di Stelio W. Venceslai



Dopo tanti strombazzamenti pubblicitari e molte esitazioni diplomatiche, Trump arriva a Pechino convinto di essere un ariete. Belante, circondato da un gregge improvvisato di ministri e imprenditori, s’illude di poter dettare le regole del pascolo al Dragone. Ma in Cina, il terreno non è mai neutro: è inclinato, preparato, studiato. E chi non lo sa, scivola.

Gli Stati Uniti sono ancora la potenza dominante, ma non più quella determinante. La Cina è determinante, ma non ancora dominante.

La delegazione americana è un miscuglio di inesperienza politica e ambizione commerciale. Elon Musk, con la sua costellazione di satelliti, sembra l’unico a sapere davvero perché è lì. Gli altri seguono, come pecore che non conoscono il sentiero ma si fidano del rumore del campanaccio.

Un incontro ad altissimo livello, dunque, ma anche con scopi bassamente commerciali, come è d’uso negli affari trumpiani. La presenza di tanti imprenditori americani, ansiosi di accordi, contraddice la retorica autarchica. Se gli affari andassero in porto, nascerebbero joint venture potentissime. Ma come conciliare questo con la politica dei muri doganali? La pecora vuole chiudere il recinto, ma intanto accompagna il gregge a pascolare proprio nel campo del dragone.

Trump ha acceso una guerra commerciale che somiglia più a un autogol che a una strategia. Vuole frenare l’invasione dei prodotti cinesi, ma gli Stati Uniti non producono più ciò che comprano. Così i dazi non proteggono: rincarano i costi. La pecora, credendo di difendere il gregge, finisce per tosarlo.

Trump ha iniziato una guerra commerciale con tutto il mondo e, segnatamente con la Cina, ma fino ad ora ha generato solo sconcerto ed irritazione, non i risultati sperati. Gli Stati Uniti non producono più da tempo quello che produce la Cina a basso costo e sono costretti ad acquistare lo stesso da Pechino. Inoltre questi prodotti gli Americani li pagano di più, per effetto dei dazi. Una forma di suicidio economico che porta all’inflazione.

Trump s’illude di poter essere autarchico, ma da un pezzo non è più così. Troppa interpenetrazione dei mercati e interdipendenza per via della divisione internazionale del lavoro. I dazi protettivi di Trump non ridanno fiato alle poche imprese manufatturiere che sono rimaste negli Stati Uniti. Per questo vuole che l’industria europea investa in quel continente.

La presenza di tutti questi imprenditori americani, speranzosi di fare affari consistenti con la Cina, lascia un po’ perplessi. Che significa? Un cambio di rotta?

Se gli incontri commerciali si concludessero positivamente, ne deriverebbe un forte aumento d’imprese comuni cino-americane per la produzione di nuovi utensili e di nuovi macchinari innovativi sul mercato mondiale.

 Ma sarà così? Come si concilia la severa e altalenante politica doganale di Trump con gli eventuali successi di questi possibili accordi? Certo, parliamo di cose impalpabili, come lo spazio, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni. È disposto Elon Musk a mettere a disposizione della Cina la sua rete Starlink? Domande legittime alle quali non si ha ancora risposta.

Sul piano politico due nodi inestricabili: Taiwan e la guerra Iran-Usa.

Taiwan è l’isola madre di tutti i conduttori elettronici, il pascolo proibito. Produce il 90% della produzione mondiale. il cuore pulsante dell’elettronica mondiale. Finché resta libera, il mondo respira.

 Taiwan condiziona ogni strumento elettronico che usiamo, dalle automobili ai rasoi elettrici. Dipendere da Taiwan per i microcircuiti non è un problema, ma lo sarebbe se al posto di Taiwan ci fosse la Cina. Oggi gli Stati Uniti proteggono Taiwan, insidiata dai Cinesi che vorrebbero integrarla nel loro territorio, come hanno già fatto con Hong-Kong.

I Taiwanesi sostengono di essere più Cinesi, ma un altro popolo, democratico e rispettoso dei diritti umani. Sono diversi ed aspirano all’indipendenza. La Cina minaccia da quasi un secolo la libertà di Taiwan. Vorrebbe ingoiarla in un solo boccone. Gli Stati Uniti, fino ad ora, lo hanno impedito. Qual è la posizione di Trump, adesso? S’ignora.

Passiamo all’Iran. Questo Paese è un alleato tradizionale della Cina, di cui è il maggior fornitore di petrolio e un importante partner commerciale. La chiusura degli Stretti di Hormuz danneggia fortemente la Cina.

La guerra irano-americana, scioccamente iniziata da Trump per corrispondere alle pressioni israeliane, è in una posizione di stallo. Trump ha minacciato l’uso di armi nucleari e a tali minacce ha risposto Teheran sullo stesso tono. Anche loro sono in grado di lanciare testate atomiche. Ogni giorno può scoppiare una catastrofe se questi matti smettono di ragionare.

Trump cercherà di ottenere una mediazione cinese per indurre l’Iran ad una resa, ma ciò mi sembra poco probabile. Perché dovrebbero arrendersi? La situazione attuale di stallo logora le finanze americane (cinquecento milioni di dollari al giorno) e il prestigio di Trump, mentre rafforza il potere contrattuale e militare di dell’Iran. Quindi, la vedo molto difficile. Al massimo, un’inutile, ennesima Conferenza internazionale di pace.

Non si capisce quale sia l’intento di Trump in questo viaggio. Purtroppo, è probabile che finisca tra grandi amiconi, con pacche sulle spalle. In Cina temo che Trump farà la parte della pecora, come ha fatto con Putin.

A proposito, chi sta alla finestra e conta sempre meno, è l’orso russo. Putin si è infognato in una guerra stupida vantando diritti e pretese inesistenti. Dopo quattro anni, il glorioso e potente esercito russo non ce la fa più e batte il passo, perdendo cento uomini al giorno. Una situazione tragica, per Russia e Ucraina, ma l’aggressore russo ansime ed ha perso di credibilità internazionale. Ormai è fuori dal contesto e quando si propone come mediatore fra USA e Iran nessuno gli dà più retta.

In Russia non spira buon vento: vive isolato in bunker, ha annullato la grande parata dell’8 maggio, teme un colpo di stato e che qualcuno lo faccia fuori.

Ora, in Cina, potrebbero davvero decidersi i destini del mondo. In mano a Trump sarebbero carta straccia. In mano a Xi-Jinping, che è persona seria, si potrebbe decidere una diarchia determinante per arrivare ad un po’ di pace nel mondo. In fondo, non sarebbe neppure difficile: due altolà a Netanyahu e a Putin. 

Ma forse sono solo dei sogni.