di don Tommaso Stenico
Il racconto evangelico inizia senza alcuna introduzione narrativa. Gesù si rivolse ai suoi ascoltatori: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano».
La pericope evangelica odierna si può suddividere in tre momenti:
1. Il proprietario dopo aver preparato la vigna la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
2. Al momento di raccogliere i frutti, il padrone della vigna «mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto». Ma i contadini presero i servi e tutti vennero bastonati, lapidati o uccisi.
3. Infine, mandò il figlio, ma i vignaioli, vedendo in lui l’erede lo uccisero per impadronirsi dell’eredità.
Matteo, usando la nota simbologia che vede nel popolo amato e prediletto da Dio la vigna del Signore, rilegge le drammatiche tappe della storia di Israele.
Il racconto è di un realismo tale che potremmo considerarlo come una teologia della storia. Il contesto immediato della allegoria riguarda il rapporto tra Dio e il popolo d'Israele. Gesù fa sintesi di tutta la storia della salvezza; e nelle icone della parabola è facile ravvisare il rifiuto del progetto di salvezza di Dio da parte dei capi d’Israele. Infatti, i servi che i vignaioli hanno violentato e ucciso raffigurano i vari Profeti che Dio ha continuato a inviare e che Israele ha più volte rifiutati e respinti fino a ucciderli.
L’ultima tappa della storia della salvezza, la più drammatica e ricca di amore, è rappresentata dall’invio del Figlio, l’unico che ha diritto all’eredità. Il Padre nella sua immensa bontà, tentò ancora una volta di salvare il popolo eletto, ma i vignaioli presero il Figlio “lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.
Appare qui chiara l'allusione che Gesù fa alla sua stessa fine, quando anche lui, figlio prediletto di Dio, verrà condannato a morte e crocifisso fuori della città di Gerusalemme. La parabola, infatti, parla proprio di Gesù, il Figlio che Dio mandò nella sua vigna. Egli è l'erede. A lui appartiene il Regno di Dio e tutti i suoi beni. Egli è la pietra che i costruttori hanno scartata e che Dio ha scelto per farne la pietra angolare del tempio della vita e della speranza.
Cari Amici
L’immagine della vigna è paragonata alla storia della salvezza, vale a dire all’agire di Dio nei confronti sia del popolo eletto, sia dell’intera umanità.
Dio che è il padrone della vigna, si è mostrato a noi in Gesù Cristo. Cristo ci viene incontro anche oggi, parla a ognuno e invita ciascuno di noi ad ascoltarlo, a imparare a comprenderlo e a seguirlo. Lui dà senso alla nostra vita e può condurla a pienezza. Eppure sono molti gli uomini e le donne del nostro tempo che Lo "cacciano fuori della vigna".
Sembra proprio che Gesù sia "cacciato fuori della vigna" della cultura, della scuola, delle famiglie, delle tradizioni … La sociologia parla sempre più frequentemente di una cultura post-cristiana, di una società anti-cristiana. Le parole dei vignaioli risuonano nel silenzio dei fatti di molti uomini e donne del nostro tempo. Viviamo in un tempo caratterizzato in gran parte da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambienti di vita.
Oggi troppe persone cercano di deridere Dio, di ignorare la sua volontà, di eliminare coloro che proclamano la sua parola, di uccidere i suoi profeti.
Il Figlio di Dio è ridicolizzato. Molti darebbero qualsiasi cosa perché il suo nome fosse dimenticato in tutta la terra.
L'uomo non riconosce il suo Creatore, si sostituisce a lui; ecco il peccato di fondo, la tragica fragilità dell'uomo: credere di essere autosufficiente, senza dover rendere conto, misconoscere il proprio limite.
Ancora oggi accade così, in questi deliranti tempi in cui, invece di riconoscere la propria origine e la propria dignità, l'umanità pensa a come defraudare il proprietario, nega l'evidenza della propria creaturalità, si perde nel delirio di onnipotenza di chi crede di manipolare l'origine della vita, il cosmo, la natura.
Ma purtroppo la risposta dell’uomo è spesso orientata all’infedeltà, che si traduce in rifiuto. L’orgoglio e l’egoismo impediscono di riconoscere e di accogliere persino il dono più prezioso di Dio: il suo Figlio unigenito. Non basta dunque la cura del vignaiolo, ma che noi, dotati di coscienza e di capacità di scelta, collaboriamo alla grazia del vignaiolo producendo i frutti per cui siamo nati. Se manca questa docilità i predatori ci trasformano in deserto.
Quanta dignità in questo padrone che prepara con cura e amore la vigna da dare in affitto, quanta idiota arroganza in questi affittavoli che pensano, uccidendo il figlio del padrone, di diventare eredi.
Cosa fare dunque?
È necessario aprirci a Dio, ascoltare Lui e la sua Parola prima di pretendere che Egli ci ascolti!
Concedere a Lui il primato sulla nostra vita. "Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome."
Occorre scegliere di essere veramente bisognosi di tutta la cura del Signore; totalmente docili ad ogni Sua cura.
Bisognosi del Suo costante amore.


























