
Permettetemi di aprire questa lectio con un paio di appunti metodologici che spero non risulteranno troppo pedanti. È abbastanza comune, nelle analisi della politica e delle relazioni internazionali che vanno di moda oggi, minimizzare l’importanza del ruolo di singoli attori e protagonisti. Privilegiare il peso di fattori e di costrizioni strutturali rispetto alle decisioni umane: a quella che in inglese si chiama la agency dei singoli, termine che non ha un preciso corrispettivo in italiano.
Nelle letture di una “geopolitica” tanto grossolana e analiticamente rigida, quanto popolare e di successo - anche per la sua asserita capacità di offrire chiavi di lettura, analitiche e prescrittive, all’apparenza inequivoche e onnicomprensive – prevale appunto l’enfasi sulla struttura rispetto all’individuo: sulle presunte e trasparenti forze profonde, massicce e inespugnabili della storia rispetto alla accidentalità e imprevedibilità di un processo storico che si muove in modo talora confuso e imprevedibile, condizionato da scelte, intuizioni, errori, fraintendimenti. Di qui, formule straordinariamente popolari, come l’esistenza di una presunta “essenza” profonda e storicamente determinata di popoli portatori – si asserisce – di una sostanza antropologica immodificabile; o quella di “interessi nazionali” parimenti statici e immutabili nei secoli; o, infine, quella di “vincoli geografici” che definirebbero – in una sorta di ineludibile camice di forza politico e strategico – sia l’una (l’essenza) sia gli altri (gli interessi) dei popoli e delle nazioni in questione. Di qui, anche, la propensione di questa geopolitica a invocare reiteratamente la storia: a celebrarne la conoscenza come indispensabile premessa di qualsiasi analisi del presente, salvo poi piegarla strumentalmente a questa analisi, ridurla a semplice formula di validazione di letture che tendono a essere storicamente piatte se non propriamente a-storiche.
La storia, però, tutto è fuorché statica. I popoli – i loro tratti; le loro identità; le loro politiche estere - sono cangevoli e volubili (pensate a quanto diversa è l’Italia del 2026 rispetto a quella del 1946 o del 1861); l’interesse nazionale è declinato storicamente e politicamente; varia, come è giusto che sia, a seconda delle sensibilità politiche e ideologiche di chi lo definisce. La storia è “cambiamento nel tempo”; ed è “scienza degli uomini”, scriveva il grande storico e partigiano Marc Bloch, fucilato dai nazisti nel giugno del 1944. Una massima – quella dell’“apologia della storia o del mestiere di storico”, l’opera frammentaria e incompiuta che Bloch scrisse tra il 40 e il 43, prima della scelta della resistenza – che oggi riformuliamo per adattarla ai tempi e renderla più comprensiva e inclusiva (e, anche, politicamente corretta): non più “la scienza degli uomini”, ma “degli uomini e delle donne”, delle “persone”, degli “esseri umani”, o di un “ecosistema” nella quale anche gli animali, l’ambiente, la flora e la fauna hanno in fondo una loro agency. Ma nella quale, immutabile, rimane però il “cambiamento nel tempo” e il peso che scelte, decisioni e politiche hanno nel condizionare e guidare questo cambiamento o nell’esprimerlo e rifletterlo.
E ciò mi porta, finalmente, ad Alcide De Gasperi e al suo complicato rapporto con gli Stati Uniti negli anni cruciali della transizione dal fascismo alla democrazia, dalla monarchia alla repubblica, dalla grande alleanza antifascista della Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda e alla sua trasposizione in Italia. Consentitemi qui di partire da una citazione, che nella mia memoria parziale e imprecisa collocavo nel gennaio del 1947, in occasione del primo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti, e che invece, facendo delle verifiche proprio per questa lezione, ho scoperto essere di un anno più tardi, a inizio 1948, quando si stava accendendo la campagna per le prime elezioni politiche del dopoguerra, e gli Usa avevano lanciato in Italia e Francia il famoso programma di “treni per l’amicizia” (friendship trains) – ideato dal giornalista Drew Pearson - con cui si distribuivano cibo e beni di prima necessità in tante città italiane (esempio emblematico, quello dei friendship trains, della propaganda americana e della sua scientifica efficacia). Nell’occasione De Gasperi celebrò la generosità - il “gesto fraterno”, lo definì - che arrivava da oltre oceano. E ricordò un’esperienza vissuta, quella sì, un anno prima, durante il suo primo viaggio americano.
