di Fabio Polettini

 

Scriveva il filosofo Ugo Spirito nel suo saggio “La vita come ricerca” (Rubbettino, 2007-, apparso nel 1937, come un’opera di forte valenza critica all’ Attualismo di Gentile, di cui egli stesso era stato discepolo) : “Pensare è obiettare. L’ingenuo ascolta e crede; riceve passivamente la parola altrui, così come i suoi occhi ricevono la luce. Allorché nella sua anima affiora il primo dubbio e a poco a poco egli ne acquista coscienza, al dogma si sostituisce il problema e sorge il pensiero. Non ascolta soltanto, ma reagisce e parla...Alla tesi si contrappone l’antitesi, alla fede il dubbio, alla conclusione l’antinomia...”.

Alla base del pensare umano, dunque, vi è la ricerca inesausta, l’incessante moto intellettuale che produce tesi, ma anche antitesi ed individuazione di una soluzione che diventa nuovamente discutibile e contrapposta ad una nuova antinomia e via continuando.

Il processo hegeliano, pienamente assunto a cardine del pensare critico, secondo questo autore, postula l’esistenza del dubbio come parametro inaggirabile per interpretare la propria esistenza all’insegna della ricerca e della critica. In altra forma rappresentativa, tale concetto trova sua ulteriore esplicitazione nella falsificabilità di ogni asserto, quale test di scientificità che Popper propose nella sua “Logica della scoperta scientifica”, edita nel 1934.

La scienza non è mai una soluzione definitiva, ma essa è costituita da una logica di progresso per tentativi ed errori.

Nel suo ultimo saggio (“Sull’ineguaglianza di tutte le cose”, Adelphi, 2025) il fisico teorico prof. Rovelli, scrive che “l’entusiasmo dell’illuminismo settecentesco per la Ragione, del positivismo per i successi della scienza ottocentesca, della filosofia analitica del Novecento per l’affidabilità del sapere scientifico hanno portato a mitizzare questo sapere e a considerarlo strutturalmente diverso da ogni altro, come il solo capace di garantire certezze. Credo sia, appunto, un mito”.

Sembra, quindi, che dobbiamo uscire dalla mitizzazione del sapere scientifico, dalla sua totemizzazione che, in opposizione, proprio, con la sua essenza dubitativa, finisce per renderlo dogmatico.

Non ne possiamo assolutamente negare l’importanza sul piano del progresso umano, né del suo utilizzo, ma dobbiamo accettarne una sua insufficienza costitutiva, per lo meno in termini di Verità assoluta (pensiamo alla riflessione del filosofo tedesco Gadamer sull’ermeneutica interpretante, che  sostiene come anche il metodo delle scienze positive – che si vorrebbe puramente oggettivo- non possa prescindere dalle domande che lo scienziato si pone in base alla propria soggettività interpretativa dei fenomeni che studia).

Del resto, la stessa nostra vita comportamentale procede nei termini di tesi ed antitesi (comportamenti ritenuti, dapprima, utili e corretti e poi rivelatisi sbagliati e fallaci sotto diverse angolature), attraverso cui essa si dispiega in essenza problematica, nella quale la soluzione è continuamente superata dal profilarsi di altra criticità da risolvere.

In questa osservazione riteniamo di fare proprio quanto il filosofo italiano Pareyson affermava in “Persona e libertà” (La Scuola, 2011), allorquando, affermando l’unità culturale europea come realtà irreversibile, attestava l’impossibilità di limitare “la filosofia riducendola a mera ideologia o metodologia della scienza”.

Dunque, dobbiamo e possiamo coltivare, accanto alle discipline scientifiche sperimentali, anche l’attitudine a ragionare criticamente sui problemi dell’uomo in senso lato, multidisciplinare ed ontologico, avvalendoci delle cd. scienze sociali e del filosofare.

Quanto detto in questa premessa ci permette di mettere a fuoco uno dei temi più importanti dei nostri giorni: vale a dire il rapporto fra una ontologia della libertà ed il mondo della tecnologia digitale (al quale, ovviamente, associamo l’ancora inesplorato impatto dell’intelligenza artificiale sulla condizione umana).

