di Ruggero Morghen



Intervistato nel 2009 da Corona Perer monsignor Iginio Rogger (1919-2014) spiegò perché, a suo dire, contro ogni previsione egli non venne mai fatto vescovo. “Perché – disse – non mi è mai stato perdonato che io abbia promosso la soppressione del culto del Simonino e persino ridimensionato la figura eccelsa di san Vigilio il quale non morì da martire ma di morte naturale, come del resto il piccolo Simone non morì per mano degli Ebrei. Si trattò solo di un pietoso caso di cronaca nera dell’epoca”. Un “pietoso caso”, quello del Simonino (già compatrono della città e della diocesi di Trento), che sarebbe stato appunto ricondotto alle sue reali proporzioni dallo stesso monsignor Rogger e dall’arcivescovo di Trento Alessandro Maria Gottardi (“Lui – confessa Rogger – mi ha aiutato davvero”).

Per prima cosa Gottardi dispose la confisca e la distruzione delle copie di un famoso libello – così lo definisce Isabella Bossi Fedrigotti – ancora in circolazione. “La più recente – e ultima – edizione del libello, che era uso distribuire a pellegrini e turisti, fu stampata a Trento nel 1955”. Si tratta, con ogni probabilità, di “S. Simonino di Trento innocente e martire”, opuscolo privo di editore ma stampato dagli Artigianelli di Trento con il nihil obstat di p. Marco Vanzetta ofm, censore ecclesiastico, e l’imprimatur del vicario generale Guido Bortolameotti. La copertina propone semplicemente: “Santo Simonino da Trento”. Del 1935, stampato sempre dagli Artigianelli, era invece “Il beato Simonino da Trento innocente e martire”.

Nonostante la confisca e la distruzione disposte da monsignor Gottardi, il libello in questione è tuttora presente in varie biblioteche trentine, tra cui quella dei Padri Cappuccini, dei Francescani, dell’Istituto Arcivescovile e del diocesano Vigilianum, con copie forse acquisite successivamente per donazioni o magari conservate per ragioni bibliografiche a dispetto delle intervenute revisioni storico-teologiche. Quella da noi consultata apparteneva a Rosetta Colombo (25 giugno 1959) e quindi (1995) a Maria Chiesa, drammaturga e scrittrice il cui cattolicesimo, autentico e integrale – informa il quotidiano “Il Trentino” -, non è mai stato di routine.  

L’opuscolo si apre con una Presentazione dell’arciprete-parroco mons. Giovanni Gosetti, che ai suoi parrocchiani e “a tanti altri ricercatori” propone per l’appunto questa Vita di S. Simonino redatta da don Giovanni Panizza da Vermiglio, che “per essere un devoto del nostro Santo Innocente, fin dai suoi primi anni di studio, accettò con entusiasmo – scrive Gosetti - il mio invito di dare nuova veste al libro, ormai completamente esaurito, del compianto Don Gabriele Rizzi”. Ordunque, “don Giovanni, consultando pure l’opera di Mons. Giuseppe Divina, opera di grande valore storico, critico e apologetico, nonché altre fonti, rifece il libro di Don Rizzi, modificandolo qua e là”.

La presentazione dell’opuscolo attesta dunque un lavoro di riscrittura intervenuto a più riprese negli anni – anzi nei decenni – ma sempre ad opera di esponenti del clero, non riscontrandosi in alcuna delle opere citate un contributo autorale ad opera di elementi del laicato cattolico. A proposito invece di alcuni dei protagonisti citati, membri tutti del clero trentino, nel 1902 il parroco di San Pietro e canonico onorario della cattedrale di Trento, Giuseppe Divina, aveva pubblicato una Storia del beato Simone da Trento, ribadendo la piena credibilità storica della ricostruzione processuale. Quanto a don Gabriele Rizzi, continuò fino a tarda età a svolgere la sua missione di educatore anche attraverso i suoi scritti di storia, dedicati soprattutto all’ illustrazione amabile e accattivante degli aspetti più interessanti della sua città. Da queste conversazioni nacque il fortunato volume “Passeggiate trentine”, che raccoglieva le sue lezioni popolari sui monumenti principali della città di Trento e che ebbe tre edizioni, con varie aggiunte e aggiornamenti.