“Passando per la Broadway per recarmi in corteo alla City-Hall [al Municipio di New York]”, scriveva De Gasperi sul Popolo l’1 gennaio del 1948, “sono stato colto dal fenomeno che di fronte a Wall-Street, centro finanziario del mondo, si vedesse una piccola e originaria chiesa della vecchia New York” [il riferimento deve essere alla St Paul’s Chapel, la chiesetta di San Paolo, che fa parte del complesso episcopale della Trinity Church, costruita nel 1766 e che è oggi la più vecchia chiesa esistente a New York, miracolosamente sopravvissuta anche agli attentati dell’11 settembre e luogo che nei giorni e nelle settimane successive offrì rifugio e accoglienza prima alle persone in fuga dalle torri e poi ai volontari e ai vigili del fuoco]. “Prima e poi”, continuava De Gasperi “grattacieli alti come le pareti delle nostre Dolomiti; ma questo spazio angusto è salvato ed ha resistito alla speculazione. Il sole si apre una via tra i grattacieli e scalda anche i tumuli. È questa una contrapposizione simbolica. Esistono anche nella civiltà americana gli elementi idealistici dei fondatori che contrastano e contengono il materialismo della vita economica”.
In queste parole troviamo, credo, una sintesi dell’atteggiamento di De Gasperi verso gli Stati Uniti, della sua concezione dell’America, nel quale si combinarono sempre consapevolezza, curiosità, gratitudine, anche, ma pure una certa diffidenza se non una lontananza culturale che non sarebbe forse mai venuta meno. Consapevolezza – nel caso dello statista trentino maturata molto precocemente dopo la fine del conflitto – che solo gli Stati Uniti avrebbero potuto fornire all’Italia repubblicana gli strumenti (aiuti economici, tecnologia, protezione e sicurezza) di cui essa abbisognava per recuperare parte della sovranità perduta, ricostruirsi sulle ceneri del disastro della Seconda Guerra Mondiale e del Ventennio fascista, ed essere reintegrata nella comunità internazionale. E consapevolezza, spregiudicata e interessata per certi aspetti ma di un politico stiamo pur sempre parlando, che divenire interlocutori primi e privilegiati degli Usa avrebbe costituito una fondamentale fonte di legittimazione - di rafforzamento politico - per sé stesso e per il suo partito, la Democrazia Cristiana. Accompagnata però, questa consapevolezza, da una circospezione verso un paese e un modello di società di cui diffidava, di cui temeva una certa arroganza quasi imperiale permessa dal monumentale scarto di potenza tra gli Usa e i paesi europeo-occidentali, alimentata dalla evidente dipendenza economica e securitaria dei secondi dai primi. Nella quale non mancavano elementi di pregiudizio e stereotipi comune in modo politicamente trasversale a tanta parte del mondo politico europeo.
Questa miscela di consapevolezza e diffidenza, dicevo, si manifestò quasi subito. E orientò le scelte e i comportamenti di De Gasperi negli anni cruciali che porteranno l’Italia entro una comunità euro-americana o atlantica a chiara leadership statunitense. Scelte e comportamenti non necessariamente lineari e coerenti, quelli di De Gasperi. Perché la storia, che appunto statica non è, si muove senza tregua; e lo fa talora in modo accelerato, contraddittorio e imprevedibile, come avvenne tra il 1945 e il 1948. Perché allora pochi o nessuno compresero o preconizzarono tempi e forme della transizione dalla Seconda Guerra Mondiale alla Guerra Fredda, e come essa si tradurrà nei singoli contesti nazionali, incluso quello italiano. Perché non era chiaro, e non poteva esserlo, come si sarebbe espresso l’ineludibile nesso - l’interdipendenza - tra nazionale e internazionale: tra la trasformazione del sistema mondiale e le transizioni e ricostruzioni dei paesi teatro della guerra, su tutti i paesi sconfitti. Nel cui campo, nonostante gli auspici di De Gasperi, verrà in ultimo collocata anche l’Italia, con il punitivo trattato di pace di Parigi di Parigi del febbraio 1947. Fu proprio durante la conferenza di pace, il agosto 1946, 80 anni fa, che De Gasperi pronunciò uno dei suoi discorsi più memorabili e noti, più volte citato in queste giornate sui nostri media:
“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico …. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica”.
“Democratico antifascista”, sottolineava De Gasperi a Parigi, per rimarcare sì la rottura e la discontinuità con il fascismo e il ruolo delle forze democratiche nell’averla voluta e promossa, ma anche per sottolineare il comune denominatore basilare – l’antifascismo – della nuova democrazia. Non dimentichiamolo mai questo richiamo orgoglioso e forte che ritornerà più volte nei discorsi e negli scritti degasperiani, a ciò – l’antifascismo - che dovrebbe essere non identità di parte ma fondamento condiviso e pilastro fondativo di una prospettiva di convivenza e pluralismo democratici.
