di don Tommaso Stenico
La breve pericope evangelica odierna è costruita in modo geniale: il Maestro raccontò una parabola e la fece commentare ai diretti interessati: “Che ve ne pare?”… Gesù domandò provocatoriamente un parere ai sui interlocutori che erano i sommi sacerdoti e agli anziani, cioè gli esperti di religione del popolo di Israele. Disse il Maestro: un padre rivolse l'invito ai suoi due figli, che non ne avevano la minima voglia, di fare la volontà del padre. Uno di loro disse "no", ma poi, pentito e convertito, vi andò. L'altro si mostrò ipocritamente obbediente, ma non vi andò.
C'è stato un errore comune nel pensiero e nelle azioni dei due figli che in fondo si assomigliavano più di quanto sembrasse. Nella loro relazione con il Padre essi avevano una idea distorta: entrambi lo hanno considerato come un padrone. Il padre non chiedeva nulla per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una imposizione arrogante, ma di semplice collaborazione alla preparazione del vino: un componente essenziale per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto con tanti invitati (il Regno di Dio!).Sì, il problema dei due fratelli fu essenzialmente lo stesso: hanno visto il Padre come un padrone. Questa relazione distorta li portò a vivere come schiavi di una volontà che non hanno compreso, ma di cui hanno sentito soggezione e timore.
Ben lontani, dunque, da quell'annuncio liberante portato da Gesù!
Nella figura di questo padre terreno, l’evangelista richiama quella del Padre celeste, il quale convoca gli uomini al lavoro della sua vigna, ossia al servizio del Vangelo e del suo regno. E ovviamente il Padre del cielo esige che il lavoro sia svolto davvero. Compie la volontà del padre colui che torna sulle sue decisioni, chi smette di dire no e inizia a fare.
L'accento della pericope odierna viene messo sul fare la volontà del Padre, come fece il primo figlio dapprima renitente, ma poi consenziente. La risposta data dal secondo figlio al Padre è ambigua. Dice prontamente “sì!” e fa un gran bel figurone, ma poi non combina niente. L’altro dice “no” e tutti lo biasimano, ma poi si rientra in sé e fa la volontà del Padre.Con il suo insegnamento il Giovane Rabbi di Nazaret ha rivelato che la salvezza può essere accolta solo da chi è disponibile a fare ritorno a Dio, pentendosi del male fatto e abbandonando le proprie vie di peccato. Il vero miracolo – diceva Isacco il Siro – consiste nel riconoscersi peccatori.
Cari Amici
Meditando la parabola narrata da Gesù ci vuole poca immaginazione per scoprire che questa situazione è anche tra noi. La parabola, infatti, parla dell’uomo. E domanda dove ciascuno di noi pone il proprio interesse quando ascolta la Parola di Dio. Infatti la parabola ci parla di Dio che da noi non si attende non solo belle parole. Attende la serietà del nostro impegno e la conversione che conduce alla vita. La domanda, non troppo celata, che Gesù pone va dritta al cuore: chi è il vero credente?
La parabola del Giovane Rabbi contiene invito preciso alla coerenza: non basta dichiararsi cristiani, compiere le pratiche esteriori della fede, obbedire a parole: occorrono i fatti, anche quelli destinati a restare nascosti; occorre l’intima adesione dell’intelletto e della volontà. Alla volontà del Padre si risponde non a parole ma con i fatti!
San Cipriano, antico Padre della Chiesa, ricorda: "Mostriamo con i fatti ciò che crediamo e diciamo di credere".
Chi non si è trovato qualche volta nella situazione di entrambi i figli della parabola? A Gesù non piace una religiosità che si fermi al rito e alla devozione senza che questa trasformi la vita. Giunge a preferire il figlio insubordinato e svogliato che dice quel che pensa piuttosto che l’altro il quale, salvando l’apparenza del bravo ragazzo, in realtà non muove un dito per aiutare il Padre.
Pensiamo:
- Al sì del nostro Battesimo
- Al sì della cresima
- Al sì del matrimonio celebrato in chiesa.....
Di tutto questo, nei fatti, che ne è stato? Che ne è?
La parabola del Vangelo condanna un cristianesimo fatto di parole, ma vuoto di fatti concreti. Non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede.
Alle parole deve seguire la condotta coerente e l'esempio personale.Non c’è posto per una religiosità vuota, fredda e formale che si esaurisca in pratiche esteriori, ma non coltivi in profondità la fede e un autentico rapporto filiale con Dio, un rapporto radicato nell’amore. Al «Credo» che recitiamo, deve seguire una vita che non lo smentisca clamorosamente!
Scriveva San Cipriano: «Mostriamo con i fatti ciò che crediamo e diciamo di essere».
Meglio non dirsi cristiani, che dirsi ma non esserlo!
Amici: non dovremmo definirci a cuor leggero cristiani: ma dovremmo esserlo nei fatti e nella testimonianza della vita!La vita cristiana deve misurarsi continuamente su Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), ci ha ricordato san Paolo nell’introduzione all’inno cristologico.
La fede ci chiama a conversione: pronti ad accogliere la volontà di Dio non a prole ma nei fatti concreti della vita cristiana.
Occorrerà tenere fisso lo sguardo su Cristo, la Parola che fa nuove tutte le cose, che per noi è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).

























