di Ruggero Morghen
Nel 1901, anno in cui muoiono Francesco Crispi e il generale Oreste Baratieri, nascono Piero Gobetti e Alessandro Pozzi detto Sandro, sansepolcrista e legionario fiumano. A Giarre, in provincia di Padova, nasce anche Liduina Meneguzzi (1901-1941), che verrà proclamata beata da Giovanni Paolo II il 20 ottobre 2002. È la suora dei sogni, delle immaginette miracolose, del cibo scarso che si moltiplica.
Battezzata in Duomo ad Abano Terme (forse allora ancora Abano Bagni), trova poi lavoro presso l’albergo Due Torri, tuttora esistente, dove naturalmente oggi è un’illustre sconosciuta. Poi però lei vuole diventare suora: come quelle che sono arrivate al suo paese, le suore Salesie, congregazione fondata da don Domenico Leonati di Battaglia Terme.
Nel 1937 i padri Cappuccini presenti in Etiopia chiedono la presenza delle suore per l’educazione dei bambini e l’assistenza ai malati. Qui Liduina, che vi si recò, “si prodigò instancabilmente per la diffusione del Vangelo – si legge in un depliant curato dalle sue consorelle -, fu sorella e madre per i poveri e gli ammalati dell’Ospedale civile e militare di Dire-Dawa”. Liduina pregava che si compisse la volontà del Signore “ancora quando – diceva - vedo travisate le mie parole, misconosciute le mie intenzioni”. “Questa piccola suora – esclama ammirato il dottor Renzo Marcolongo – è un gigante della fede”. Per Mirco Cavallin, che le ha dedicato un servizio per Telechiara nella rubrica “Luoghi dello spirito”, la sua è “una figura sempre più importante, che viene riscoperta dalla Chiesa padovana e non solo”.
Liduina si distinse anche – ricorda suor Oraziella, madre generale delle suore Salesie -, per la sensibilità ecumenica. Il riferimento è alle suore di San Francesco di Sales, o Salesie, che hanno la loro casa madre a Padova. Qui c’è la cappella dedicata alla Meneguzzi e sono conservate le sue spoglie, riportate nel 1961 dall’Etiopia. “Sono molti – si legge a commento di un video su YouTube - i devoti che si recano presso la tomba della Beata Liduina per pregare e consegnare richieste d'intercessione. Tutti confidano in lei per le necessità di carattere materiale ma ancor più per quelle spirituali. Suor Liduina conforta e sostiene tutti coloro che si rivolgono a lei con cuore puro ma soprattutto con grande fede e totale affidamento in Gesù nostro Signore”.
Liduina non aveva una grande considerazione di sé: si considerava infatti una povera oca. Viene in mente, a questo riguardo, un’altra suora - dorotea stavolta - dalla testa storta, che passava per essere anche lei un po’baucheta, se non proprio un oco o – come diceva lei – ‘na pora grama e che passava bianchissima in mezzo ad ogni dolore, avendo scelto di andare per la “via dei carri”: vale a dire il sentiero spirituale più nascosto e appartato. Il riferimento è a un’altra suora veneta: santa Maria Bertilla, che veniva soprannominata “suor Comodino” ed era considerata a volte un intrigo, anche se non era di Rovigo. L’ostetrica Costa, bellunese di Taibon, restava come incantata davanti alla sua appartata bellezza, “al contrasto – scrive Chiades – fra gli abiti logori e un’interiorità che traspariva sempre nuovissima”. La suora di Brendola andava così, per la via dei carri, verso la semplicità della perfezione.
Oggi il “gioco dell’oca” (per così dire) suscita però lo sdegno dell’amico Claudio Maffei, che a proposito di donne-oche osserva: “La bellezza femminile in una donna può coesistere con l'intelligenza e la competenza indispensabili per fare politica. A dimostrazione che una bella donna non deve essere per forza oca, come sostenevano i maschilisti trogloditi alcuni decenni orsono”.


