Come tanti altri, cattolici e non, De Gasperi flirtò, nel primo biennio postbellico, con ipotesi che in seguito sarebbero state definite terzo-forziste. Con l’idea che vi potesse essere una qualche via alternativa – latina, sud-europea, cattolica – in un sistema di blocchi i cui contorni e la cui natura rimasero a lungo sfocati e indefiniti. Ancora nel luglio del 1947 con la Guerra Fredda ormai avviata, De Gasperi auspicava che l’Italia, “popolo di frontiera” potesse costituire un “ponte di conciliazione tra le due civiltà” che allora si fronteggiavano. Non fu immune a illusioni nazionaliste (non lo fu e non lo poteva essere; studiare la storia vuol dire contestualizzare e, appunto, storicizzare; Alcide De Gasperi era, come tutti, un uomo del suo tempo). Illusioni, queste, che lo indussero a sopravvalutare talora irrealisticamente il ruolo dell’Italia, la possibilità di sottrarsi alle responsabilità del fascismo, o quella di preservare per l’Italia un qualche attributo imperiale e un ruolo di media-grande potenza il cui tragico velleitarismo era stato, negli anni e nei decenni precedenti, reiteratamente esposto. “Il nostro calvario non è ancora terminato”, scriveva nell’ottobre del 1946 a Pietro Nenni, prossimo a succedergli al dicastero degli Esteri, sia pure per pochi mesi. Era però necessario, sottolineava De Gasperi, continuare a insistere perché “l’Assemblea e l’opinione pubblica italiana devono avere l’impressione che le nostre insistenze hanno operato fino all’ultimo”.
Il trattato di pace, il collasso dell’unità antifascista – interna e internazionale – e l’inizio della Guerra Fredda, che per convenienza possiamo collocare nei primi mesi del 1947, chiudevano però una fase e ne aprivano una completamente nuova. Nella quale due bussole, due stelle polari – non inconciliabili ma nemmeno complementari - orientarono l’azione di De Gasperi. Mi riferisco qui a quello che lo storico Guido Formigoni, nel miglior studio sulla Guerra Fredda in Italia, e sull’Italia nella Guerra Fredda di cui disponiamo (e di cui è da poco uscita l’edizione inglese), ha chiamato la doppia “fase costituente” dell’Italia postbellica: quella costituzionale, repubblicana, interna; e quella atlantica, euro-americana, esterna.
L’adesione alla seconda, e all’ordine che essa produsse, fu, per De Gasperi, condizione essenziale al recupero di sovranità, economica e securitaria, per quanto inevitabilmente incompleta. Il bisogno di aiuti immediati fu costantemente sottolineato nei suoi incontri con gli interlocutori statunitensi. A partire da quelli durante il suo famoso primo viaggio negli Stati Uniti, nel gennaio del 1947. Nel quale ottenne molto meno di quel che avrebbe auspicato; quando, diversamente da quanto si crede, non gli fu chiesto e men che meno imposto di rompere l’alleanza governativa con le sinistre; ma che costituì una fondamentale investitura alla sua leadership e alla sua persona da parte di Washington.
La partecipazione al Piano Marshall – annunciato nel giugno del 1947 e probabilmente il vero spartiacque nelle origini della Guerra Fredda – era quindi essenziale. Non necessariamente per alimentare una ripresa economica che, anche in Italia come in gran parte d’Europa, era ripartita con sorprendente rapidità dopo le devastazioni della guerra. Ma per un combinato di ragioni economiche, politiche e, in una certa misura, anche elettorali. Il Piano Marshall non forniva tanto investimenti capaci di alimentare una crescita già in atto – in poco tempo, tutti i principali paesi dell’Europa occidentale recuperarono il livello del PIL prebellico, del 1939 – ma garantiva accesso a valuta forte, dollari, con cui comprare materie prime e tecnologia indispensabili alla ricostruzione; e ostentava tanto la generosità (per quanto interessata) degli Stati Uniti quanto il fascino di un modello di benessere, prosperità e consumi di massa come quello statunitense. Infine, parteciparvi permetteva in teoria di contribuire a quei processi d’integrazione europeooccidentale che il piano si riprometteva di promuovere e catalizzare.
Chi, in Italia, fosse stato l’interlocutore primo degli Usa in questa fase storica avrebbe potuto cogestire i suoi finanziamenti con i tecnici statunitensi, con l’ECA (l’agenzia americana responsabile per la gestione del piano) e con la diplomazia di Washington. Avrebbe potuto dialogare con gli altri paesi beneficiari del piano, in un’ottica di collaborazione e integrazione europea, e avrebbe beneficiato, anche alle urne, della grande popolarità degli aiuti americani.
