di Ruggero Morghen




Recandosi a Trento nel luglio del 1943 la gardesana Giosi Guella, focolarina della prima ora (decisiva però anche nella seconda), percorse dopo sette secoli il cammino del beato rivano fra’ Pacifico Riccamboni, “uno dei più intimi e cari amici di S. Francesco”. Infatti “beatus Pacificus domo Ripa Tridentinorum, unus fuit ex primis sodalibus franciscalibus”. Col beato Pacifico, che “fu di patria rivano, di casa Riccamboni” (Mariani) e “putatur seraphici Patriarchae nostri discipulus” (Tovazzi), siamo in effetti agli inizi del movimento francescano in Trentino. A suo riguardo già nel 1926 Federico Asson invitava: “L’Ordine, la diocesi e la città di Riva promuovano un po’ più la causa di questo beato, che purtoppo ora è quasi dimenticato per non dir peggio, tanto più che la diocesi di Trento è piuttosto povera di santi”.

Il personaggio rivano è peraltro legato a una particolare fonte: la fonte del beato Pacifico, “di cui l’acqua limpida e fresca – scrive il Mariani – vale contro la febbre e altri morbi e per tale si beve con devozione”. La sua acqua salutare – conferma Giacomo Schmid nel suo libro sui santi e i beati del Tirolo – “dava la desiderata guarigione a varie persone, soprattutto a quelle con la febbre”. Antonio Osele lo ricorda quale “storico fondatore del primo convento fuori le mura della città di Riva” e “per anni padre guardiano tra i confratelli”. Il beato Pacifico, “una delle prime piante che s. Francesco ha trapiantato e accolto nel suo serafico Ordine” (Schmid), si sarebbe recato a Trento per fondare il convento di san Francesco e ricevere in dono dal vescovo la chiesa di san Michele coll’annessa tenuta. 

Con lui Giosi condivise senz’altro l’ispirazione francescana, del resto comune alle prime Focolarine. In una lettera del 1945 a destinataria sconosciuta, Chiara Lubich infatti indirizzava: “Sorellina mia in san Francesco”. E, più ampiamente, scrivendo a Fosca Pellegrini narrava “le meraviglie di chi calpesta nella vita le Orme del Serafico Giullare di Cristo, del Cavagliere di Cristo, del Cantore delle Creature”. La Guella condivise inoltre del beato Pacifico il pauperismo, la discepolanza, l’accettazione del dolore (il beato Pacifico, infatti, “si è adoperato a seguire la vita e le amare sofferenze di Cristo Signore nella maniera più rigorosa”) e il radicalismo evangelico. È la Parola vissuta radicalmente o “’sta radicalità dell’amore che rende presente Gesù”, come disse Chiara Lubich ai Gens il 3 gennaio 1989.

Particolarmente caratterizzante l’esperienza del movimento sarebbe proprio il radicalismo - Mary Healy parla di “radicale discepolato missionario” - inteso come “radicalismo dell’amore” secondo la felice espressione usata da papa Giovanni Paolo II nel suo incontro coi Focolarini, avvenuto a Rocca di Papa nel 1984. Ilaria Pedrini, che era presente, ricorda bene quello storico momento. Il Papa polacco, che di carisma televisivo s’intendeva, era entusiasta dei Focolarini. “Le giornate mondiali della gioventù - osserva Sandro Magister - ricalcano pari pari i Genfest dei focolarini, che infatti vi presenziano in massa. Ma è soprattutto il genio femminile di Chiara Lubich che piace tanto a questo papa”.

Ci sono dunque “sette secoli tra le due strade, ma l’una e l’altra – osserva la fondatrice – sono intonate al proprio tempo”, essendo quella focolarina una via “tutta nostra, via sconosciuta prima anche ai santi”, in cui è tipico l’amore al fratello con l’aspirazione ad una santità “possibilmente collettiva, di popolo”.

Concetto ribadito in altre occasioni da Chiara, che il 6 giugno 1997 a Città del Messico, in occasione del conferimento di una laurea honoris causa in filosofia, dichiarava circa gli inizi del movimento: “Era nata così nella Chiesa, e forse per la prima volta, una spiritualità che, osservandola bene, si scopriva più comunitaria che individuale, che cioè permetteva di arrivare alla perfezione non solo ai singoli, ma ai più, al popolo anzi”.