di Ruggero Morghen

 

 

Con la riproposta de “Le cose della vita”, Sugarco completa la nuova edizione dei volumi della collana “Vivaio”. Rilette a distanza, queste pagine rivelano secondo l’editore “una sorprendente attualità e una capacità davvero singolare di analisi e di previsione, non smentita dal seguito degli eventi”. I lettori affezionati di Vittorio Messori – assicurano in via Don Gnocchi - non ne saranno sorpresi: sanno, infatti, che questa tenuta dei suoi scritti deriva dalla capacità di coordinare - sulla base di un crudo realismo allergico a illusioni e utopie - una quantità vastissima di informazioni, frutto di una vita al contempo da giornalista e da studioso. Gli eventi della cronaca non sarebbero stati per Messori che spunti per inquadrare problemi non secondari od effimeri e svolgere considerazioni profonde e durevoli, alla ricerca di una “lettura cattolica della storia” che oggi ai credenti sembra mancare.

Nel suo “Le cose della vita” Messori nomina anche Gabriele d’Annunzio nel contesto di un’analisi del nazionalismo che trascinò l’Italia in guerra: nazionalismo – spiega il noto scrittore modenese - “dove confluivano la destra dei rètori alla D’Annunzio e alla Papini, allora ateo, e la sinistra dei massoni e dei socialisti alla Cesare Battisti”. Sulla scorta di una lettera di d’Annunzio - l’estremo d’Annunzio - a Miranda-Dàina, Messori coglie inoltre nel poeta pescarese una prospettiva di vita esplicitamente anticristiana, un vangelo radicalmente rovesciato: “un programma che, a ben pensarci, sembra ricalcare non quello dannunziano soltanto, ma quello di ogni prospettiva moderna: quella modernità di cui, del resto, fu la inconfondibile voce poetica, non sai se sublime o nefasta; o se, più probabilmente, entrambe”.

Ecco infatti, richiamato da questo intervento, il d’Annunzio messo all’Indice e considerato icona del risorgente paganesimo e del moderno da disprezzare: anche dal giovane Alcide De Gasperi, in articoli per giornali trentini. “E tu Gabriele D’Annunzio non ripetere invano la tua invettiva contro il Golgota. La civiltà che voi [nuovi pagani dell’arte e dei costumi] rimpiangete sta per risorgere e il medioevo cristiano tramonta”, avverte ad esempio De Gasperi in  “Davanti ad una bara”, intervenendo su “Il Trentino” del 20 gennaio 1914. Già nel 1902, però, il futuro presidente del consiglio osservava, saldando italianità e cattolicesimo in simbolica sintesi: “No, questi giovani che si propongono di essere anzitutto cattolici, non dimenticano socialmente d’essere anche buoni italiani. Difendendo la fede e i costumi dei padri, compiono il primo dovere che incombe ad ogni italiano che non abbia dimenticato Dante, Raffaello, Michelangelo, Manzoni, per Proudhon, D’Annunzio o Zola, né San Tommaso per Kant o Nietzsche, né il nostro apostolo latino San Vigilio per il teutonico Marx”. 

Il suo discorso, pronunciato al primo Congresso cattolico trentino, veniva ripreso e riportato dalla “Voce cattolica” nel numero dell’1-2 settembre 1902. “Si noti - osserva al riguardo Paolo Pombeni ne “Il primo De Gasperi. La formazione di un leader politico” (Il Mulino, Bologna 2007) - l’abilità retorica, del tutto istintiva nel costruire queste coppie valoriali in cui a richiami fortemente identitari e scontati si contrappongono le icone della modernità che si vuole respingere”.

D’involuzione spiritualista parla - anzi scrive - invece Piero Vassallo, indicando d’Annunzio come tappa d’un percorso che da Nietzsche porta a Guido da Verona e a Pitigrilli. “L’involuzione spiritualista – sostiene Vassallo - è un destino, in marcia con il pensiero del nulla dopo che il flaneur Nietzsche ha sollevato le carnali dissolutezze sadiane agli astratti voli di Dioniso. D’Annunzio fece un passo avanti nella direzione dell’esito tombale, celebrando l’amor profano con i sacri paramenti neri. Guido da Verona cantò l’estenuazione totale del dannunzianesimo. Infine uno spiritista degli anni tardi [Pitigrilli] esplorò (a tavolino) i territori dell’oltretomba”.