di Ruggero Morghen

 

 

Questo breve volume esamina il rapporto sussistente nella tradizione cristiana tra preghiera corale - via tipicamente benedettina alla mistica - e contemplazione. Uno sguardo alla tradizione e alla prassi del monachesimo dimostra in effetti che preghiera corale e contemplazione formano un tutt’uno.

Il libro “Preghiera e contemplazione” (nel titolo originale, però, “preghiera è “Chorgebet”) di Anselm Grün, autore che è anche il titolo di una collana delle edizioni del Messaggero di Padova, lo abbiamo letto proprio nella città del Santo. Vi si pone in particolare l’accento sulla ruminatio, ossia il pregare che rumina una frase biblica, e che risulta essere il metodo più diffuso della preghiera continua nel monachesimo, mentre la jubilatio è il canto nuovo che l’anima canta nel suo intimo con la voce che le dona Dio.

L’autore ricorda poi che nel canto dei salmi (per Agostino canti della nostalgia; li chiama anche “canti d’amore della patria”) si produce un corpo sonoro grazie al quale i salmi suonano e penetrano in tutto il corpo. Dal canto suo sant’Ambrogio attribuisce alla salmodia la gioia per la libertà (“Psalmus est libertatis laetitia”). Quanto a Benedetto, il santo si pone nella tradizione del monachesimo, soprattutto in quella di Cassiano, per il quale la preghiera continua è l’opera centrale del monaco. Teodoreto di Cirro, considerato l'ultimo grande teologo cristiano della scuola di Antiochia, è il primo a parlare esplicitamente dello jubilus mistico, tema poi ripreso nel Medioevo. Gerhoch di Reichersberg, erede ed epigono del movimento gregoriano nella Germania del XII secolo, scriverà ad esempio: “Exultatio ad actionem, jubilatio pertinet ad contemplationem”.