Molte cose non funzionarono nel Piano Marshall, in generale e nel suo utilizzo in Italia nello specifico; la letteratura su questo è ormai sterminata. Gli Stati Uniti espressero forte frustrazione per la poca cooperazione de, e tra, i paesi europei, e la loro inclinazione a utilizzare in chiave strettamente nazionale, senza coordinamento e integrazione sovranazionale, gli aiuti. L’Italia, e il governo di De Gasperi, non furono risparmiati. Anzi, nel primo rapporto annuale al Congresso, nel 1949, nella discussione paese per paese (il Country Study), fu la parte relativa all’Italia, quella nella quale vennero forse espressi i giudizi più severi. Perché il Ministero delle Finanze e quello del Tesoro scelsero di usare parte dei fondi per rafforzare le riserve del paese e sostenere la lira, e non per promuovere politiche espansive di sostegno alla domanda. E perché pochi degli ambiziosi progetti statunitensi – dalla riforma agraria a quella dell’istruzione – vennero realizzati. Gli storici su tutto ciò ancora discutono: su quanto realistici fossero questi progetti; quanto coerenti le indicazioni che venivano da un’amministrazione, quella di Harry Truman, segnata da profonde divergenze interne, anche rispetto all’Italia; quanto si sottovalutasse la portata di alcune riforme che governi a guida DC stavano promovendo, a partire proprio da quella agraria; quanto, infine, nel lungo periodo la linea deflazionistica e conservatrice di Finanze e Tesoro abbia aiutato il successivo sviluppo.
Il dato per noi significativo è che il Piano Marshall ci mostra da subito quanto articolata fosse la dialettica tra gli Stati Uniti e l’Italia; quanto complesso e talora conflittuale fosse il loro rapporto, al netto ovviamente della profonda asimmetria di potenza a favore degli Stati Uniti.
Pochi messi dopo l’annuncio del Piano Marshall, si avviarono i negoziati per la costituzione di un’alleanza militare tra gli Usa, il Canada e i paesi dell’Europa occidentale. Era questo il secondo pezzo di un processo d’integrazione transatlantica che si sarebbe dispiegato parallelamente nella sicurezza e nell’economia (a oggi, e a volte lo dimentichiamo, lo spazio nordatlantico rimane quello che produce la più ampia percentuale mondiale di scambi commerciali e, ancor più, di investimenti diretti). I negoziati che si svolsero a Washington nella seconda metà del 1948 portarono alla ratifica del trattato nordatlantico, nell’aprile del 1949, e alla successiva creazione della sua organizzazione, la NATO.
Rispetto a questo progetto d’integrazione securitaria, De Gasperi assunse un atteggiamento inizialmente ambiguo. Non si spese per far aderire l’Italia al patto di Bruxelles tra Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo del marzo 1948, passaggio voluto dall’amministrazione Truman e in una certa misura propedeutico ai negoziati di Washington. Considerò non conveniente, politicamente e geopoliticamente, l’adesione dell’Italia: per il vantaggio propagandistico che essa avrebbe offerto alle sinistre a poche settimane dal voto cruciale dell’aprile 1948; ma anche per le perplessità rispetto alla logica di schieramento che la decisione esprimeva, la riluttanza a impegnarsi in accordi difensivi a pochi anni dalla fine del drammatico conflitto mondiale, con un’opinione pubblica dove forte era l’antimilitarismo, e, infine, nel convincimento che fosse più vantaggioso assumere una posizione attendista, in attesa di comprendere cosa avrebbero davvero deciso di fare gli Stati Uniti.
Dove, in realtà, quasi nessuno voleva includere l’Italia nell’Alleanza: erano contrari il Presidente Truman, tutti gli influenti membri della Commissione Esteri del Senato, la gran parte dei commentatori, importanti diplomatici ed esperti (incluso il leggendario George Kennan che, preso da una sorte di attacco di panico prima delle elezioni italiane dell’aprile 1948, arrivò a proporre un intervento militare statunitense in nord Italia e una divisione in due del paese). Più possibilisti rimanevano alcuni ambienti militari – per l’importanza strategica soprattutto delle isole italiane nel Mediterraneo – e, soprattutto, la Francia, che voleva spostare verso sud il baricentro dell’Alleanza ed estenderne le garanzie anche ai territori nordafricani di Parigi.
Perché pochi o nessuno volevano l’Italia nella futura NATO? Le ragioni erano diverse. Per la sua patente debolezza militare, conseguenza anche dei termini del trattato di pace; perché il cuore degli interessi strategici degli Usa, e la priorità geopolitica assoluta, era quello tedesco e centroeuropeo; perché due guerre mondiali avevano alimentato il convincimento che l’Italia non sarebbe mai stata un partner pienamente affidabile; perché – come Kennan non si stancò mai di sottolineare in quei mesi – l’Italia atlantica non lo era, geograficamente o culturalmente (Kennan disprezzava i popoli latini e sud-europei, che considerava volubili, opportunistici e facili prede di demagogie politiche radicali e rivoluzionarie); perché, infine, in Italia vi era il più importante partito comunista del futuro mondo atlantico, che avrebbe potuto conquistare “legalmente” (ovvero per via elettorale) il potere e, eventualmente, beneficiare delle capacità militari che un’Italia membro della NATO avrebbe avuto in dotazione.
