Negli ultimi tempi, però, si accompagnava con Ottorino Chizzola, già direttore didattico, che le fu presentato da Mario Daves, insegnante assai conosciuto nell’Alto Garda e personaggio non nuovo a questi tentativi di unire persone in matrimonio.
























