di Ruggero Morghen
Prima della sua inattesa rinuncia, prima del “gran rifiuto”, Benedetto XVI è stato il papa della “Deus caritas est”, di “Spe salvi” e della “Caritas in veritate”, che Giuseppe De Carli definisce “vero e proprio prontuario sociale cistiano del XXI secolo”. Suo anche il motu proprio “Summorum pontificum”, con il recupero della Messa di san Pio V. Ancora per De Carli lui è “il buon samaritano dell’Assoluto”, caratterizzato dall’inclinazione – o devozione – mariana. “C’è una geografia spirituale e una geografia del cuore – rileva quindi l’autore di “Benedetto XVI nella vigna del Signore” – che, a volte, coincidono con quella intellettuale di Joseph Ratzinger”. Ecco quindi le visite apostoliche: Sant’Agostino a Pavia, San Benedetto a Montecassino, San Bonaventura a Bagnoregio.
Benedetto è il Papa dell’amicizia con Dio.”Egli è questo amore – dirà nella Messa in Coena Domini del giovedì santo, nel 2006 -, un amore che ci lava”. E “il bagno nel quale ci lava è il suo amore pronto ad affrontare la morte. Solo l'amore ha quella forza purificante che ci toglie la nostra sporcizia e ci eleva alle altezze di Dio. Il bagno che ci purifica è Lui stesso che si dona totalmente a noi – fin nelle profondità della sua sofferenza e della sua morte”.
Prima Ratzinger era stato il custode dell’ortodossia cattolica come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ne erano scaturite la “Dominus Iesus” su Cristo unico e universale salvatore, il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica e, in collaborazione con Vittorio Messori, il famoso “Rapporto sulla fede” (1984). Il nuovo, assai duraturo (24 anni!) prefetto veniva dall’esperienza ancora romana di perito conciliare, dall’insegnamento a Tubinga e Ratisbona, dalla pubblicazione di “Introduzione al cristianesimo” (1968) e dalla rivista “Communio”, che si proponeva quale strumento internazionale per un lavoro teologico. “Negli anni Settanta – scrive sul manifesto Alessandro Santagata - Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e lo stesso Ratzinger danno voce alla critica attraverso la rivista Communio, che si contrappone a Concilium, diventata il punto di riferimento delle teologie d’avanguardia”. Ecco quindi l’incarico vescovile a Monaco, nella sua Baviera.
Ed eccoci, in questo breve itinerario a ritroso, alle origini della sua vita e della sua vocazione, giocatesi comunque “all’interno di un raggio limitato – come ricorderà lo stesso Papa -: cioè nell’area compresa fra l’Inn e il Salzach, il cui paesaggio e la cui storia hanno profondamente segnato la mia giovinezza”. Suo pane quotidiano è lo Schott, il libro di preghiere, sorta di messale in tedesco, mentre al seminario di Traunstein (Studienseminar St. Michael) dove entra dodicenne seguendo i passi del fratello maggiore Georg (vi rimarrà fino al 1942, quando il seminario viene adibito ad uso militare e gli studenti mandati a casa) si appassiona agli studi classici, fonte di un atteggiamento spirituale che “si opponeva alla seduzione esercitata dall’ideologia totalitaria”.
Del resto ad opporvisi, a quanto pare, non era il solo, ché gli slogan nazisti ben poco avrebbero potuto sulla sobria mentalità dei contadini bavaresi. Ad esempio “i ragazzotti del paese – ricorderà Benedetto XVI nella sua autobiografia – si interessavano di più alle salsicce che pendevano dall’albero e che finivano nelle tasche di quelli che vi si arrampicavano più in fretta, che agli altisonanti discorsi dei propagandisti del regime o dei maestri di scuola”.


