De Gasperi e la diplomazia italiana negli Stati Uniti – guidata dall’abile ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani – si spesero moltissimo per superare questa ostilità e queste resistenze. Trovando infine nel dipartimento di Stato e nel suo Segretario, Dean Acheson (il vero atlantista dell’amministrazione Truman), interlocutori ricettivi in quanto consapevoli che un’esclusione dell’Italia avrebbe indebolito, forse fatalmente, De Gasperi, individuato a quel punto come l’interlocutore non solo principale, ma indispensabile degli Usa. Il memorandum con cui Acheson spiega al Presidente Truman i pro e i contro dell’inclusione italiana nell’alleanza costituisce un documento straordinario, di cui vale la pena citare alcuni passaggi:
“Nel corso di due conflitti mondiali l’Italia si è dimostrata un alleato inefficace e indifendibile, avendo cambiato schieramento in entrambe le guerre” e “pugnalato alle spalle la Francia e il Regno Unito” nel 1940. “L'Italia non si affaccia fisicamente sull'Oceano Atlantico settentrionale”; la sua inclusione “estenderebbe gli impegni delle Parti oltre l'area dell'Atlantico settentrionale fino al Mediterraneo” laddove “i problemi di sicurezza nel Mediterraneo potrebbero essere affrontati in modo più adeguato nell'ambito di un accordo separato per l’area”. E però, affermava Acheson, “l’Italia è, per razza, tradizione e civiltà, un membro naturale della comunità dell'Europa occidentale” e il governo italiano, grazie agli aiuti statunitensi, sta facendo uno sforzo immenso per “rafforzare il suo orientamento occidentale” e “indebolire la minaccia comunista”.
L’Italia fu quindi accettata nella costituenda Alleanza Atlantica per la sua debolezza più che per la sua forza, per quel che le mancava più che per ciò che poteva apportare. Per rafforzare, o non indebolire, De Gasperi e il suo governo, e quindi come pieno riconoscimento della loro indispensabilità, e per intensificare il processo d’integrazione dell’Italia in un blocco euroatlantico che, nella sua dimensione militare e securitaria, incontrava in realtà resistenze e perplessità all’interno della stessa DC e del mondo cattolico.
L’inclusione italiana nell’Alleanza Atlantica chiudeva in una certa misura la doppia fase costituente: repubblicana e costituzionale, occidentale e atlantista. E creava un conseguente, doppio ordine in cui doveva operare chi guidava il paese. Apriva però una fase e dei problemi nuovi. Consapevolezza e diffidenza contraddistinguevano anche l’atteggiamento degli Usa verso De Gasperi e la DC. Washington aveva individuato in De Gasperi la controparte italiana principale, e più credibile, per molte e diverse ragioni. Era, ovviamente, il leader del partito 8 egemone, che aveva vinto ben al di là delle aspettative le elezioni del 1948. Appariva, e in una certa misura era, uomo di Stato e delle istituzioni, più che figura di partito, come evidenziava anche la sua disponibilità a formare governi multipartiti, che sovrarappresentavano partiti centristi e laici (come voluto e richiesto dagli Stati Uniti). Costituiva una figura di sintesi di un partito multiforme, eterogeneo e ben presto diviso in fazioni e correnti come quello democristiano. Sembrava capace di contenere le pressioni del Vaticano, e degli ambienti cattolici più conservatori, ritenuti pregiudizialmente antiamericani ed espressione di un clericalismo antitetico alle idee statunitensi su come modernizzare e democratizzare l’Italia. Portava, infine, nei suoi frequenti incontri con gli interlocutori statunitensi, una sobrietà, una dignità e, anche, una fermezza che ne rafforzavano prestigio, credito e statura. Nelle minute di questi incontri che si possono trovare negli archivi statunitensi – diversamente da molti suoi successori o altri attori politici europei dell’epoca – non si trova traccia alcuna di piaggeria, accondiscendenza o remissività, pur nella consapevolezza di quanto squilibrato fosse il rapporto tra Stati Uniti e Italia, e quanto dipendente fosse la seconda dai primi. Raramente o quasi mai De Gasperi sembra dire ai suoi interlocutori statunitensi quel che essi avrebbero voluto sentirsi dire.
