di don Tommaso Stenico

 

 

Non è facile rispondere onestamente alla domanda che Gesù rivolge a Pietro proprio nel momento in cui lo salva dalle acque: "Perché hai dubitato?".

A volte, le nostre convinzioni più profonde svaniscono e i nostri pensieri più intimi si inquietano senza che ne comprendiamo esattamente il motivo. Principi che prima consideravamo incrollabili cominciano a vacillare. E in noi si risveglia la tentazione di abbandonare tutto, senza ricostruire nulla.

Altre volte, è il mistero di Dio a travolgerci.

La parola definitiva sulla vita ci sfugge, ed è difficile abbandonarsi al mistero: la ragione continua la sua insoddisfatta ricerca di una luce chiara e definitiva, che non trova e che forse mai troverà.

Spesso, la superficialità e la leggerezza della nostra vita quotidiana e il culto segreto di tanti idoli ci precipitano in lunghe crisi di indifferenza e di scetticismo interiore, con la sensazione di aver veramente perso Dio.

Spesso è il nostro stesso peccato a incrinare la nostra fede, poiché essa vacilla e si indebolisce quando ci allontaniamo da Dio. Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che c’è un abisso tra il credente che professiamo di essere e il credente che siamo veramente.

Che cosa dovremmo fare quando riconosciamo in noi stessi una fede così fragile e vacillante?

Innanzitutto, non dobbiamo disperare né spaventarci quando scopriamo dubbi ed esitazioni dentro di noi. La ricerca di Dio si svolge quasi sempre nell’insicurezza, nell’oscurità e nel rischio. Dio si cerca «a tentoni». E non dobbiamo dimenticare che la fede autentica non consiste nell’assenza di dubbi, ma nel continuare a cercare Dio anche dentro il dubbio.

L’importante è accogliere il mistero di Dio con cuore aperto.

La nostra fede si fonda sulla verità del nostro rapporto con Lui.

Credere è incontrare, conoscere, amare e seguire Gesù Cristo.

E non dobbiamo aspettare che tutti i nostri interrogativi e i nostri dubbi vengano risolti per vivere veramente alla presenza del Padre.

Ecco perché è così importante saper gridare come Pietro: «Signore, salvami!».

Saper alzare le nostre mani vuote a Dio, non solo come gesto di supplica, ma anche come atto di fiduciosa resa di chi si riconosce piccolo e bisognoso di salvezza.

Non dimentichiamo che la fede è «camminare sull’acqua», ma con la certezza di poter trovare sempre quella mano che ci salva quando stiamo per affondare.