di Ruggero Morghen



L’ultimo tratto della vita terrena non è privo d’interesse per il biografo. Ben lo sapeva il compianto don Carmelo Giovannini, che nel 1970 discusse all’Università cattolica del Sacro Cuore una tesi su “L’ultimo Rebora”, lavoro che gli valse la laurea in lettere moderne e fu l’inizio di una vita dedicata al poeta milanese.

Ciò vale anche e tanto più per il generale Oreste Baratieri di Condino, che ormai più di 130 anni fa combatteva in Africa contro i ras Maconnen e Mangascià, sconfiggeva il Ras Mangascià nella battaglia di Coatit il 13 gennaio 1895 e in quella di Senafè, preparava l’occupazione del Tigrè ed occupava Adigrat (in marzo), Aksum e Adua. Sì, quando sono triste io penso a Baratieri, invitato allora in tutti i salotti e conteso da alte e basse dame ma che, dopo la sconfitta di Adua (marzo 1986), venne da un giorno all’altro schifato da tutti. Egli mi attrae invincibilmente, essendo io ignorantissimo di cose militari, proprio per la sua figura di vinto. All’esatto opposto di quanto narrato da Bocelli e Jannik Sinner, passò infatti dalla gloria alla... polvere. Quella stessa polvere che ne ricopre la negletta sepoltura di Arco, omaggiata oggi da ben pochi devoti (tra cui va ricordato senz’altro Michele Liboni).

“Non ci si occupava più di lui, e la gente che passava per la strada non sembrava nemmeno più conoscerlo. Questa è la gloria! pensava, non è nemmeno un fuoco di carta”. Parole queste non del Condinese ma di Borchat, protagonista de “La guerra ai documenti” (“La guerre aux papièrs”) di Charles-Ferdinand Ramuz, romanzo (Jaca Book, 1983) dove c’è peraltro un altro generale in fuga: Louis Reymond. Eppure lo stesso Borchat poco prima, vezzeggiato e rifocillato nel suo lettuccio di fortuna, non essendo mortalmente ferito, “si compiaceva di esser diventato così interessante e, dopo avere a lungo contato così poco, di vedere che contava tanto tutto a un tratto”.

Dopo il processo intentatogli per la sconfitta di Adua, con decreto del ministro della Guerra Ricotti confermato dal suo successore Pelloux, il generale Baratieri fu collocato nella riserva e dovette ritirarsi a vita privata. Gli venne consigliato di distrarsi ed occuparsi il meno possibile di Africa e di politica, attendendo dal tempo i conforti momentaneamente negatigli; lo si invitava ad accettare con filosofia la nuova condizione di riposo, “senza dubbio la più adatta – così gli scriveva Baldissera – a restituirti quella serena tranquillità d’animo alla quale ti danno diritto i dieci anni di lavoro indefesso spesi nobilmente per la patria”.

“Quei giorni del ritorno in terra ancora irredenta, carica di ricordi degli anni verdi – rileva Giuseppe Pollorini – gli cagionarono tristezza indicibile”. Soggiornò allora per qualche tempo a Venezia ospite del colonnello Luigi Sicher, avvocato fiscale presso il tribunale militare della città, suo intimo amico e futuro curatore testamentario, e quindi in una casa presa in affitto in fondamenta San Lorenzo, sottoportico dei preti. “Volle domiciliarsi in quella città  - scrive Ferruccio Zago – per trovare nella quiete e nelle risorse che essa offre a chi vuole molto pensare, quella tranquillità e quel sollievo allo spirito affranto che altrove non avrebbe trovato”. Il generale allora avrebbe ben potuto dire con Carlo Bini: “Io son qua dimenticato come persona già andata al suo destino”. Quindi viaggiò - a Parigi, in Germania e in Spagna - e si occupò di beneficenza e studi militari. 

Scrisse infatti le “Memorie d’Africa: (1892-1896)” - da taluno ribattezzate “Confessioni” - che senz’altro contribuirono – come ricorda Piero Ardizzone – a restituirgli un po’di serenità, “grazie all’apprezzamento dimostrato per esse da autorevoli personalità straniere, con le quali egli poté dialogare”. Ma ad una sua serena accettazione dei dolorosi avvenimenti concorsero, in maniera forse decisiva, monsignor Geremia Bonomelli, suo riconosciuto confidente e guida spirituale, e  Giuseppina Martinuzzi, che provvide a consolarlo con femminile sensibilità.