La consapevolezza – e la investitura – di De Gasperi come interlocutore privilegiato si accompagnava però a una diffidenza, nella quale convergevano matrici antiche ed elementi nuovi legati alla Guerra Fredda. Una diffidenza, questa, destinata a crescere nei mesi e negli anni successivi, raggiungendo il suo apice con l’elezione a Presidente del repubblicano Dwight Eisenhower, nel novembre 1952, e la nomina ad ambasciatrice in Italia di Clare Boothe Luce, la moglie del magnate dei media Henry Luce, ex deputata del Connecticut, scrittrice e commediografa, cattolica convertita e repubblicana molto conservatrice. Ad alimentare questa diffidenza statunitense nei confronti di De Gasperi confluivano anche qui diversi elementi. Per cultura politica, progetti e visioni, la DC non era considerata l’interlocutore politico ideale dagli Stati Uniti, che avrebbero di molto preferito collaborare con forze ritenute più affini al liberalismo occidentale, come repubblicani e socialdemocratici. Le scelte economiche dei governi De Gasperi, come abbiamo visto, furono severamente criticate da funzionari, politici ed esperti statunitensi. Perché, asserivano soprattutto i responsabili del piano Marshall, non funzionali a promuovere riforme di ampio respiro e investimenti pubblici capaci di intaccare quelle diseguaglianze e quel sottosviluppo che costituivano le cause primarie del successo del comunismo. E perché resistenti a quelle forme di liberalizzazione e di apertura dell’economia italiana sollecitate da Washington. Era, per semplificare, una politica al contempo 9 insufficientemente riformista e liberista quella di De Gasperi. E le critiche su questo degli Usa si fecero più frequenti ed intense.
A esse se ne aggiunse però un’altra, ancor più importante e forte: che una volta portata l’Italia dentro l’Alleanza Atlantica, De Gasperi non fosse disponibile a fare un passo ulteriore; a promuovere un’aggressiva politica di riarmo e, soprattutto, a blindare lo schieramento internazionale del paese con l’adozione di politiche più ferme e discriminatorie nei confronti del PCI e della CGIL.
Tra il 1950 e il 1953/54 la tensione tra i due ordini costituenti – quello interno e quello internazionale, quello costituzionale e quello atlantico – raggiunse probabilmente uno dei picchi nella storia repubblicana. Si manifestò in forma paradigmatica quella doppia, e talora incompatibile, lealtà – alla costituzione e all’alleanza occidentale – con cui si doveva confrontare chi governava il paese.
Misure repressive furono adottate dai governi De Gasperi. Misure di “democrazia protetta”, come furono chiamate. Atte a rispondere a possibili azioni insurrezionali della sinistra o a sabotaggi che questa avesse promosso. Che – dalle fabbriche al settore pubblico – produssero discriminazioni e talora violazioni di diritti fondamentali; che provocarono violenze, di cui furono vittime manifestanti o militanti comunisti. Ma che non travolsero mai quella che era una democrazia oggettivamente giovane, fragile ed esposta. Grazie a De Gasperi e ad altri leader politici dell’epoca, la lealtà costituzionale non fu in ultimo subordinata a quella internazionale, o sacrificata sull’altare di questa.
Come, in forme crescenti, gli Stati Uniti invitavano a fare. Al punto da chiedere anche la messa fuori legge del PCI. Una richiesta avanzata la prima volta nel 1951 e poi intensificatasi con l’arrivo di Clare Luce a Roma nella primavera del 1953. Quando la pregiudiziale anti-missina (e antifascista) degli Usa parve venire meno e l’ambasciata americana a Roma iniziò a caldeggiare l’ipotesi di un’apertura a destra nella quale monarchici e, in prospettiva, anche missini filoatlantisti avrebbero potuto sostituire liberali, repubblicani e social-democratici come partner di una DC spostatasi radicalmente a destra.
De Gasperi si oppose fermamente a tutto ciò. Reagì con ostentata perplessità all’irrigidimento delle logiche della Guerra Fredda, all’enfasi crescente sulla dimensione militare dello scontro con il comunismo e a un bellicismo che, pochi anni dopo la fine del più terribile conflitto nella storia dell’umanità, rischiava di trascinare il mondo in una nuova guerra. Non moderò le sue critiche al 10 comunismo, a Stalin o all’Urss, tutt’altro. Ma avviò una politica mirata a un sistematico contenimento delle pressioni statunitensi, nella quale l’Europeismo – un europeismo cristiano e transnazionale nel quale, uomo di frontiera, come il francese alsaziano Robert Schuman o il tedesco renano Konrad Adenauer, si trovava molto più a suo agio che nell’atlantismo occidentale – diventava forma alternativa d’internazionalismo e strumento con cui compensare gli eccessi di possibili derive atlantiste che minacciavano tanto la democrazia italiana quanto la pace europea.
