di Ettore Bonalberti
Idati sull’ingiustizia fiscale italiana espressi da Itinerari previdenziali rivelano che, nel 2025, 8 milioni di contribuenti con redditi sopra i 35mila euro pagano il 65% dell’Irpef e 11,3 milioni non versano nulla. Sono passati molti anni da quel 1960, data nella quale iniziai il mio impegno politico, sollecitato dal tema: chi paga le tasse in Italia? Si sono succeduti molti governi di centro, di sinistra e di destra, ma la musica non è cambiata. Scrive il prof Leonardi (La Repubblica, 25 settembre), economista della Statale di Milano: “Una parte abnorme del gettito è concentrata sull’Irpef di dipendenti e pensionati sopra i 35mila euro lordi. Pagano sempre gli stessi”.
È la dolorosa litania ripetuta costantemente da Landini, leader della CGIL, senza che nulla cambi in un Paese in cui la presidente del Consiglio ha ritenuto le tasse “ un pizzo da pagare allo Stato” e il suo governo, anziché cambiare rotta, continua a favorire categorie di supporto con condoni su condoni, che, senza raggiungere mai l’obiettivo di recuperare quanto annunciato, finiscono solo con l’incentivare il malcostume di un’ ingiustizia intollerabile.
Uno Stato che richiede ai suoi cittadini onesti un carico fiscale equivalente a cinque sei mesi di lavoro gratis per le pubbliche finanze, mentre la stragrande maggioranza vive senza controlli degni di una società dotata di tutti gli strumenti necessari, sino a quando potrà essere sopportato?
Soddisfatti i membri della “casta” e in discreta percentuale quelli dei “diversamente tutelati”, spetta al “terzo stato produttivo” l’onere della tenuta del sistema, mentre il “quarto non Stato” sguazza nelle inefficienze, mancanze di controlli e nelle connivenze con parti “sensibili” della casta e continua a fare gli affari sporchi suoi.
Sul carattere degli italiani hanno scritto pagine memorabili Guicciardini (“ Se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione”) e Leopardi (v. “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani” ) per non parlare del compianto Ennio Flaiano “ gli italiani sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore”. Anche il Duce non scherzava quando sosteneva, come già Giovanni Giolitti che: “ governare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Il più caustico Giuseppe Prezzolini, che così scriveva: “ In Italia il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle”. E ancora: “L’italiano è un popolo che si fa guidare da imbecilli i quali hanno fama di essere machiavellici, riuscendo così ad aggiungere al danno la beffa, ossia l'insuccesso alla disistima, per il loro paese”.
Esiste, tuttavia, un limite alla capacità di sopportazione di un popolo che pure è rappresentato con queste non commendevoli qualificazioni; un limite che è dato dalla sua capacità di tenuta sul piano concreto economico e finanziario.
Se spetta soprattutto al terzo stato produttivo il maggior onere per il sostegno di un’organizzazione statale vecchia e arrugginita, con costi progressivamente elevati ed efficienza ed efficacia pressoché nulle, considerato che questo stesso terzo stato è rimasto da tempo privo di qualsivoglia rappresentanza politica, vessato oltre ogni limite ragionevole da uno Stato onnivoro, esso finirà con il rifugiarsi, prima, come accade nell’abbandono elettorale, o nella sperimentata e in molti casi necessitata evasione o in quella che ho già altre volte denominato “la rivolta fiscale passiva”.
Intendo per rivolta fiscale passiva quella che può accadere, e con molta probabilità accadrà come scrivevo in una nota molto tempo fa: “se il terzo stato produttivo non ce la fa più a produrre ricchezza per mantenere gli altri tre stati (casta, diversamente tutelati e quarto Non stato, nelle loro diversificate sottoclassi) nella migliore delle ipotesi avremo una rivoluzione fiscale passiva per incapacità di far fronte agli obblighi fiscali insostenibili, nella peggiore una rivolta sociale cruenta.”
Eppure, sarebbe elementare la soluzione: rispettare e far rispettare il dettato dell’art 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”
Una strada più facile, dagli effetti devastanti immediati: eliminare il sostituto d’imposta a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che si vedono prelevare alla fonte il dovuto fiscale sino all’ultimo euro o, ancor più semplice, la decisione delle Regioni, a partire da quelle del Nord, di trattenere in sede regionale il carico dell’ IVA. In entrambi i casi il sistema non reggerebbe per molto. Si può far finta di niente, dimenticando che, molte delle rivoluzioni politico sociali, come ad esempio quella americana che originò la separazione dal Regno inglese, nacquero da motivazioni di ordine economico finanziario ( per gli USA valse il motto: “ No taxation without representation”).
Anche in un paese nel quale, per dirla con Prezzolini: “I fessi hanno dei principii. I furbi soltanto dei fini”, può accadere che dalla rivolta, sin qui in atto, di renitenza elettorale o da una possibile rivolta fiscale passiva, si passi direttamente a una vera e propria rivolta politica, augurandoci che non sia il populismo di un ex generale filo fascista a raccogliere i cocci di questa lacerazione indecente del tessuto sociale del Paese.

























