di Ruggero Morghen
Nella lettera “Felix Nazarethana” del 23 gennaio 1894 papa Leone XIII si soffermava sulla “fortunata casa di Nazareth”, abitazione terrena della Sacra Famiglia ed “uno fra i più sacri monumenti della fede cristiana”, plaudendo alla nuova città di Loreto “sorta tutt’intorno come un’altra Nazareth, e cresciuta sotto la protezione della Vergine”. Una casa che Dio stesso, “con tanta provvidenza”, aveva sottratto ad un indegno potere per donarla a un gran numero di santi che qui “sentì ardere, per la prima volta, il desiderio delle più alte virtù o trovò un incitamento alla perfezione”. Leone XIII confessava quindi di aver egli stesso, in altri tempi, sperimentato a Loreto, mentre sostava devotamente nella santa Casa, i beneficî della Madre divina.
Lo stesso accadde a san Gabriele dell’Addolorata che l’8 settembre del 1856 fece sosta a Loreto, - una sosta da altri prevista come penultimo tranello - vivendovi un’intensa esperienza interiore. Trascorse la mattinata nella santa Casa e vi tornò a pregare nel pomeriggio. Nel santuario mariano egli “si sentì a casa – scrive padre Antonio Maria Sicari nel quattordicesimo libro dei ritratti di santi (Jaca Book, Milano 2016) -, custodito tra le braccia della Madre e finalmente compreso”. Cercò addirittura di portarsi via un ricordo staccando dalle pareti della santa Casa un pezzetto di calcinaccio. Loreto sarebbe anzi la “chiave di volta della marianità di Gabriele, punto nevralgico tra il Checchino e il Gabriele, spartiacque della sua vita tra il laico e il religioso, tra l’emergere da una sponda e l’immergersi nell’altra”. “Qualcosa di determinante – nota ancora Gabriele Cingolani - deve accadere nella santa Casa di Loreto. Gabriele è nel guado tra la vita del laico e quella del passionista. Da quel momento la sua marianità appare più matura rispetto al passato; è già nucleo consapevole della sua esperienza spirituale”.
Nel 1939 troviamo a Loreto anche Chiara Lubich. “Mi chiamano le studentesse cattoliche e mi dicono: Guarda, Silvia [nome di battesimo della Lubich], ci sarebbe da andare a un convegno molto bello, addirittura a Loreto”. Lei chiede il permesso ai genitori e ci va. Qui avverte una voce che le dice: “Sarai seguita da una schiera di vergini”. “Mi ha fatto vedere, con gli occhi dell’anima – dirà a un gruppo di bambine nel 1967 ripensando a quell’esperienza - una schiera lunga, lunga, lunga, lunga, lunga di ragazze, di bambine, di giovanette che avrebbero seguito la mia strada”.
In quell’occasione, vissuta dalla fondatrice dei Focolari come “un prodromo” dell’Opera di Maria, si svolgeva un corso di studentesse cattoliche. “Di quel corso – ebbe a confessare Chiara – non ho conservato nessun ricordo, se non nei momenti di intervallo fra una lezione e l’altra, quando correvo alla Santa Casa. Ad ogni intervallo del corso corro sempre lì, alla Casetta. Quella convivenza di vergini con Gesù fra loro ha un’attrattiva irresistibile”.
Ne rimane, per usare il suo linguaggio, “impressionata divinamente”, avendo compreso che la sua vocazione sarebbe stata una casetta, sarebbe stato il focolare. “Il focolare – precisava - come una piccola casetta, dove ci sono dentro le pope vergini e anche quelle sposate, ma che si consacrano a Dio”. “Perché – così proseguiva il suo intervento – la Madonna è vergine ma è anche sposata; perché san Giuseppe è vergine ma è anche sposato; perché Gesù bambino è vergine. Lì m’ha fatto capire la mia vocazione”.
