Scrivendo al Ministro degli Esteri Carlo Sforza nel luglio del 1950, poche settimane dopo lo scoppio della Guerra di Corea e discutendo la possibilità di una difesa comune europea, De Gasperi ebbe parole emblematiche: “Non bisogna nascondersi che tra i nordamericani i fanciulloni sono molti e che anche le democrazie politiche hanno i loro punti deboli. La vecchia Europa è più equilibrata e più esperta”, affermò, affidandosi a stereotipi consolidati. “Mentre si riafferma la volontà europea di opporsi compatti al pericolo esterno attuando un sistema di difesa solidale, non è giusto che la Europa prima vittima designata dica una parola di fermissima volontà di pace?”. Alla forza multinazionale a guida statunitense inviata in Corea l’Italia avrebbe infine contribuito solo con un ospedale da campo (come sottolinea il monumento ai veterani della Guerra di Corea installato nel 1991 a Battery Park, nella punta meridionale di Manhattan, pure il Lussemburgo, con i suoi due caduti in quella guerra, diede un contributo maggiore…). Pochi mesi più tardi, in una nuova polemica sull’utilizzo insufficiente dei fondi del Piano Marshall, in un Consiglio dei ministri, De Gasperi dichiarò di non essere disposto acché l’Italia fosse trattata come “un paese coloniale”. Durante un altro viaggio negli Stati Uniti, nel luglio 1951, incontrando i membri della Commissione Esteri del Senato che esprimevano tutta la loro preoccupazione per la situazione italiana, De Gasperi tornò a sottolineare la solidità delle istituzioni repubblicane, ma evidenziò anche come “in Italia la democrazia era una pianta giovane e in una qualche misura delicata” e non fosse “possibile uscire dalla costituzione nel tentativo di sopprimere i comunisti senza rischiare” la sua “distruzione”.
Questa fermezza ebbe un corrispettivo anche sul piano interno nella coerente opposizione a qualsiasi ipotesi di svolta a destra incompatibile con le fondamenta antifasciste dell’ordine costituzionale. Tra i diversi esempi, il più noto e significativo fu certamente la cosiddetta “operazione Sturzo”, quando in occasione delle elezioni amministrative a Roma e con il sostegno se non la sollecitazione del Vaticano si cercò di costruire un’alleanza anticomunista tra la DC, forze laiche di centro destra, monarchici e missini. “Non è che con i comunisti si sia deboli e con i missini si sia intransigenti”, dirà De Gasperi a Monsignor Pavan inviato speciale del papa. “Fatto è che esiste una legge che interdice la ricostituzione del fascismo e la sua apologia mentre non esiste alcuna legge che vieti il comunismo. Inoltre non va dimenticato che una percentuale dal 35 al 40 per cento degli elettori italiani ha votato socialcomunista: come si può prendere di petto oggi il comunismo in Italia? Sarebbe la guerra civile e forse anche la guerra vera e propria.” L’operazione Sturzo non fu infine realizzata (anche per la ferma opposizione di repubblicani e socialdemocratici). Poche settimane più tardi, Pio XII negò un’udienza privata a De Gasperi, richiesta in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio e della presa dei voti come suora della figlia, Lucia. Nell’occasione, De Gasperi espresse all’ambasciatore italiano alla Santa Sede tutto il suo stupore e disappunto: “come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio italiano e Ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e della quale non mi posso spogliare anche nei rapporti privati, m’impone di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento” (a proposito della dignità e della fermezza a cui facevo riferimento poc’anzi).
Dignità e fermezza, dicevo, particolarmente visibili nelle interlocuzioni con i rappresentanti degli Stati Uniti. Giunta a Roma, Clare Luce intervenne subito nella politica italiana e lo fece con la leggerezza di un elefante in una cristalleria. A pochi giorni dal voto del giugno 1953, minacciò una interruzione degli aiuti statunitensi in caso di vittoria delle sinistre. Dopo le elezioni, che in una certa misura segnarono la fine politica di De Gasperi, l’ambasciatrice mise reiteratamente in discussione tanto il sostegno alla DC quanto la linea seguita fino ad allora dagli Stati Uniti in Italia. Per Luce, la liberalizzazione dell’economia italiana era stata parziale e lacunosa, l’asse governativa doveva spostarsi a destra, e misure più drastiche dovevano essere prese contro il PCI e la CGIL. Tra il 1953 e il 1956, quando Luce lasciò l’incarico, la linea che divideva questo ipotetico spostamento a destra con una vera propria svolta autoritaria fu talora sottile. Luce giunse addirittura a chiedere di sospendere tutti gli aiuti economici ai governi a guida democristiana. Quegli aiuti, affermò, avevano l’effetto paradossale d’impedire una vera ed efficace azione anticomunista. Un’azione, questa, semplicemente “impossibile in una situazione in cui il solo mantenimento della minaccia comunista” costituiva il fattore su cui attori politici come la DC potevano “contare con certezza” per ottenere “ingenti somme di denaro per le quali non dovevano rendere alcun conto”, scriveva Luce in un lungo documento inviato al Presidente Eisenhower e al Segretario di Stato, John Foster Dulles. “Dopo cinque miliardi e mezzo di dollari di aiuti palesi e ingenti somme di aiuti segreti, i leader dei cosiddetti “partiti democratici” ci dicono oggi, proprio come ci dicevano nel 1948, che l’unica alternativa alla vittoria comunista alle urne è che noi continuiamo a sostenere permanentemente loro e i loro partiti”, continuava Luce. “Quando abbiamo creato la Repubblica Italiana, ci siamo limitati a infilare la parrucca politica di Thomas Jefferson sul cranio economico di Mussolini”, chiosò Luce. Trasferire questo aiuto americano a forze di destra “contribuirebbe a purificare l’atmosfera morale e politica in Italia” e consentirebbe a Washington di prendere le distanze da quella “ristretta e discutibile cerchia di politici italiani del dopoguerra”, De Gasperi e i suoi eredi, che, in ogni caso, stavano perdendo il sostegno popolare. Per Luce un simile cambiamento avrebbe “ripristinato in Italia il rispetto per la leadership morale dell’America”.