Se l’esistenzialismo aveva, con Sartre, affermato che “l’esistenza precede l’essenza”, significando che l’uomo innanzitutto esiste e sorge al mondo e che soltanto dopo si autodefinisce in una piena libertà (“L’esistenzialismo è un umanismo”, Mursia, 2020) e se “la libertà è autodeterminazione: (Pareyson, op.cit.,122), cioè potere di determinarsi da sé, di strapparsi ad un contesto di necessità”, la temperie nella quale viviamo ci ha letteralmente gettati in una rivoluzione tecnologica gigantesca di cui ancora poco ci siamo accorti, ma nella quale ogni momento della nostra vita è accompagnato da una connessione costante operata dagli smartphones e dall’uso pervasivo (ed invasivo) della tecnologia digitale.

Eppure, dinanzi alla constatazione di come Tecnica e Capitale siano diventati binomio inscindibile esplicitante un tipo di cultura antropologica standardizzata (basti pensare alla povertà dei lemmi e degli aggettivi utilizzati nelle reti sociali, alla banalità dei concetti espressi, alle forme stereotipate della estrinsecazione degli stati d’animo con emoticons) , nuovamente massificata rispetto a quella degli anni del secondo dopoguerra (studiata dai francofortesi) e fondata sul parossismo del consumo veicolato attraverso la Rete, manca, ancora, nel dibattito politico una riflessione sulla direzione che si è intrapresa.

E questo è davvero molto grave sol che si pensi che la mancanza di pensiero significa mancanza di analisi e di proposta.

Come è spesso accaduto a partire dalla modernità cartesiana, dinanzi all’afonia della politica ed alla limitata visione utilitaristica della Tecnica, per fortuna, si sono levate voci di intellettuali acuti ed importanti che, in recenti saggi ed articoli a stampa, hanno iniziato ad occuparsi della nuova fenomenologia che si va sostituendo alla precedente e che, a nostro avviso, costituisce già una nuova Weltanschauung.

In “Occidente senza pensiero” (Il Mulino, 2025) il prof. Schiavone (storico accademico illustre), dopo avere criticato “la scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali” che aveva, in passato, fatto da ossatura alla grande cultura europea, attraverso figure eminentissime di “maestri”(ne citiamo alcuni: da Deleuze a Foucault, da Maritain a Lacan, da Le Goff a Braudel, da Aron a Lèvi Strauss, da Cantimori, a Severino, da Mortati, a Morgenthau, da Gadamer, a Heidegger, da Schmitt a Luhumann, da Nietzsche ad Habermas) rileva l’urgente esigenza di un’ indagine globale sull’umano dettata da questa trasformazione rapidissima ed impetuosa, che coinvolge la potenza del calcolo, l’ingegneria genetica, le nanotecnologie e l’intelligenza artificiale.

Lo studioso non manca di ricordarci che la storia del vecchio continente è intrinsecamente la storia della sua stessa filosofia, che ne ha costituito lo scheletro grazie al quale il suo pensiero scientifico critico e dubbioso ha potuto nascere per portarci alle più cruciali scoperte della fisica, della chimica e della biologia.

Pertanto, dinanzi alla domanda su chi dovrebbe guidare questa nuova dimensione di vita umana ibridata non “sarà sufficiente rispondere...che sarà la Tecnica...perché quest’ultima non compare mai da sola sul terreno della storia...La Tecnica si manifesta e si riproduce sempre in un modo storicamente definito...all’interno di rapporti economici, sociali e di potere che essa stessa contribuisce a produrre, in un gioco incrociato e continuo di cause e di effetti...” (Schiavone, op. cit., pag. 51).

In tale prospettiva, quindi, il rischio maggiore è che l’evoluzione tecnologica finisca per far prevalere esclusivamente l’aspetto economico (pensiamo ai valori di borsa raggiunti dai gruppi che guidano questa cavalcata) e che le leggi che ne regolamentano la meccanica diventino leggi morali dell’agire umano in ogni campo.

È, questo, anche il tema dell’articolo di padre Benanti (teologo accademico, studioso di neuroscienze ed anche di IA), sul Sole 24 del 17 dicembre 2025, dal titolo “La capacità di governare l’innovazione tecnologica ne definisce l’esito etico”.

