di Ruggero Morghen



Spesso nelle sale espositive e nei depositi dei musei si trovano oggetti provenienti da terre lontane, vere e proprie “meraviglie” destinate a incuriosire l’osservatore. La presenza di oggetti di origine africana nei musei trentini ha spinto il Museo storico italiano della Guerra di Rovereto (MITAG: nuovo acronimo per un vecchio museo di confine), che ospitava due sale coloniali nel torrione marino del castello, a condurre una approfondita ricerca su questa particolare tipologia di beni, con lo scopo di varcare le soglie dei depositi museali e portare alla luce una storia e un patrimonio sommersi. Il progetto ha analizzato sistematicamente i reperti legati al passato coloniale italiano conservati nei territori dell’Euregio, trasformando oggetti a lungo dimenticati (se non proprio rimossi) in preziosi strumenti di analisi critica.

I risultati di questo importante studio sono confluiti nel volume “L’Africa in deposito. Collezioni coloniali italiane nei musei Euregio”, curato da Nicola Labanca e Davide Zendri. Oltre all’esame di oggetti dell'Impero, come uniformi, armi e cimeli bellici, il libro mostra la costruzione del mito delle colonie italiane riprendendo fondi fotografici e oggetti utilizzati per alimentare l’immaginario di un’Italia imperiale. In questo studio sono stati coinvolti numerosi musei, ciascuno dei quali ha avuto modo di riscoprire ed esaminare in maniera critica le proprie collezioni coloniali, spesso legate alle prime fasi di vita dei rispettivi musei. Non fa eccezione il Museo Alto Garda, successore di quel Museo civico di Riva del Garda che dal 1951 viene ospitato all’interno della Rocca. A questo periodo vanno ricondotte molte acquisizioni di oggetti esotici, preziose testimonianze delle esperienze in paesi lontani di cittadini rivani o comunque legati all’Alto Garda. In questo senso vanno interpretati i circa sessanta oggetti provenienti dall’Africa orientale inclusi nelle collezioni del MAG che possono essere divisi in due nuclei relativi alle esperienze belliche condotte dal Regno d’Italia in terra africana: la Guerra d’Eritrea (1885-1895) e la Guerra d’Etiopia (1935).  

Ne hanno parlato a Riva Davide Zendri, conservatore del MITAG e curatore del volume, Matteo Rapanà, direttore del MAG (nel MITAG ci sta il MAG, ma questa è... settimana enigmistica) con Federica Lavagna, conservatrice del Museo dell'aeronautica Gianni Caproni e Anselmo Vilardi, ricercatore della Fondazione Museo Storico del Trentino. L’idea prevalente è quella di decolonizzare i descrittori e risemantizzare i vecchi reperti africani nell’ambito di un Landesmuseum, facendogli raccontare una nuova storia. All’impresa ha aderito, tra gli altri, il MUCIV, che sarebbe poi il Museo delle civiltà di Roma: alcuni acronimi sembrano, in effetti, nomi di farmaci (in questo caso un mucolitico).

Merita forse ricordare, in questo clima di rinnovata attenzione “africana”, la fiera che si tenne a Genova nell’aprile del 1895, organizzata a favore delle missioni cattoliche dell’Eritrea da un gruppo di volontari coordinati dal prefetto apostolico dell’Eritrea, Michele da Carbonara. La fiera, allestita nel teatro Carlo Felice,  proponeva vari chiostri con vendita di oggettistica artigianale eritrea promossa dalle nobildonne genovesi e liguri, spazi per la fotografia, la pittura, poi fiori, profumi, vini e quanto altro potesse tornare utile per la raccolta di fondi destinati alla costruzione di chiese e missioni. Per l’occasione fu composto da Enrico Zimbelli ed Aroldo Vassallo l’Inno dell’Eritrea, dedicato a Baratieri. All’iniziativa, che riscosse notevole successo, aderirono pubblicamente la regina Margherita, Crispi, Fogazzaro, il presidente della Camera Biancheri, la marchesa Carrega di Santa Rosa, il marchese Pallavicino, l’ammiraglio De Amezaga e lo stesso generale Baratieri. 

Nell’augurare “dal più profondo del cuore l’esito il più proficuo alla Fiera di Beneficenza per l’Eritrea”, lo stesso Giuseppe Verdi faceva voti “per l’avvenire di quella provincia tanto eroicamente acquistata” grazie al sangue dei prodi sparso per la patria e confidava in Baratieri, il governatore di cui aveva avuto modo di apprezzare personalmente lo spirito e l’ingegno, ammirandone ora altamente anche il valore.