De Gasperi era già morto quando il rapporto fu scritto, ma la sua persona e il suo lascito costituivano i bersagli primari di queste critiche dell’ambasciatrice. Pochi mesi prima della sua scomparsa, nel febbraio del 1954, De Gasperi scrisse due importanti articoli – “Non bisogna esagerare” e “Noi e il Comunismo” – pubblicati sul Popolo e su La Discussione, il periodico politico-culturale che aveva fondato un anno prima. “In nessun paese a regime libero – nemmeno negli S.[tati] U.[niti] – il Partito comunista è stato messo fuori legge”, sottolineava De Gasperi. “Certa autorevole stampa anglo-americana insiste in un allarmismo deprimente e ingiustificato … Non è affatto vero che il popolo italiano stia per buttarsi in braccio al comunismo”, come sosteneva quello che De Gasperi definiva causticamente un “maccarthismo [sic] internazionale” di cui Luce era esponente tanto rappresentativa quanto pericolosa.
Gli uomini e le donne vivono nel loro tempo e sono del loro tempo. Studiarli vuol dire collocarli in questo tempo, contestualizzarne storicamente la persona e l’agire. Nel caso dei politici, a maggior ragione quelli che ammiriamo, vuol dire sottrarsi alla tentazione di beatificarli, di costruirvi attorno dei santini: significa riconoscerne meriti e limiti, pregi e difetti, lungimiranza e finanche visione da un lato, spregiudicatezza e talora miopia dall’altro. Tutti elementi, questi, che ritroviamo nella parabola di Alcide De Gasperi e nel dispiegarsi del suo complesso rapporto con gli Stati Uniti. Rispetto al quale agirono talora calcoli cinici, ancorché politicamente comprensibili e giustificabili. In cui è possibile trovare l’influenza di stereotipi e pregiudizi antichi e difficilmente scalfibili. Dove non mancarono errori, anche grossolani (un tema di cui non ho avuto il tempo di parlare è la costante richiesta che Gasperi avanzò all’amministrazione Truman di modificare le politiche in materia d’immigrazione e aprire le porte al surplus di manodopera non occupata che l’Italia aveva e che doveva trovare modo di esportare. Una richiesta, questa, irrealistica, che dimostrava poca dimestichezza con le dinamiche politiche e istituzionali statunitensi – la competenza in materia è del Congresso – e ancor meno perspicacia nell’intravedere cosa avrebbe prodotto la ripresa economica dell’Italia e l’integrazione europeooccidentale).
De Gasperi svolse però un ruolo fondamentale, se non imprescindibile, non solo nella costruzione del doppio ordine costituente – repubblicano e atlantico, nazionale e internazionale – entro cui l’Italia operò durante la Guerra Fredda, ma anche nel far sì che quei due ordini potessero coesistere. Si mosse su un crinale estremamente sottile, ché il rischio di una deriva autoritaria in nome degli imperativi della Guerra Fredda fu concreto e ancor più lo fu una svolta a destra degli equilibri governativi sostenuta con forza a Washington. Riuscì insomma a preservare una doppia lealtà – alla Costituzione e alle alleanze internazionali – non scontata, dove marcato fu il rischio di sacrificare la prima (e con essa l’antifascismo) sull’altare delle seconde. Nel farlo costruì un precedente, offrendo un modello ai suoi successori: anche di dignità nella difesa non solo degli interessi nazionali, ma pure dei princìpi che in teoria precedono questi interessi e concorrono alla loro definizione. Fu un uomo del suo tempo e nel suo tempo, dicevo; non dobbiamo mai dimenticarlo; storicizzare vuol dire sottrarsi a celebrazioni e canonizzazioni. Ma collocandolo in quel tempo, ed esaminando come, in quel tempo, gestì la relazione con gli Stati Uniti, ci viene restituita la sua incontestabile e straordinaria statura politica e morale. Una statura – siamo qui annualmente a ricordarlo – che ha avuto davvero pochi pari nella storia dell’Italia repubblicana.


























