di Stelio W. Venceslai
Di pazzi in giro nel mondo ce n’è sempre stati, e parecchi. Gente che masse sconsiderate hanno portato al potere in una specie di furia autodistruttiva: arruffapopoli, profeti, religiosi politici, pacifisti, sanguinari, fanatici. Non tantissimi ma sempre troppi. Hanno un fascino mortale i Caligola, Pierre l’Hermite, Masaniello, Cola di Rienzo, Dracula e Robespierre. Mi limito a nomi del passato per evitare facili aggiornamenti e sicure denunce.
Sono finiti tutti male e con loro quelli che li hanno seguiti. Non c’è scampo. Dopo la pazzia emerge la verità. Troppo tardi, forse, e il disgusto. Poi la storia riprende il suo corso. E qualcuno, dopo decenni, li giustifica pure.
Re Carlo III d’Inghilterra è andato in visita ufficiale, di Stato, negli Stati Uniti. Re Carlo è uomo saggio e la scuola della madre gli ha fatto assai bene. Ricevuto al Congresso degli Stati Uniti ha fatto un grande discorso. Non l’ho sentito né in lingua né tradotto, ma tutti i commentatori ne stanno parlando citandone vari brani e ne dicono gran bene.
A nostri rozzi amici americani di buon cuore, quando non si sparano, ha fatto grande impressione.
Ha parlato in un inglese perfetto, ricordando loro da dove vengono o che cosa masticano. La lingua inglese, non più virginale dai tempi di Shakespeare, è la lingua più stuprata del mondo, visto che credono di parlarla tutti, specie gli Americani.
Ha fatto capire, non troppo velatamente, con garbo regale, che la civiltà che rappresenta (europea e non solo britannica) è stata la scuola e l’Università del mondo, fucina delle più straordinarie anche se spesso pericolose invenzioni dell’epoca moderna di cui fruiscono tutte le Nazioni della terra.
Ha parlato di dignità, di sovranità vera (e non quella attaccaticcia del populismo da bettola), ha ricordato la grandezza e l’importanza di alcuni principi fondamentali che devono regolare i rapporti fra tutti, dagli Stati alle Organizzazioni internazionali, tra i popoli e tra le persone.
Parole alte, che non si sentono spesso, specie in un clima ostile.
Qualche cretino potrebbe dire che è stato un discorso da destra, Nessuno osa parlare di fascismo in America. Questa è una fissazione europea, soprattutto italiana.
Non so se gli Americani l’abbiano capito, ma spero che abbiano percepito le profonde motivazioni morali che guidavano Sua Maestà nel parlare al Congresso.
È stata la riscossa dell’intelligenza e della dignità europea, oserei dire sull’onda del passato impersonato dalla figura di Churchill e della Regina Elisabetta, di fronte alle miserabili vicende attuali: Libano, Siria, Gaza, Iran, il cul de sac che non è solo nello Stretto di Hormuz ma nella testa dei nostri attuali reggitori politici.
È stato un gran bel discorso, Maestà. Ne avevamo bisogno.
Bisognerebbe pubblicarlo in più lingue, come si faceva, al tempo della Rivoluzione francese, nelle gazzette dell’epoca.
Non ha parlato, come si dovrebbe, di Trump. Non poteva evitarlo, ma è stata una lezione di stile.
Nella vita quotidiana siamo adusi a giudicare gli esseri umani dai loro comportamenti. Diceva George Bernard Shaw che gli uomini importanti sono come i libri. Più salgono in notorietà e in potere, più vanno in alto, nella libreria, dove non si pescano più e diventano inutili. Che Trump sia un uomo importante non c’è dubbio, che appartenga a quella schiera di pazzi furiosi di cui sopra (assieme ad altri, per carità, non solo lui), è altrettanto indubbio.
Credo che si sia ormai diffusa la convinzione generale che gli affari del mondo, rimescolati e sconvolti dal suo potere, con danni diffusi su tutto il pianeta, siano una specie di neroniana mistificazione del potere e dell’arroganza.
A ciò, mi sembra giusto, aggiungerei un pizzico di tragico umorismo.
Ho vinto, stiamo vincendo. Voglio tutto. Faccio un blocco. No, la levo. Dichiaro una tregua. La sposto, la rimando. La riapro. America first fino al vomito. Cuba, il Venezuela, il Canada, l’Iran e il Pontefice, la povera Meloni (assurdo l’accostamento, ma necessario) e, finalmente, Iddio a suo conforto e servizio.
In condizioni normali, tra gente comune, qualcuno potrebbe riderne esclamando: ma questo è proprio matto!
I tempi sono funesti e 340 milioni di Americani gli reggono taciti e ossequienti la coda. Forse sono convinti, ma non credo che tutti siano tanto stupidi.
Il suo potere è immenso e come un bambino (talvolta mi fa tenerezza) si diverte a giocare con i popoli e gli strumenti di morte, le tende dello Studio Ovale e la sala da ballo della Casa Bianca. Ma un titolo nobile gli si può dare come Principe dell’incoerenza. Se lo merita.
Mentre attacca il Pontefice invita un suo emissario ad incontrarlo. Dopo aver scansato la Meloni il suo Segretario di Stato viene a Roma a chiedere se gli diamo una mano a rimettere a posto il Libano. Forse glielo ha suggerito il suo mentore, l’astutissimo Netanyahu, che dietro le quinte manovra la politica e l’esercito americano come se fossero roba sua. Non se ne è accorto nessuno, pare, a casa sua.
Perché non lo chiede a Putin, suo amico del cuore?
I commentatori si chiedono: andrà o non andrà a Pechino a parlare con Xi Jinping? Se la premessa è la dichiarazione di Rubio, il suo Segretario di Stato che non è il caso di avere un’altra destabilizzazione per Taiwan, non c’è da stare allegri. L’ovvio sembra essere l’ultima risorsa intellettuale di un Paese guidato da un IPrincipe dell’incoerenza.

























