di Ettore Bonalberti

 

Tra le tante e diverse motivazioni che concorrono ad alimentare l’astensionismo elettorale (oltre il 51% degli elettori, un dato destinato a incrementarsi) persiste un consistente e odioso rumore di fondo, rappresentato dal permanere di un’ingiustizia fiscale intollerabile tra percettori di reddito fisso ( dipendenti e pensionati) e lavoratori autonomi, con gli evasori fiscali continuamente sostenuti dai condoni fiscali del governo che, come sostiene l’On Meloni, non disdegna di definire le tasse: “ un pizzo di Stato”.

Un “pizzo”, sottratto ai primi, dal sostituto d’imposta, attore estraneo alla vasta platea di coloro che alimentano l’evasione fiscale (oltre 72 miliardi di euro, gravanti su ogni cittadino, spesso a sua insaputa).

Ricordo che fu l’On Gianfranco Fini, leader di AN,  a proporre per primo di abolire il sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti, annullando l'attuale prelievo alla fonte da parte del datore di lavoro per conto dello Stato. Proposta che fu accolta  immediatamente  dall’On Pannella che annunciò che essa sarebbe stata oggetto di uno dei referendum promossi dal suo movimento, mentre da altre parti fu, o immediatamente bocciata senza appello (specie da quasi tutti gli esponenti dell'allora Ulivo) o definita una mera provocazione come nel caso di Berlusconi.

Anche il sottoscritto in un articolo sul settimanale della DC, La Discussione, nel dicembre 1995, proposi di abolire il sostituto d'imposta per i lavoratori dipendenti, annullando l'attuale prelievo alla fonte da parte del datore di lavoro per conto dello Stato, allorché affrontai il problema della situazione economica delle famiglie monoreddito.

Quasi alla fine di quell'articolo affermavo, tra l'altro :"O rendiamo compartecipi gli Enti Locali delle entrate sin dal momento dell'accertamento e nella stessa ripartizione delle risorse (con il necessario e non più rinviabile riequilibrio tra competenze, funzioni e risorse tra le diverse regioni) o liberiamo anche i lavoratori dipendenti del giogo insopportabile del sostituto di imposta, lasciando anch'essi nella libertà di dichiarare autonomamente il proprio reddito ed allora......se ne vedranno delle belle! " In realtà quella che era certamente solo una provocazione, ben si presta ad un'analisi critica più approfondita e tale da indurci ad alcune proposte politico-amministrative conseguenti.

L'art.3 della Costituzione riconosce che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

È evidente che, con la riforma Visentini, si è palesemente violato il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, almeno per quanto attiene ai doveri che la stessa prescrive agli italiani sul piano fiscale. L'introduzione del Welfare State alla fine degli anni '60, che fu una delle grandi conquiste della DC  e del centro-sinistra, sulle spinte delle grandi lotte operaie e sindacali di quegli anni, si è accompagnata alla riforma fiscale del 1974 voluta dall'allora ministro delle finanze repubblicano che determinò due conseguenze fondamentali:

- la scissione tra il momento della autonomia ed il momento della responsabilità e, quindi il venir meno di uno dei capisaldi dell'insegnamento sturziano, con l'instaurarsi di una pericolosa prassi fondata su un unico sportello centralizzato delle entrate ed oltre 30000 sportelli incontrollati ed incontrollabili della spesa, con le conseguenze ben note per il deficit pubblico che ha ormai superato duemila miliardi di euro.

Secondo i dati più aggiornati della Banca d’Italia, infatti, a luglio il debito pubblico del nostro Paese valeva 2.947 miliardi di euro, 87 miliardi in più rispetto a un anno prima. Il rapporto tra debito e Prodotto interno lordo (Pil) è invece in calo dal 2020, quando è stato raggiunto il picco: secondo Istat, alla fine dell’anno scorso il debito italiano valeva il 134,6 per cento, a fronte del 154,1 per cento registrato tre anni prima. Nel nuovo Piano strutturale di bilancio, il governo ha previsto che questa percentuale tornerà ad aumentare fino al 2027, per poi calare.