In esso si fa presente che la sfida etica odierna riguarda “l’asimmetria allocativa”, situazione nella quale il profitto che deriva dai sistemi di IA generativa tende a ricadere, per gran parte, sui proprietari di tali macchinari, con ciò causando una separazione fra la crescita del prodotto interno lordo ed il reddito da lavoro. In altre parole, “il costo operativo della macchina diventa il limite superiore per i salari umani”. Il valore delle merci non deriva più dall’intensità del lavoro che serve a produrle, ma dall’attività espletata dal sistema tecnologico intelligente azionato.

Di pari importanza sembra essere anche il tema della stretta interazione fra virtualità del mondo digitale e nostra mente.

Il flusso informativo, veicolato dalla rete, al centro cognitivo biologico del nostro organismo (la mente) è di tale entità giornaliera da porre seri e grandi problemi alla nostra capacità, non soltanto di esercitare una selezione per importanza e per veridicità (esercizio di critica e formulazione di un giudizio/opinione), ma anche del pensare, inteso come atto espressivo della propria originalità ed individualità.

Sono i temi affascinanti, per profondità e proposta, affrontati dal filosofo Roberto Finelli in “Filosofia e tecnologia” (edizione Rosenberg & Sellier, 2022).

Nel suo lavoro, Finelli esordisce ricordando che “la nuova prospettiva che ormai s’impone...è infatti una realtà raddoppiata, cioè una realtà aumentata nel suo spessore ontologico, dato che, in una società sempre più tecnologizzata, tra natura naturale e natura umana s’inseriscono sempre più i dispositivi ad alta informatizzazione che...creano una moltiplicazione di enti, capaci di interloquire e comunicare tra loro autonomamente dall’essere umano...”al punto da creare una “compenetrazione di vivente e macchinico, di organico ed inorganico, nella quale le tecnologie digitali passerebbero da uno status di mero strumento, com’è accaduto nella storia della società umana, a soggetti macchinici che interloquirebbero alla pari con l’intelligenza e le facoltà decisionali dell’essere umano”.

È in gioco, quindi, ormai una nuova nozione di soggettività dell’uomo, nella quale la tecnica informatica contribuisce a rifondare un’antropologia di spessore ed essenza totalmente diversa da quella passata e nella quale la cosiddetta infosfera (intesa come l’area virtuale digitale globalizzata in cui si scambiano le informazioni) gioca un ruolo cruciale additivo rispetto alla realtà materiale sino a qui conosciuta.

Potremmo anche dire che l’informazione diventa realtà e viceversa.

Dinanzi al rischio che la nuova tecnologia computazionale (di cui, certo, si magnificano sempre le sorprendenti utilità, ma, quasi mai, le possibili deviazioni perniciose) possa inverarsi in potere che guida il nostro agire, è d’uopo ricordare che la realtà che la macchina intelligente riproduce non è quella umana, costituita dal filtraggio dell’appercezione attraverso il proprio ordine sensoriale biologico (che passa per le nostre emozioni), ma è unicamente quella che viene codificata nel linguaggio alfanumerico binario di 0 ed 1, per cui il “sentire e conoscere” dell’ IA riproduce concettualità non interiorizzate dalla mente dell’umano, senza, quindi, tutto quello che ne consegue in termini di valutazione sotto il profilo etico e valoriale del singolo individuo.

Insomma, il tema di una mente disincarnata dal corpo biologico sino a che punto può essere da noi delegata a decidere determinati ambiti del nostro vivere, anche intimo?

Poiché viviamo in un cointesto del tutto nuovo dell’era umana (quello del biodigitale), in cui è sempre più presente il rischio che il nostro ricco linguaggio immaginativo ed esperienziale, mediato dai nostri sensi percettivi, venga ridotto, impoverito e costretto all’adozione delle parole imposte dalla metrica algoritmica, fondata sul sistema binario e probabilistico, non sarebbe il caso che questo dibattito intellettuale s’elevasse anche all’interno dei partiti, visto che ci troviamo davvero dinanzi ad una nuova ed inedita antropologia?

 

 

Fabio Polettini

L'Avvocato Polettini, già funzionario presso l' ARERA e docente presso l'Università Cattolica, é autore di numerosi articoli scientifici, ha frequentato corsi post lauream presso Columbia University, Michigan State University e Bocconi.