di Ruggero Morghen
Grazie ad Eva Castelli Fontana e a Domenico Gobbi scopro che centocinquanta anni prima di Chiara Lubich vi fu un altro importante “trentino a Roma”, come ha titolato la rivista Civis facendo il verso al regista Steno. Si tratta di Niccolò Paccanari (1772-1811: ma entrambe le date, specialmente la prima, ballano), descritto dai suoi compagni come l’inviato di Dio e dai detrattori come un esaltato visionario.
Interpellato sulla forma del suo nome, l’amico Gobbi mi scrive: “Che dirti del nome Nicolò..? Varie dizioni?” e aggiunge: “Noto la tua precisione anche nelle piccole cose”. Una personalità straordinaria, ad ogni buon conto, quella di Paccanari, le cui azioni erano ancor più mirabili in quanto opera di un uomo ignorante e incolto, come enfatizzavano i suoi esaltatori per sottolineare l’ispirazione soprannaturale che lo guidava. Il suo messaggio penetrò nel mondo ecclesiale in Francia, Austria, Inghilterra e Spagna, dove incontrò molti seguaci simpatizzanti della disciolta Compagnia di Gesù.
Senza voler forzare troppo la mano, potremmo dire che con Chiara Lubich questo sconosciuto “trentino a Roma” condivise il carattere mistico e l’aspetto carismatico. Fu come lei riformatore religioso e fondatore: esattamente della nuova Compagnia della Fede, creata col fine di far rivivere sotto altro nome la Compagnia di Gesù, sciolta da papa Clemente XIV il 16 agosto 1773 con il Breve “Dominus ac redemptor meus”. La Compagnia della Fede poi diverrà Società della fede di Gesù, detta anche dei fideisti o dei paccanaristi o dei Padri della fede.
Nel 1796, dopo aver letto molte vite di santi e peregrinato per diversi santuari, Niccolò lasciò come Chiara il Trentino per la città eterna. “Per noi era un avvenimento di enorme importanza – così lo ricorderà il primo dei pòpi Marco Tecilla, dipingendolo come “l’Ideale che usciva dal Trentino”. Nel caso di Paccanari – rileva Domenico Gobbi – non sono invece chiari i motivi che lo spinsero ad allontanarsi dalla città natale.
Anche Niccolò come Chiara ebbe poi a che fare con la chiesa agostiniana di San Marco a Trento. “Li dieci di novembre 1801 martedì – testimonia il cronista francescano – pervenne a Trento, e smontò appresso i Padri Agostiniani di San Marco il Paccanaro di Trento ristauratore e Generale de’ nuovi Gesuiti”. Proprio qui, in sala Cardinal Massaia Chiara radunerà “ragazze e giovanette allegre e chiassose” le quali “assicuravano d’aver trovato Perfetta Letizia”.
Comune ai due personaggi conterranei anche il santuario di Loreto, nelle Marche. Nella Santa Casa Niccolò ebbe infatti una visione per la fondazione di un istituto femminile, mentre Chiara nel 1939 vi avvertirà la voce che le diceva: “Sarai seguita da una schiera di vergini”. In quell’occasione, vissuta dalla fondatrice come “un prodromo” dell’Opera di Maria, si svolgeva un corso di studentesse cattoliche. “Ad ogni intervallo del corso – ricordava la Lubich – corro sempre lì, alla Casetta. Quella convivenza di vergini con Gesù fra loro ha un’attrattiva irresistibile”: emblema di una normalità santificata, direbbe forse don Vincenzo Lupoli.
Neppure mancò a Paccanari - come poi a Chiara - l’attenzione (per così dire) del Sant’Uffizio, che nel suo caso - protratta per ben sette anni - si concluse con la condanna e il carcere. Niccolò era accusato per aver commesso diversi reati: “de sollicitatione, falso dogmate, affecta sanctitate et pluribus aliis”. Andrà decisamente meglio alla Lubich, riconosciuta pubblicamente da Paolo VI nel 1965 quale fondatrice e presidente del movimento dei Focolari dopo che il Sant’Uffizio aveva a lungo guardato male “questa gente strana – come scrisse qualcuno -, mezzi comunisti e mezzi protestanti e con una donna a capo, per di più visionaria”.


