- la netta frattura nel comportamento dello Stato verso i lavoratori dipendenti ed i lavoratori autonomi. È evidente, infatti, che da un punto di vista strutturale, con la trattenuta fiscale alla fonte dei redditi da lavoro dipendente (con i datori di lavoro, pubblici e privati, in funzione di esattori fiscali per conto dello Stato) si realizzava una condizione assurda ed iniqua, per cui il peso prevalente del Welfare State veniva pressoché totalmente sostenuto dalle categorie a reddito di lavoro accertabile, mentre largo spazio all'accumulazione veniva lasciato ai detentori di capitali finanziari destinati a sostenere  l'acquisto dei titoli del debito pubblico e, quindi, la politica della spesa pubblica.

È stato questo il compromesso sociale e politico che ha caratterizzato lunghi anni della nostra storia politica. Né, d'altra parte, i balzelli successivi progressivamente imposti ai lavoratori autonomi hanno saputo annullare le pesanti  differenze di trattamento, finendo, anzi, con l'irretire ulteriormente categorie per troppi anni abituate ad elevati tassi di evasione ed improvvisamente sottoposte a vessazioni a monte, a valle e durante il ciclo produttivo di ogni sorta , oggi, non più tollerate e tollerabili.

Di qui, da un lato, un sistema vizioso e che sembra ormai al limite del collasso, in cui si drenano i capitali dai redditi di lavoro e di impresa e si pompano gli interessi del debito pubblico sino al punto attuale in cui tutte le entrate annuali dell'IRPEF sono a malapena sufficienti a pagare gli interessi complessivi annui di BOT e CCT.

Siamo al limite di rottura, anzi esso si è già superato ed è stato uno dei fattori essenziali della fine dei partiti della prima repubblica. Dall’altro non possiamo che amaramente constatare il permanere di una situazione di oggettivo ed iniquo squilibrio tra lavoratori con reddito da lavoro dipendente e da lavoro autonomo, entrambi esasperati da una situazione fiscale pesante, vessatoria e differenziata.

In un vecchio saggio di Marco Revelli edito da Bollati-Boringhieri, "Le due destre", nel capitolo in cui si tratta della "perversione dello Stato sociale" viene riportato un passo significativo di un libro di Tremonti e Vitaletti "La fiera delle tasse". Egli sostiene che i due autori rivelano "come la realtà della tassazione personale e progressiva, uno dei pilastri delle concezioni egualitarie e progressive novecentesche, giudicato essenziale per attribuire alla politica fiscale quel carattere di strumento per la realizzazione di un'adeguata giustizia sociale, nelle nuove condizioni finiscano per realizzare un tasso elevato di ingiustizia sociale. Per penalizzare assai più i soggetti deboli di quelli forti.

Scrivono, infatti, Tremonti e Vitaletti: "..... succede così che mentre Cipputi paga tasse personali, progressive, patrimoniali in Italia, il capitale finanziario si indebita in Italia e fa gli investimenti all'estero o dall'estero, o fa le scissioni in Italia ma realizza le plusvalenze in Lussemburgo o in Olanda. In questo modo, il principio fiscale dominante non è quello etico di capacità contributiva, ma quello cinico per cui chi ha di meno, e perciò si muove di meno, paga di più, e viceversa".

Concetti ineccepibili i quali, tranne a Landini e ai sindacati che su di essi continuano a combattere, sembrano scomparsi dal dibattito politico contemporaneo. Con gli amici dell’associazione articolo 53 continuo ad alimentare la speranza che, anche dalle forze partitiche, il tema dell’ingiustizia fiscale venga posto tra le priorità dell’agenda politica, anche perché, continuando a sostenere la strategia dei condoni, oltre a far danno ai conti dello Stato, si alimenta con l’ingiustizia, l’astensionismo elettorale, con grave danno per la democrazia italiana.